Comunicato Stampa: Malia in tour in Italia

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MALIA : IN ITALIA PER UNA SERIE DI CONCERTI

L'APPUNTAMENTO PIU' PRESTIGIOSO IL 12 LUGLIO AL NO BORDERS FESTIVAL DI TARVISIO (UDINE), DOVE APRIRA' IL CONCERTO DI GEORGE BENSON

Dopo aver conquistato pubblico e critica con il suo primo album "Yellow Daffodils", Malia arriva in Italia per una serie di concerti durante i quali presentera' il morbido sound che le ha regalato l'appellativo di "nuova Sade".
La bella cantante inglese di origine africana - la cui avvenenza e' stata messa in risalto dal videoclip del singolo "Purple Shoes" nel quale gira nuda per le strade di Cape Town - sara' il 12 luglio a Tarvisio (Udine) al No Border Festival, uno degli appuntamenti musicali estivi che nel tempo hanno acquisito credibilita' e pubblico, con un calendario ricco di nomi internazionali di grande fama. La sera del 12 luglio, infatti Malia si alternera' sul palco con George Benson, leggendario chitarrista jazz.

Malia arrivera' in Italia l'11 luglio per esibirsi a Mestre (Arena Candiani) per proseguire, dopo il concerto con George Benson, il 13 a Iesi e il 27 luglio a Correggio (Mundo).

MALIA
“YELLOW DAFFODILS”
data di pubblicazione: 9 maggio 2003

La storia di questo album si legge come una favola moderna, urbana e multi-culturale, un remake contemporaneo in veste jazz’n’soul di My Fair Lady. E’ la storia senza tempo di un Pigmalione che fa conoscere il mondo al seme di un talento puro e ingenuo, che aspettava solo di essere scoperto per diventare uno splendido fiore.
Tutto è iniziato circa venticinque anni fa nel Malawi, un piccolo stato africano che confina con il Mozambico, la Tanzania, lo Zimbabwe e lo Zambia. Questa piccola repubblica era allora diventata indipendente da poco ed era ancora pervasa di quel puritanesimo culturale di stampo britannico che le derivava dal colonialismo, quando nacque Malia. Con madre africana e padre inglese, la sua famiglia e la sua storia fin dall’inizio è stata caratterizzata da questo miscuglio di bianco e nero. Una normale fanciullezza ed adolescenza senza particolari eventi, un’educazione severa, ma un’infanzia sicuramente felice sotto l’ala protettiva del nido famigliare. C’erano anche pochi contatti con il mondo esterno. C’era solo una radio locale con due stazioni, una in lingua locale ed una in inglese, che trasmettevano più che altro musica tradizionale africana. Per quanto riguardava la musica pop inglese, i Beatles in particolare, c’era la collezione di dischi di suo padre; niente di jazz a parte un disco di Louis Armstrong. In poche parole non era certo un ambiente questo che stimolasse molto il desiderio di mettersi a fare musica e non c’è stato neanche nessun segno di una particolare vocazione precoce per il canto; solo il desiderio di girare in bici per la campagna e di arrampicarsi sugli alberi. La classica fanciullezza idilliaca. Eppure in questa bambina c’era una innata propensione alla danza, comune a molte ragazzine, e la voglia di esibirsi.

Sarebbe tutto cambiato alla fine degli anni Ottanta quando, per motivi politici, la famiglia dovette trasferirsi a Londra. La quattordicenne Malia scoprì così un nuovo mondo fatto di rumore, frenesia ed emozioni forti, ma anche di grigia indifferenza. La piccola Malia trovò rifugio, dai tipici turbamenti adolescenziali dei ragazzi urbani, nella musica. In quel periodo a Londra si ballava al ritmo delle armonie sintetiche della New Wave, ma Malia andò controcorrente e scoprì il jazz, Sarah Vaughan e Billie Holliday in particolare. Per lei fu una rivelazione e l’inizio di una storia d’amore. Capì subito che il messaggio che le arrivava da queste voci nere che cantavano con tanta forza e anche gioia delle pene della vita. Capì e fu certa allora che prima o poi sarebbe diventata una cantante.
Man mano che passava il tempo prendeva sempre più coscienza della propria vita e si cominciò a rendersi indipendente. Finita la scuola si mise a lavorare come cameriera e iniziò a fare da corista in giro per locali, imparando i trucchi del mestiere. Poco a poco la sua vita prese forma. Si trovò un pianista che l’aiutasse a scrivere canzoni e l’accompagnasse, cercò altri musicisti, si diede da fare per trovare ingaggi in giro e a tutto questo si dedicò con passione e dedizione. In quel periodo cantava più che altro ballad e cercava ancora uno stile veramente personale, anche se aveva già una voce particolare e una spiccata personalità, molto accattivante seppur ancora grezza.

