NEWS   |   Industria / 31/10/2013

Radio, inchiesta Rockol: parla Paolo Ravasi Bellomi (R 101)

Radio, inchiesta Rockol: parla Paolo Ravasi Bellomi (R 101)

Come nascono le playlist musicali delle emittenti radiofoniche, e cosa le determina? Il gusto personale dei direttori artistici, le richieste del pubblico, l'attenzione all'audience e agli investimenti pubblicitari, i rapporti di collaborazione con le case discografiche? Sarebbero possibili, in Italia, casi come quello avvenuto di recente in Inghilterra, dove l'emittente pubblica BBC si è permessa di escludere dalla programmazione alcuni degli artisti rock più popolari del momento? Nel penultimo di una serie di incontri sul tema Rockol ne parla con Paolo Ravasi Bellomi, music manager di R 101.

E' mai capitato a R 101 di non trasmettere artisti importanti, paragonabili per popolarità ai grandi esclusi - Green Day, Muse - dalla recente programmazione musicale di BBC 1?

Sì, certo. Episodi del genere fanno parte della storia della nostra emittente anche in virtù del nostro profilo di radio adult contemporary con un pubblico di riferimento di età compresa tra i 25 e i 50 anni. Il format ci induce a selezionare suoni e artisti che ci differenzino dagli altri, cosicché capita sovente che anche alcuni grandi successi, e soprattutto gli hit estivi programmati con insistenza da tutte le altre radio, non siano ritenuti in linea con il nostro prodotto editoriale.

Questa politica ha mai generato incomprensioni con le case discografiche?

Non direi. All'inizio ci sono state magari alcune richieste di spiegazioni. Ma una volta motivate le scelte la nostra linea d'azione è stata compresa. E' successo, e succede tuttora, che sia la stessa discografia a non proporci certi brani nella consapevolezza che non verranno trasmessi. I discografici sanno per quali prodotti la nostra radio possa essere il canale più giusto e più autorevole. Si è instaurato un rapporto di collaborazione anche se qualche discussione in passato non è mancata e le pressioni, nel caso di brani che sono al numero uno dell'airplay in tutto il mondo, capita di subirle. L'hip hop e il rock propriamente inteso, per fare un esempio, non fanno parte del nostro core sound e non rientrano nel nostro format. Sono i cosiddetti "estremi" che abbiamo cercato di tagliare: il discorso non vale per alcuni brani che, una volta fatto il crossover , vengono da noi ripresi e programmati solo per il periodo ritenuto necessario. Si tratta, comunque, di casi eccezionali.

Me ne può citare qualcuno?

E' capitato proprio con i Muse, in occasione del singolo uscito l'estate scorsa: lo abbiamo programmato anche noi, ma solo in seconda battuta e quando ormai era diventato un pezzo di grande successo. Prima di prendere la decisione di trasmetterlo, insomma, abbiamo aspettato un po' di tempo.

Quegli stessi Muse che BBC 1 ha "bocciato" ultimamente non per questioni di target o di format, ma esprimendo un giudizio secco sulla qualità della proposta.

Ma questa è una cosa naturale, un metodo che andrebbe applicato a tutti i prodotti: se non riteniamo che un pezzo sia qualitativamente buono, non lo programmiano anche se rientra nel nostro mondo musicale. Anche per noi la qualità è una discriminante.

E come la giudica, oggi, la qualità media delle proposte musicali che arrivano in radio?

Buona. Non nascondo che tra me e i miei collaboratori, nel decidere cosa trasmettere e cosa no, sorgono a volte delle discussioni e la scelta si fa impegnativa. I prodotti da talent show, ad esempio, non sono esattamente in linea con quello che trasmettiamo di norma, ma capita a volte che siano di qualità tale da indurci a riflettere seriamente sul da farsi.

Le case discografiche, d'altra parte, accusano spesso le radio di essere troppo simili una all'altra. E di dare poco spazio ai nuovi talenti, non solo quelli prodotti dai talent show e dunque in grado di beneficiare di una forte spinta promozionale grazie alle tv. Come risponde, a queste accuse?

