Bob Dylan agli Arcimboldi di Milano: il report del concerto

Bob Dylan agli Arcimboldi di Milano: il report del concerto

Andare a vedere dal vivo Bob Dylan è un atto di fede. Arrivando al Teatro degli Arcimboldi, dove Dylan suonerà tre sere (ancora oggi e domani, per poi spostarsi a Roma e Padova) si viene accolti da minacciosi cartelli che intimano il sequestro di ogni attrezzatura di ripresa audio video. Una voce, poco prima delle nove, ripete in italiano e inglese lo stesso concetto, ammonendo “Preferiamo che vediate il concerto dal vivo piuttosto che su un piccolo schermo” - (Il pubblico di Dylan, che si merita un pezzo a parte, disobbedirà, e le zelanti maschere del teatro avranno il loro bel da fare per tutta la serata).

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Poco dopo le nove, poco dopo la voce, si abbassano le luci del teatro, esaurito e pieno di stranieri arrivati da ogni dove, ed eccolo apparire. La prima sorpresa: niente cappellaccio, ha abbandonato il look da gentiluomo degli stati del sud visto nei suoi ultimi passaggi italiani per un elegante completo nero. Gambe larghe, mano in tasca, attacca “Things have changed”, che qualche anno fa gli valse l’Oscar come miglior canzone originale per un film.
Quasi da subito ci si rende conto che è una di quelle sere in cui la fede verrà ripagata. Dopo due canzoni, si siede al piano (dove rimarrà per buona parte della serata) e attacca “What good am I?” da “Oh mercy”. Arrangiamento stravolto, canzone irriconoscibile - ma bella in questa nuova versione, basata su un arpeggio di piano. Grande sound, e la voce c’è. Poco dopo parte una delle canzoni più famose della serata, “Tangled up in blue”, da “Blood on the tracks”: la si riconosce dal giro di chitarra acustica, ma per la prima parte del brano hai la sensazione che stia cantando qualcos’altro: gli accordi sono quelli, le progressioni ci sono, ma la linea melodica va in altra direzione - solo nella seconda parte del brano diventa quasi riconoscibile. A modo suo, è una gran bella versione.
Ma questo è Dylan, uno che ogni volta trova nuovi modi per massacrare le proprie canzoni, o semplicemente riscriverle da capo. E se si aderisce alla fede, ci si rende conto che la sua attenzione oggi, più che alla voce, è diretta al suono della band, che dirige con rapidi cenni. Un suono “roots”, fatto di chitarre (c’è nuovamente Charlie Sexton, che ricama all’elettrica, dopo la cacciata di Duke Robillard, reo di prendersi troppo spazio), contrabbasso, slide, violino. Un suono che vira al folk (come nella stupenda “Forgetful heart”) e riassume 50 anni di musica americana. Dylan è di ottimo umore, sembra: prima dell’intervallo dice “Grazie, thank you, thank you grazie” (credo sia la prima volta che lo vedo parlare ad un concerto). Poi ritorna: la scaletta prosegue imperterrita: da diverse date non subisce mutazione alcuna, mettendo in fila brani dell’ultimo album “Tempest” con scelte bizzarre (“Waiting for you”, incisa per un film) a qualche piccola concessione (una bella “Simple twist of fate”, sempre da “Blood on the tracks”). Poi eccola, la zampata che rende unica una buona serata. Al posto della prevista “Early roman kings”, Dylan chiama “Desolation row”, da “Highway 61 revisited” - suonata l’ultima volta quest’estate in America. La band gli va dietro: seppure con un paio di svarioni, è una gran versione, declamata e riconoscibile, di uno dei suoi brani più belli.
Le uniche vere concessioni alle canzoni ultra-famose sono nei bis, quando la gente è ormai sciamata dai propri posti alle barriere che separano la prima fila dal palco (un buon qualche metro del buco dell’orchestra, usato per tenere a debita distanza il pubblico): “All along the watchtower” e “Blowin’ in the wind” (ovviamente completamente stravolta, ma quelle parole le riconoscerebbe chiunque). Lui rimane 2 minuti buoni a prendersi gli applausi, poi esce.
Dylan, soprattutto dal vivo, è uno che ammazza il passato. Vuole che si paghi il biglietto per quello che è, non per quello che era. E quando le serate sono così, quando la band gira in questo modo e quando lui canta, vale la fede che viene richiesta. Gli sguardi all’uscita sono soddisfatti, contenti - quasi a dire: “Ci è andata bene, questa sera”. Hanno ragione di esserlo, perché, fan o meno, per una volta Dylan dal vivo ha messo (quasi) tutti d’accordo: un gran concerto.

(Gianni Sibilla)

SETLIST:
1.Things Have Changed
2. She Belongs To Me
3. Beyond Here Lies Nothin'
4. What Good Am I?
5. Pay In Blood
6. Waiting For You
7. Duquesne Whistle
8. Tangled Up In Blue
9. Love Sick
10. High Water (For Charley Patton)
11. Simple Twist Of Fate
12. Desolation Row
13. Forgetful Heart
14. Spirit On The Water
15. Scarlet Town
16. Soon After Midnight
17. Long And Wasted Years

BIS
18. All Along The Watchtower
19. Blowin' In The Wind

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