Questa era la storia fino a quando, un paio di anni fa, in un bel ristorante di New York, le capitò di ascoltare una scattante melodia pop con accenni di armonie jazz cantata in francese. Allora bisbigliò alla sorella: “Questo è esattamente quello che voglio fare io. Devo assolutamente lavorare con chi ha prodotto questa cosa”. Si diede subito da fare e si mise alla ricerca dei crediti della canzone. La cantante era Liane Foly e il produttore André Manoukian. Non lo sapeva ancora, ma da quel momento la sua vita era cambiata. Si mise in contatto con la Virgin da cui riuscì a farsi dare il numero di telefono di Manoukian che lei contattò subito. Lui ricorda ancora quella prima telefonata un po’ fuori dal comune: “Fin da quando avevo lasciato la Berklee School di Boston mi ero reso conto che la cosa che più mi piaceva era lavorare con voci femminili. Lavorando con Liane a fine anni Ottanta ero stato in grado di fare esperimenti con questo tipo di voce dai raffinati registri jazz. Pensavo di averne viste di ogni, ma quando ho sentito il timbro della voce di quella ragazza al telefono ho notato qualche cosa di speciale. Le ho chiesto di mandarmi un demo per capire meglio. Poco dopo ho ricevuto una cassetta con 40 standard cantati solo con l’accompagnamento di una chitarra. Fin dalle prime battute ho sentito un brivido lungo la schiena. Non si sente una voce così tutti i giorni. Ho capito che lì c’era molto di buono”.

Si sono subito trovati ‘alla grande’ Malia e Manoukian. Lui ha capito di avere in mano uno Stradivari e lei ha compreso di avere trovato il suo Pigmalione, colui che le avrebbe mostrato la strada maestra.
Il risultato è questo primo album, “Yellow Daffodils”, una raccolta di canzoni semplici (Malia ha scritto tutti i testi) senza tempo e ricche di melodia, con profonde radici jazz, immerse nello spirito degli standard degli anni ’40 (Cole Porter in particolare) e avvolte da sofisticati arrangiamenti, assolutamente contemporanei nel gusto, con molto swing, delicati accenni di elettronica, eleganti nel senso che tutto è ridotto all’essenziale senza diventare mai austero. Ma su tutto c’è la Voce. Una voce straordinaria, mai spinta all’estremo, mai eccessiva eppure coraggiosa perché riesce a entrare nel vivo dell’emozione, senza stravaganze, senza drammaticità, con l’unico scopo di mostrare il lato oscuro delle cose, alla maniera di Billie Holiday o Shirley Horn. Un approccio particolare che André Manoukian descrive con queste parole: “Malia è il sogno di ogni compositore. Può cantare di tutto dal jazz, al soul, al gospel, qualunque cosa. C’è qualcosa di fragile nella sua voce, qualcosa di universale, una certa reticenza ed innocenza. Va oltre la tecnica. Ha un approccio diretto, senza fronzoli alla melodia, la segue alla lettera e questo le dà modo di trascenderla pur mantenendosi fedele alla linea melodica. E’ questo il suo segreto. E’ un po’ un miscuglio di classicismo senza tempo e di estrema modernità”. Non c’è miglior modo di descrivere il fascino di questa voce eccezionale, non resta che ascoltarla.


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