NEWS   |   Industria / 06/11/2013

Radio, inchiesta Rockol: il riepilogo

Radio, inchiesta Rockol: il riepilogo

Con l'intervista a Luca Viscardi di Radio Number One si è conclusa l'indagine di Rockol sul panorama radiofonico nazionale: tante differenze, ma anche diverse similitudini, sono emerse dai colloqui avuti con i direttori artistici delle principali emittenti pubbliche e private, nazionali e locali.

I servizi di online streaming musicale come Spotify e Deezer fanno tutto sommato meno paura, visti da questa parte della Manica: da un lato il ritardo infrastrutturale nelle telecomunicazioni del nostro Paese rispetto alle altre realtà europee porta ad una percezione delle piattaforme Web emergenti come ad un fenomeno tutto sommato ancora di nicchia, ma a tranquillizzare - parzialmente - la radiofonia nostrana è la consapevolezza dell'unicità del format radiofonico, che alternando musica a intrattenimento e informazione pone l'etere su un piano non concorrenziale rispetto alle società di streaming online.

C'è poi l'annosa questione delle quote azzurre, ovvero la richiesta - inoltrata recentemente dall'associazione Amici della Musica e sottoscritta anche da figure di spicco del panorama canoro nostrano come Piero Pelù e Eugenio Finardi - di riservare una quota alla musica italiana nei grandi network nazionali: l'istanza ha diviso i nostri interlocutori tra chi vede in un provvedimento del genere un valido espediente per dare spazio alle realtà di casa nostra e chi, invece, considera questa eventualità come un'indebita e irricevibile ingerenza dello Stato nelle scelte editoriali delle emittenti.

Sul potenziale conflitto di interessi di parte della radiofonia italiana - nello specifico, di RTL 102.5, RDS Radio Dimensione Suono e Radio Italia, che consorziatesi nel 2010 hanno dato vità all'etichetta discografica Ultrasuoni - c'è la consapevolezza dell'unicità di una condizione simile sul panorama europeo, come ha osservato Luca Viscardi di Radio Number One, ma il fatto stesso che, per il momento, la quasi totalità del successo della label si sia concentrato sui Modà, non ha portato i competitor a lamentare squilibri.

Le payola, le indebite pressioni attuate dalle etichette sui direttori di palinsesto per favorire determinati prodotti discografici, in alcuni casi anche tramite il versamento di vere e proprie tangenti, sembrano ormai essere una realtà appartenente al passato. A giocare un ruolo determinante nella scomparsa della pratica è stato il trend negativo che l'industria del disco sta facendo segnare da ormai tre lustri consecutivi, causa prima della perdita da parte della discografia - costretta a tagliare, tra le altre cose, anche la promozione - del potere economico che in passato le permetteva di var valere il proprio peso nei confronti delle emittenti.

Rimane - ultima ma non meno importante - la questione che ci ha spinto a realizzare questa inchiesta: è possibile che in Italia venga escluso dalla programmazione il brano firmato da un nome di primissimo piano - come è successo sulla prima emittente radiofonica della BBC, in Gran Bretagna, con Green Day e Muse - perché giudicato non qualitativamente all'altezza? Nonostante un paio di defezioni - Radio Deejay e Radio Kiss Kiss, pur contattate, non hanno risposto alle nostre domande - il quadro offerto dai direttori artistici interrogati è piuttosto chiaro: di nomi intoccabili ai quali un passaggio nelle playlist proprio non si possa rifiutare non ce ne sono. Se, tuttavia, alla BBC l'unico discrimine nella selezione delle canzoni è la qualità dei brani - stabilita, come hanno spiegato George Ergatoudis e Nigel Harding, arbitrariamente dai direttori di rete - in Italia a guidare le scelte sono soprattutto le direttive editoriali stabilite sul focus target delle varie emittenti, anche in funzione (specie per i network commerciali nazionali) della raccolta pubblicitaria.

Non stupisce, quindi, che la domanda sulla qualità dell'offerta discografica attuale non abbia fatto registrare risposte pungenti: date una linea editoriale e un target, compito del direttore artistico è cercare di conservare la platea acquisita e di ampliarla, fondamentalmente inseguendo i gusti dell'audience. Una situazione che - come riconosciuto da molti - ha causato una certa omologazione, ma tant'è: in tempi di crisi, e con il gettito degli inserzionisti in progressiva e costante diminuzione, la qualità della selezione non può evitare il confronto con i dati d'ascolto.

Per arrivare a potersi permettere l'autonomia e l'indipendenza della BBC, quindi, pare sia indispensabile tagliare qualsiasi rapporto con gli interlocutori commerciali. E la via, va da sé, prevede che l'emittente pubblica, proprio come avviene nel Regno Unito per le stazioni che trasmettono solo entro i confini nazionali, si mantenga con il solo canone versato dai contribuenti.

I vertici della British Broadcasting Company vengono nominati dal BBC Trust, organo di governo del network presieduto da dodici membri (personalità nominate dalla Corona dietro indicazioni del governo in carica) che opera indipendentemente dall'amministrazione del gruppo e riferisce annualmente al parlamento del suo operato. La nomina, però, non è esclusivamente politica: il predecessore dell'attuale presidente del gruppo Tony Hall, George Entwistle, fu selezionato per conto del Trust dalla Egon Zehnder International, società leader mondiale del recruiting già partner di diverse multinazionali. In Italia, invece, la nomina del presidente della RAI è affidata al governo, che poi lascia al consiglio di amministrazione del network la facoltà di ratificare il provvedimento. Al fronte di un importo annuale di circa 112 euro in Italia (contro i circa 170 nel Regno Unito), secondo stime del Sole 24 Ore dello scorso gennaio, la media di evasione dell'imposta nel nostro Paese è del 44%, contro - secondo una stima diffusa dalla stessa RAI - il 5% in Gran Bretagna.

(Alfredo Marziano/Davide Poliani)

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