Roy Harper (con Jonathan Wilson) a Manchester: il report di Rockol

Roy Harper (con Jonathan Wilson) a Manchester: il report di Rockol
Era arrivato sul palco quasi in punta di piedi mentre Jonathan Wilson chiudeva il suo breve set acustico con "Moses pain", uno dei brani in più puro stile Laurel Canyon tra quelli raccolti nell'ultimo e già lodatissimo album "Fanfare". E se ne va in modo altrettanto informale, in mano un boccale di birra e due rose donategli dalle prime file a inizio concerto, dopo avere ringraziato e confessato il suo nervosismo per quel ritorno a casa dopo tanto tempo.
Roy Harper, nella moderna eleganza architettonica e nella perfezione acustica della Bridgewater Hall(dove l'abbiamo visto il 25 ottobre) di Manchester riservata principalmente ai concerti di musica classica, canta, suona e parla quasi come fosse nel salotto di casa sua. Raccontando, conversando, zittendo con amabile perfidia gli spettatori più chiassosi e importuni. Indossa un gilet, ma barba e capelli bianchi sulle spalle sono quelle di un vecchio beatnik. Un "January man" - come recita il titolo della canzone forse più toccante del recentissimo "Man and myth" ("è la storia di un settantenne che si innamora a prima vista di una venticinquenne: succede tutti i giorni, no?") - consapevole di vivere "l'inverno della mia vita, ma di non essere ancora arrivato a febbraio".
Ha una voce teatrale, da attore, che usa ancora come un magnifico strumento, pescando nel diaframma e nelle corde vocali la solenne gravità di un baritono e falsetti in vibrato che per spericolatezza ricordano talvolta Peter Hammill, il cantante dei Van der Graaf Generator di otto anni più giovane di lui. Arpeggia la chitarra con la scioltezza di chi si è fatto le ossa nei folk club londinesi durante i Sixties, ogni tanto stecca una nota e dimentica spesso e volentieri i testi delle nuove canzoni - le sue apparizioni dal vivo sono una rarità, questa è la seconda data di un mini tour di tre concerti concluso ieri sera a Bristol, e un po' di ruggine era da mettere in conto - che poi si premura di recitare e completare per rendere giustizia alle sue nuove composizioni.
Nessun tentennamento sui cavalli di battaglia, invece, riproposti anch'essi in dimensione esclusivamente acustica con l'aiuto di una sezione d'archi di cinque elementi, di tre fiatisti e di Wilson, discreto prezioso e indaffarato tra chitarre, banjo, mandolini, armonica, tamburello, piatto e martelletti.
Appena arrivato sul palco Harper gli stringe la mano e poi da solo attacca "Highway blues", una di quelle sue ballate a saliscendi marcate da continui cambi di tempo, divagazioni, parentesi e ritorni al tema principale: ispirate a Kerouac e al be bop quanto a Dylan e a Davy Graham. Con il secondo pezzo in scaletta, "Time is temporary", fa capire che scorrere e fugacità del tempo sono temi forti della serata, un graffio al cuore e all'anima affrontato con serena saggezza e composta rassegnazione. Wilson, a piedi nudi come il direttore d'orchestra e uno dei violinisti pizzica il suo banjo scrostato, mentre violini, viola e violoncello contrappuntano con misurata eleganza, ma subito dopo tocca a "Heaven is here", una mini suite in tre parti che in sedici minuti di sogno a occhi aperti affastella riflessioni autobiografiche e richiami ai miti classici (Orfeo e Euridice, Giasone e gli Argonauti) mettendo alla prova la concentrazione degli spettatori. Il segreto sta nel predisporsi al viaggio, nel lasciarsi cullare dalle onde di quel mare di suoni che evocano vecchie leggende e relitti trovati nel Mar Nero per poi trovare conforto nelle melodie più attese e conosciute, l'incantamento amoroso di "Hallucinating light", la dolcezza malinconica e lirica di "Another day" e "I'll se you again".
Dopo una pausa di venti minuti il racconto riprende con "The stranger", un'altra ballad introspettiva e autobiografica che, confessa Harper, ricorda melodicamente Richard Fariña, uno dei suoi eroi giovanili; più tardi è Bob Dylan a venire celebrato con una versione di "North country girl" impreziosita da intricati vocalizzi e introdotta da un benevolo rimprovero al vecchio amico Marc Bolan, che contraendo nome e cognome del poeta di Duluth si inventò il nome d'arte rubando spesso, a inizio carriera, i suoi motivi pop alla tradizione folk ("ma lo facevamo tutti").

E' un concerto da camera, e l'unico brano "rock" della serata ("Immaginatelo accompagnato da una band", suggerisce Harper) è "The enemy", uno di quei pamphlet sociopolitici al curaro che da sempre sono un'altra faccia della sua vena poetica. Wilson è efficace alla seconda voce quanto nei brevi assoli di chitarra, mentre un senso di vertigine psichedelica, amplificata dal turbinio degli archi e da suggestive sovrapposizioni vocali in loop, regala un sapore speciale a un pezzo speciale come "Twelve hours of sunset" ("mio padre non ha mai preso un areo in vita sua", racconta Harper ricordando che proprio un volo transcontinentale fu all'origine del concepimento del brano). La setlist pesca abbondantemente dall'ultimo album ma tutto il resto, come ha sottolineato qualche giorno prima Maddy Costa sul Guardian recensendo lo show londinese alla Royal Festival Hall, risale al periodo compreso tra il 1970 e il '75, il quinquennio d'oro di un cantautore che non ha mai conosciuto il successo di massa e ha vissuto gli '80 e i '90 nell'oblio. E sono quei brani, i più attesi, i più amati, a esaltare un finale in crescendo, intenso e commovente. Nel 2013 "Me and my woman" (da "Stormcock", 1971), "una sorta di canzone d'amore che dà origine a un sacco di domande", è ancora un'inebriante cavalcata folk rock prog da standing ovation, l'epitome di una stagione e di una carriera musicale irripetibile. Mentre nessuno potrebbe farsi convincere a sgombrare la sala senza prima avere ascoltato "When an old cricketer leaves the crease", con quegli irresistibili ottoni da banda inglese di paese che tengono bordone a una melodia e a una metafora struggente, il vecchio giocatore che lascia il campo per l'ultima volta. Si capisce che Harper, rincuorato da vecchi e nuovi ammiratori, non lo vorrebbe intendere come un commiato definitivo. Ma a settantadue anni, spiega prima di andarsene, non si fanno programmi a lunga scadenza. Anche per questo si esce dalla Bridgewater Hall con gli occhi umidi e l'impressione di avere assistito a qualcosa di straordinario.

(Alfredo Marziano)

Setlist di Jonathan Wilson:
"Desert trip"
"Desert raven"
"Gentle spirit"
"Just for love" (Quicksilver Messenger Service)
"Moses pain"

Setlist di Roy Harper:
Prima parte:
"Highway blues"
"Time is temporary"
"Heaven is here"
"Hallucinating light"
"Another day"
"I'll see you again"
Seconda parte:
"The stranger"
"January man"
"The enemy"
"Twelve hours of sunset"
"North country girl"
"Me and my woman"
Bis
"When an old cricketer leaves the crease"
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