I conti in tasca alla musica on-line: finora non ci guadagna nessuno

I conti in tasca alla musica on-line: finora non ci guadagna nessuno
Le vendite di singoli in formato “digitale” sul sito iTunes Music Store della Apple galoppano al ritmo di mezzo milione a settimana, se le cifre che provengono dagli Stati Uniti sono esatte: ma con appena 99 centesimi di incasso globale su ciascuna operazione, il volume d'affari dovrebbe diventare almeno 20 volte superiore perché l'industria discografica e i suoi partner comincino a ricavare un profitto dall'emergente business. Lo spiega, entrando nei dettagli, un'approfondita indagine condotta dal settimanale Billboard, che prende in esame gli scenari attuali e ipotizzabili della musica on-line per valutare le potenzialità del segmento di mercato a cui molti discografici affidano le loro sorti per il futuro. Etichette, manager di artisti e service provider che il giornale americano ha sentito per il suo reportage concordano tutti su un punto. Nessuno, finora, si sta arricchendo grazie al downloading digitale a pagamento: si tratta piuttosto di abituare i consumatori all'idea che anche la musica on-line deve essere pagata.
Intanto, per stimolare ulteriormente la domanda, alcuni operatori stanno provando a infrangere la barriera dei 99 centesimi (di dollaro) a canzone introdotta negli ultimi due mesi, con successo, dalla Apple (e seguita da concorrenti come Liquid Audio): tra questi c'è Listen.com, che per scaricare brani dalla piattaforma Rhapsody (copiabili su CD) richiede ai suoi abbonati 79 centesimi a traccia. Gli esperti ribattono però che nei servizi “alla carta”, dove le vendite avvengono volta per volta, l'elasticità dei prezzi è meno elevata e lascia margini molto ridotti a tutte le parti in causa: generalmente, sui 99 centesimi del prezzo di vendita, 47 vanno all'etichetta discografica (che li usa anche per coprire i costi di produzione, promozione e marketing), 34 al service provider (che deve pagare i costi tecnologici e di distribuzione) e 8 agli autori e editori del brano mentre all'artista, che deve provvedere anche al compenso del produttore e di altri collaboratori, va normalmente il 10 % (ma le condizioni variano di molto, a seconda dei contratti: la royalty può essere analoga a quella riconosciuta solitamente sugli album, 15 %, oppure sui singoli, 12 %, con o senza deduzioni; i prezzi praticati dalle major ai provider variano a seconda delle loro politiche commerciali, mentre nel caso di artisti molto popolari e di singoli in anteprima il listino può salire oltre il dollaro). Altri costi da scorporare per calcolare il margine degli operatori che partecipano alla vendita on-line riguardano le commissioni applicate agli acquisti effettuati con carta di credito e le spese connesse alle transazioni elettroniche. In definitiva, nonostante l'assenza di costi fisici di manifattura e di distribuzione, il margine può risultare ancora più limitato che nel caso di una vendita tradizionale in un negozio di dischi. E i contratti sono destinati ad essere rinegoziati da cima a fondo, se e quando il mercato dell'on-line decollerà realmente, con la conseguenza di far circolare molto più denaro. In quel caso, ha anticipato a Billboard l'influente manager Irving Azoff, “le case discografiche dovranno pagare di più i loro artisti: oggi si accaparrano circa l'80 % dei guadagni, in futuro dovranno passare a un modello di ripartizione 50/50”.
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