Albert Hammond Jr. dal vivo al Magnolia di Milano: il report del concerto

Albert Hammond Jr. dal vivo al Magnolia di Milano: il report del concerto

Il tutto è durato un’ora e un quarto, circa. Minuto più, minuto meno. Fuori fa freddo, ma il problema non è tanto questo: c’è nebbia. C’è tanta nebbia. Siamo a Silent Hill. Non si vede un tubo e chissà in quanti avranno pensato: “Nein, caro mio! Con ‘sta nebbia meglio stare a casa a guardare l’Europa League, o al magari icsfactòr. Tiè. Sorry Albert”. Del resto è proprio il chitarrista degli Strokes il primo a farlo notare ai comunque non pochi irriducibili presenti di fronte al main stage (eh sì) del Magnolia: “Avete trovato questo posto anche con la nebbia? Io non ci sarei mai riuscito”. Sono le dieci e mezza spaccate (ma che bellezza questa nuova puntualità del Magnolia! Un sogno!), e il buon Albertone è appena salito sul palco. Maglietta e jeans neri, bretelle rosse, così come i Doc Martens, i cavi della chitarra e il microfono. Albert ha stile; e quando suona viene fuori, questo stile. Che poi d’accordo, quei riff, quei giri… e pure un po’ il modo di cantare sono tutte cose marchiate Strokes, ma non è forse proprio questo che ha portato qui la gente nonostante la nebbia, o no? Albert Hammond Jr. è il chitarrista degli Strokes che, quando non è impegnato con la sua band, scrive pezzi per se stesso. Il suo modo di scrivere risente ovviamente del suo essere parte della band (do ut des), e, una volta chiarito il punto, si può iniziare: la setlist di questa sera conta diciannove pezzi, sparati con un discreto ritmo.

C’è poco da dire sul live di Albert Hammond Jr. Lui è un tipo a posto, si vede. Ama scherzare con la gente, si diverte con la band che lo accompagna sul palco e tendenzialmente punkeggia non curandosi troppo della forma. Perché Albert, di mestiere, fa il chitarrista, non il cantante. E un po’ si sente, però pace e amen. I primi sei pezzi volano via in un batter d’occhio; menzione speciale per “Carnal cruise”, più bella delle altre. Il sound è pieno, anche perché le chitarre presenti sono ben tre (ma gli assoli non sono affare del protagonista), più basso e batteria. Su questo bel marasma va a piazzarsi proprio la voce di Hammond, a dire il vero un po’ troppo alta rispetto a tutto il circondario, ma come si diceva poc’anzi, il problema non si è mai posto realmente. Il live scorre liscio e arriva inevitabilmente qualche stecca, vedi su “Hard to live in the city”, ma più che le stecche è la genuinità ad attirare la mia attenzione. Sì, credo sia proprio questo il bello: Albert Hammond Jr. è un tipo genuino. I pezzi presi da “AHJ” - “St. Justice”, “Cooker ship”, “Strange tidings” e “Rude customer” - sono pure dei bei pezzi, e si vede che il ragazzo ha voglia di suonarli. Quindi bene così. A parte qualche scambio palco/platea che rimarrà inter nos (auguri di compleanno vari, giochini sul “non saper parlare italiano”), la serata si fa rapidamente archiviare in scioltezza, così com’è iniziata. Superata la fase di riscaldamento poi, anche la voce ha fatto il suo dovere, contribuendo una seconda parte di set in netto crescendo, culminata con la performance in solitaria di “Blue skies”, messa come penultima prima della bella cover di “Last caress” dei Misfits. L’encore da un pezzo solo, “The boss americana”, ci consente di lasciare il Magnolia ben prima della mezzanotte.

Un buon live, divertente. Alberto dal vivo ci sta. Bene lui e bene, come sempre, il Magnolia, che da quando ha riaperto non sgarra di un minuto sulle tabelle di marcia. Ieri sera poi questa cosa mi ha particolarmente preso bene… Forse starò diventando vecchio, ma avete visto che cacchio di nebbia?

(Marco Jeannin)

SETLIST
“Postal blowfish”
“Scared”
“Cooker ship”
“Holiday”
“Carnal cruise”
“Victory at Monterey”
“GfC”
“Hard to live in the city”
“St. Justice”
“In transit”
“101”
“Strange tidings”
“In my room”
“Lisa”
“Everyone gets a star”
“Rude customer”
“Blue skies”
“Last caress”

“The boss americana”

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