Torna Mauro Pagani: 'Sono un cantautore, figlio del rock'

Torna Mauro Pagani: 'Sono un cantautore, figlio del rock'
Rispetto, stima professionale e prestigio musicale contano pur sempre qualcosa (a volte quanto e più del marketing, dei trend modaioli e delle classifiche). E così c’era il mondo ieri sera, 24 giugno, nel calore asfissiante del suo studio di registrazione milanese (le Officine Meccaniche), a salutare Mauro Pagani e il suo primo disco “solista” in dodici anni, “Domani”. “Ne avevo uno finito e bell’e pronto già nel ‘96” confessa lui alla folla di giornalisti/amici e giornalisti/ammiratori, “ma non l’ho fatto uscire perché mi sono accorto per tempo che faceva schifo. Quello era stato un anno terribile, per me: avevo perso mio padre, la mia famiglia si era sfasciata, e compivo cinquant’anni….Molti oggi se lo dimenticano, ma per fare bene le cose ci vuole tempo e concentrazione, è un processo lungo quello che porta a sviluppare una buona idea musicale o di testo. Quando si è lavorato con Fabrizio De André, con Vecchioni e con Jannacci si diventa estremamente esigenti anche con se stessi. Una canzonetta, come diceva Fabrizio, deve emozionare, altrimenti tanto vale usare un altro mezzo per comunicare: un libro, un trattato, una lettera, un telefono”.
L’album che esce venerdì 27 per la sempre più meritoria NuN di Stefano Senardi è un disco in cui c’è tutto il Pagani di ieri e di oggi: “Il fatto”, spiega il musicista, “è che dentro di me non faccio più differenza, le esperienze del passato riemergono come tanti strati geologici. E’ tutto nelle mie budella, la PFM, Fabrizio e tutte le altre cose che ho fatto in tutti questi anni. Mi aiuta anche il mio gruppo, in questo: Giorgio Cordini, il chitarrista, era con me già ai tempi della prima Forneria Marconi, nel 1969. Ho cercato di rendere omogenee le canzoni: per me, ‘Domani’ è un disco unitario, un disco da cantautore fatto da uno che è figlio del rock. E ho cercato di renderlo anche con un filo di distacco, che è sempre difficile quando ci si autoproduce”. Qualche parola per gli ospiti illustri, Ligabue (“Il pezzo scritto con lui è venuto fuori così, mentre lavoravamo ad altre cose”), Raiz (“Un cantante strepitoso, la sua voce mi emoziona sempre”) e Morgan (“Da quando l’ho sentito la prima volta ho capito che non ce ne saremmo liberati facilmente…”).
Come si sente, gli chiedono, in questo clima di rock revival? “E’ una parola oscena, lo so, ma credo proprio sia arrivato il momento del rock della terza età. L’entusiasmo e la spontaneità giovanile contano ancora, naturalmente. Ma ai giovani non si lascia più il tempo di crescere, studiare, sbagliare. Per questo molti fanno un gran primo disco e sbagliano in pieno il secondo. Perché nel primo ci mettono i sogni e gli anni di prove in cantina, e dopo passano il tempo a promuoverlo distraendosi dal lavoro creativo. E poi ci sono le radio, che ormai rendono conto solo all’inserzionista pubblicitario. Passano le canzoni come spot e per andare in onda in prime time bisogna pagare, lo sanno tutti. Per fortuna il pubblico è migliore dei pubblicitari e degli uomini di marketing, e fa le sue scelte”.
Esauriti i discorsi Pagani, da bravo musicista, passa a quel che sa far meglio: suonare, con il suo quartetto e gli ospiti di lusso, i succitati Raiz e Morgan. Con una promessa: “Ci ho ripreso gusto, a incidere dischi: ne farò altri”.
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