Il manager di Robbie Williams: 'Lo streaming? Gli abbonamenti costano troppo'

Il manager di Robbie Williams: 'Lo streaming? Gli abbonamenti costano troppo'

In genere gli artisti e i loro staff si lamentano perché i servizi di streaming pagano royalty troppo esigue (in media 0,007 dollari a stream, secondo i dati ufficiali appena diffusi da Spotify). Per Tim Clark, manager di Robbie Williams (nella foto), il problema è un altro: l'abbonamento mensile, circa 10 euro per un accesso senza limiti tramite smartphone o in modalità offline, è troppo caro per innescare un consumo di massa e generare introiti significativi per tutti gli operatori coinvolti. "Mi chiedo se servizi in abbonamento più economici non potrebbero incoraggiare la gente a pagare la musica" ha dichiarato a Music Week, dicendosi irritato dai servizi di streaming "che autorizzano il pubblico a pensare che la musica sia gratuita. Quello è un problema".

"Cinque sterline, per la maggioranza della gente, sono un sacco di soldi", sostiene Clark, consulente della piattaforma inglese Bloom.fm che dell'aggressività sul prezzo (1 sterlina al mese per un accesso senza interruzioni pubblicitarie, ma limitato a un plafond di 20 brani sul cellulare) fa il suo principale elemento di differenziazione, e che proprio per questo non è ancora riuscita a chiudere un accordo con la major Warner Music. "Molti si premurano di dirmi che proporre un abbonamento a una sterlina equivale a fare un tuffo negli abissi. Beh, gente, negli abissi ci siamo già: se dobbiamo credere alle statistiche, più del 70 % della musica viene scaricata gratis e illegalmente. Come ne usciamo? Onestamente, si tratta di rendere disponibile un ottimo servizio a un prezzo che il pubblico possa trovare attraente. Se loconquisti a quel prezzo puoi sempre fare un upsell e vendergli qualcosa in più: Rupert Murdoch ha perfezionato quel modello in modo brillante". "La tesi che si sente dire", continua Clark, "è che così facendo si perde l'utenza disposta a pagare 10 sterline. Beh, non è vero. I fan - i veri fan - vogliono tutto ciò che un artista produce. Sotto quel profilo, siamo in realtà due industrie diverse. Una lavora su volumi ridotti e margini alti, ed è quella che dà al settore il suo fondamento. Ma ce n'è un'altra che lavora su volumi consistenti e margini ridotti (...), e dovremmo fare tutto il possibile per arrivare a questa fascia di consumatori. Non riesco a capire perché si continuino a ignorare le tante persone che probabilmente hanno comprato appena un paio di Cd all'anno e che oggi ascoltano i servizi di streaming senza pagare nulla".

Sul prezzo del servizio incidono ovviamente gli anticipi richiesti dai titolari dei diritti per concedere in licenza i loro repertori, e anche su questo aspetto Clark si dimostra critico: "Non abbiamo incoraggiato le start up digitali", sostiene il manager che con la sua società IE Music rappresenta anche Passenger SIA. "L'industria - non solo le case discografiche, ma anche gli editori - ha agguantato il maggior denaro possibile, naturalmente anche rilevando quote in queste società...così da impedire alle stesse, spesso, di spendere qualcosa sul marketing. Ed è sbagliato: non dovremmo cercare di estorcergli grandi somme di denaro in anticipo a danno della loro salute e della loro possibilità di espandersi. Mi ribolle il sangue quando si sente dire dalla BPI (l'associazione dei discografici inglesi) che in giro ci sono tante società digitali. Non è affatto vero, molte sono defunte proprio per i motivi che ho citato: gli sono stati chiesti subito troppo denaro e troppe quote azionarie, e questo ha finito per azzopparle".

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