E' vero che in Italia le radio tendono a essere abbastanza simili tra loro, a parte piccole sfumature. Noi siamo una realtà diversa, che punta molto sulla musica di catalogo riservando una quota alle novità. Avendo a disposizione una playlist molto ristretta bisogna ovviamente scegliere ciò che si ritiene essenziale e importante per il proprio pubblico. Non si può "sporcare" la scaletta con altri prodotti, per cui sono altri i canali di promozione più adeguati. Resto dell'idea che quando si ha in mano un prodotto nuovo bisogna saperlo lavorare. Un unico "passaggio" nell'arco delle 24 ore non serve a nulla. O gli garantisci una buona rotazione, in modo che l'ascoltatore lo possa sentire in vari momenti della giornata e abbia modo di assimilarlo e memorizzarlo, o è tutto inutile. Quando decidiamo di programmare una canzone che nel frattempo è già diventata popolare possiamo arrivare a una media di quattro passaggi al giorno.

Qual è oggi il vostro mix tra "catalogo" e novità?

50 e 50, all'incirca. O forse sarebbe più corretto dire che il rapporto è leggermente sbilanciato verso il repertorio che va dagli anni '80 al 2010, mentre centelliniamo le produzioni del 2013. La musica italiana, in questo ambito, copre oggi circa il 30 per cento della programmazione.

Che ne pensa dunque della proposta, rilanciata nelle scorse settimane, di garantire una quota "protetta" alla produzione italiana?

E' una proposta che non condivido. Sono dell'idea che un brano ha successo grazie alla sua qualità e non perché si è costretti a metterlo in onda. Certo, se l'airplay è più massiccia è probabile che il pezzo arrivi prima all'attenzione del pubblico. Ma magari, per garantire il raggiungimento della quota, ci si vede costretti a trasmettere pezzi mediocri. E' un equilibrio molto sottile e molto delicato, e quella non mi sembra la soluzione migliore: se un pezzo è forte e ben prodotto, sicuramente verrà programmato.

Qualche suo collega sintetizza il senso della programmazione musicale dicendo che la musica, in radio, serve a fare audience: numeri che si traducono in introiti pubblicitari. Le case discografiche, dunque, che ruolo hanno? Quello di semplici fornitori di "contenuto"?

Direi di sì. Loro ci propongono i loro prodotti e noi decidiamo cosa trasmettere o no. Abbiamo interessi diversi, e il mio compito è di guardare al prodotto in funzione del pubblico a cui mi rivolgo. Il resto non conta.

Per anni, però, si è parlato di cointeressenze tra le due parti: condivisione di punti royalty e di coedizioni, ecc.

Non sappiamo se ritenerci fortunati: pur avendone sentito parlare, ne siamo sempre rimasti al di fuori. Ovvio che una casa discografica compri spazi pubblicitari in radio, ma da rapporti di altra natura con la discografia ci siamo sempre astenuti.

Vi infastidisce che alcuni vostri concorrenti si siano creati una casa discografica con cui promuovono artisti di successo?

In prima battuta è stato così: la prima impressione è stata che, come si dice, se la suonassero e cantassero da sole. Ma a ben guardare l'etichetta di RTL, RDS e Radio Italia, Ultrasuoni, è servita a promuovere un unico gruppo, i Modà. Logico che questi ultimi risultino rafforzati dall'appoggio di tre emittenti dotate di un notevole bacino d'ascolto. Però non mi risulta che quell'etichetta abbia altri artisti e a un paio d'anni dal suo lancio non vedo più implicazioni negative: non è che i nostri concorrenti siano entrati pesantemente nel settore discografico facendo man bassa di artisti.

I pericoli, allora, stanno altrove? Magari nei servizi di streaming come Spotify, di cui anche una potenza come la stessa BBC confessa di sentire la pressione concorrenziale?

Sicuramente bisogna stare attenti, perché queste piattaforme mettono a disposizione del pubblico un'opportunità diversa di ascoltare musica. Credo però che il fascino della radio sia tutt'altra cosa: è l'unico mezzo tuttora in grado di arrivare ovunque, a differenza dei servizi di streaming che in Paesi come il nostro scontano ancora i problemi legati a connettività e diffusione delle reti a banda larga. Nella sua immediatezza la radio ha ancora un punto di forza: di sicuro, però, non dovremo stare a guardare.

Leggi anche: Radio, inchiesta Rockol: cosa trasmettono, e perché