I downloaders snobbano il copyright; i discografici usano il bastone e la carota

Hai voglia di organizzare campagne di sensibilizzazione, di chiudere i siti pirata, di far causa ai provider e di sventolare in faccia ai file sharers la minaccia di azioni legali. Due terzi dei cittadini americani che scaricano regolarmente musica da Internet non si curano se, nel farlo, violano la legge o i diritti di qualcun altro. A questa conclusione, che potrebbe valere grosso modo anche per parecchi altri paesi al mondo, è arrivato il Pew Internet and American Life Project, un ente non profit di base a Washington che ha appena divulgato i contenuti di uno studio sull’argomento dai risultati ben poco incoraggianti per l’industria. I risultati della ricerca dicono che oggi sono circa 35 milioni gli adulti americani che fanno uso regolare di programmi di file sharing per scaricare musica dalla rete, circa il 29 % delle persone che nel paese dispongono di una connessione a Internet. Non sorprende che siano i più giovani, compresi tra i 18 e i 29 anni, a mostrare meno interesse e preoccupazione per le questioni del copyright (il 72 % degli intervistati), e tra questi ancora di più gli studenti (l’82 % del campione). Meno significative, secondo i ricercatori, le differenze di atteggiamento rilevate tra sessi, gruppi etnici e categorie professionali/reddituali differenti.
Bisogna sottolineare che il sondaggio è stato condotto prima che l’associazione americana dei discografici, Recording Industry Association of America (RIAA), annunciasse l’intenzione di portare in tribunale i privati cittadini che scambiano in rete grandi quantità di file audio illegali (vedi News), e che questa minaccia potrebbe aver indotto un certo numero di persone a cambiare idea e atteggiamento sulla questione. Così sostengono i portavoce della RIAA, secondo cui lo studio del Pewy Project è già superato dalla nuova realtà dei fatti. “Abbiamo lavorato duro per educare il pubblico su ciò che dice la legge e sulle potenziali conseguenze”, recita un comunicato di replica diramato dall’associazione, “e altri studi hanno mostrato che il messaggio comincia a prendere piede e che inizia a funzionare come efficace deterrente”.
Intanto, però, l’iniziativa della RIAA è diventata oggetto di un’interrogazione al Senato, dove il presidente della sottocommissione per le investigazioni Norm Coleman (un ex “roadie” di gruppi rock, negli anni ’60) ne ha messo in dubbio l’opportunità. “Il furto è furto”, ha spiegato il senatore repubblicano del Minnesota, “ma in questo paese non tagliamo le mani a chi ruba”. Coleman ha indirizzato una lettera alla RIAA, chiedendo maggiori informazioni e criticandone la scelta di coinvolgere nelle azioni civili persone (come i nonni e i genitori di ragazzi che scaricano illegalmente musica dalla rete) la cui unica colpa è la mancanza di attenzione o la scarsa conoscenza delle leggi che regolano la materia. L’organizzazione dei discografici, intanto, sta procedendo anche su binari paralleli, usando la vecchia tattica del bastone e la carota. Case discografiche e società di musica on-line come Pressplay e MusicMatch stanno cominciando a proporre forme di collaborazione ai rettori di college e università per convincerli a controllare con più attenzione l’uso dei sistemi informatici interni, a bloccare il traffico di materiale pirata e a promuovere l’uso di piattaforme legali di distribuzione on-line. Gli allievi degli istituti “amici” verrebbero a quel punto messi nelle condizioni di usare alternative legittime a software come KaZaA, ottenendo musica gratis a titolo promozionale o acquistabile in rete a prezzi fortemente scontati. Il progetto sarebbe di fornire agli studenti un servizio on-demand che dia accesso ad un esteso catalogo di brani musicali, scontando fortemente le tariffe di abbonamento o includendole nelle tasse universitarie. Un primo test di questo tipo potrebbe partire entro i primi mesi dell’anno prossimo.
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