IceAge dal vivo al Rocket di Milano: il report del concerto

Ho molto poco da dire a riguardo. Sere come queste, più che raccontate, andrebbero filmate, fotografate… fatte vedere (e, ovviamente, sentire). Gli Iceage sono sbarcati al Rocket di Milano (nella sua nuova, bella sede) portandosi appresso due ottimi dischi. Se uno lancia una ricerca su Google è facile farsi un’immagine di questi quattro ragazzi danesi, ma trovarseli di fronte mi ha lasciato vagamente spiazzato: la band del liceo. Quattro ragazzini magrissimi, in felpa, camiciola, jeans e scarponcini, che se li becchi in coda all’autogrill magari li spintoni anche in po’, gentilmente, per svegliarli dal coma. Alt, tre così. Uno invece, Johan Surrballe Wieth, voce del gruppo, sembra uscito da “Funny games” di Haneke: trench beige, caschetto immacolato, camicia allacciata fino all’ultimo bottone. Aria da bravo ragazzo, faccia pulita alla Di Caprio. La sensazione, seriamente, è da band da dopo scuola; quella con il frontman più figo degli altri. Va da sé che, proprio come in Funny Games, l’apparenza (clamorosamente) inganna: alle undici e quarantasei, questi quattro sbarbatelli, belli pacifici, “salgono sul palco” del nuovo Rocket (che poi è una pedana alta come un gradino, in un angolo della saletta dedicata ai live) e iniziano a sfasciare letteralmente i timpani. Una botta, cose che solitamente si leggono nelle varie biografie di questo o quel gruppo punk, ovviamente trucissimo. Gente addosso, gente che si mischia alla band per poi lanciarsi nel pogo (giovanissimo anche questo e molto à la mode… mi sa che i tempi sono davvero cambiati), gente che difficilmente andrà a lavorare il giorno dopo, visto l’orario. Tredici pezzi, quaranta minuti scarsi. Una mazzata. Poche parole biascicate, tanto sudore; cani che abbaiano e mordono. L’età media degli Iceage appena formati, nel 2008, era di diciassette anni. Altro che talent show… qui siamo su un altro pianeta, distante anni luce. Un’esperienza quasi surreale, vissuta in un clima altrettanto surreale: quasi nullo lo scambio comunicativo band/platea, sostituito però da un contatto fisico al limite. Finito il concerto, i ragazzi mollano gli strumenti, scendono dalla pedana, attraversano la platea e tanti saluti. Wieth è fuori, appoggiato alla balaustra che fuma, coperto di sudore, avvolto nel trench. Un paio di ragazzi, qualche gradino sopra, lo chiamano per nome: “Hey Johan, great show!”. Lui, che chissà cosa sta pensando, soffia fuori il fumo, sposta il capelli con la stessa mano che tiene la sigaretta e si esibisce in un piccolo inchino, tenendo sempre gli occhi fissi e bene aperti.

(Marco Jeannin)

SETLIST
“Il niño”
“Awake”
“Ny kiss”
“Burning hand”
“Rodfæstet”
“Baver”
“Langsom”
“Afrika”
“You're nothing”
“Coalition”
“Dance nummeret”
“Morals”
“Ecstasy”

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