NEWS   |   Industria / 06/06/2003

I vent'anni di Rykodisc: 'Pubblichiamo quello che compreremmo nei negozi'

I vent'anni di Rykodisc: 'Pubblichiamo quello che compreremmo nei negozi'
In un mondo quotidianamente scosso da notizie di licenziamenti, fusioni tra multinazionali e progetti artistici validi respinti al mittente è confortante sapere che esistono ancora (e che siano tuttora vivi e vegeti) marchi d'alta scuola artigianale come la Rykodisc. L'occasione di parlarne arriva con il ventesimo compleanno della società della East coast statunitense (originaria del Massachusetts): che oggi è un gruppo “integrato” comprensivo di casa discografica, edizioni musicali (amministra le canzoni di Bob Marley e, in molti paesi del mondo, quelle del giro Buena Vista Social Club) e società di distribuzione (negli USA, dove è significativamente l'unica etichetta indie a provvedere direttamente al rifornimento dei negozi), attiva tanto sul versante “archeologico” delle ristampe quanto (dopo un periodo di involuzione) sul fronte delle novità discografiche.
Non che non abbia avuto le sue traversìe, l'etichetta nata con intuizione felice e tempestiva sull'onda della rivoluzione digitale del compact disc (“Ryko” è un termine mutuato dalla lingua giapponese che indica, appropriatamente, “il suono che proviene da un raggio di luce”). Soprattutto dopo il “merger” con la Palm Pictures di Chris Blackwell (vedi News), motivato nel '98 da ragioni “strategiche” e finanziarie, e che sembrava però averla precipitata nel caos e nel mezzo di una preoccupante crisi di identità. Oggi lo riconosce anche Arthur Mann, co-fondatore della Rykodisc e suo attuale presidente: “Chris (Blackwell) voleva scovare il nuovo Cat Stevens e per fare ciò aveva confinato l'etichetta all'area del cantautorato classico americano. Non avevamo più una strategia coerente, e avevamo tradito noi stessi: Ryko è sempre stato sinonimo di eclettismo musicale, rock, folk, jazz, bluegrass e quant'altro. Ma ora le cose sono cambiate: dall'agosto del 2001, insieme con gli azionisti e con il nuovo chairman Sam Holdsworth, ho ripreso il controllo della società. E stiamo riorganizzando il nostro ufficio artistico per tornare ad essere quelli di sempre”.
Mann ne parla ancora con l'entusiasmo del neofita. Lo stesso che lui e i suoi tre soci di allora misero in gioco nell'83, quando nel nascente compact disc videro una porta spalancata al loro ingresso nel business discografico: “Di fronte al primo lettore CD, allora, ci sentimmo come le scimmie di '2001 Odissea nello spazio' che danzano davanti all'obelisco. Abbiamo cominciato quasi per gioco, o per scommessa: una casa discografica che non produce musica ma fa da ponte tra analogico e digitale, acquisendo master e diritti per pubblicare LP e cassette in versione CD. Non fu difficile, all'inizio, perché le multinazionali non sapevano ancora che atteggiamento prendere di fronte alla novità del compact. Intanto, certi artisti lungimiranti come Frank Zappa erano ansiosi di approfittare delle nuove possibilità offerte dalla tecnologia. Frank aveva già iniziato a reincidere alcune basi ritmiche dei suoi dischi per adattarle al nuovo formato: noi, grazie ai nostri accordi con una fabbrica in Giappone, dove era localizzata allora quasi tutta la produzione, eravamo in grado di assicurargli che i suoi CD sarebbero arrivati rapidamente nei negozi” (dopo la morte dell'artista, avvenuta nel '93, la Rykodisc acquistò dagli eredi i diritti sul suo intero catalogo per 20 milioni di dollari; e ora, in occasione del decennale della morte, preannuncia la probabile pubblicazione entro fine anno di nuovi materiali d'archivio, in versione audio ma anche in DVD). Sembra preistoria, ormai. E il futuro? “Il successo della Apple con l'iTunes Music Store dimostra che quella è la strada”, dice Mann. “E anche noi, ovviamente, stiamo pensando al digitale. Ma i negozi di dischi tradizionali restano importanti: resisteranno, anche se è difficile predire per quanto tempo ancora”.
In quegli stessi negozi, Rykodisc fin dall'inizio ha saputo distinguersi dalla massa di etichette che affollano il mercato. Anche visivamente, sugli scaffali, grazie all'inconfondibile jewel box di colore verde. “L'abbiamo registrata subito come marchio di fabbrica. Don Rose, che è stato il nostro presidente per i primi quindici anni, si era ispirato al colore della bottiglia della Coca-Cola”. Negli ultimi anni, però, aveva perso colpi nei confronti di concorrenti più aggressivi: più rapidi (come il gruppo Epitaph di Tom Waits, Daniel Lanois e del compianto Joe Strummer) nell'accaparrarsi i servigi di grandi artisti usciti, volenti o nolenti, dal giro delle multinazionali. “Ognuno ha i suoi alti e bassi”, riflette Mann. “Ma ora siamo tornati in azione, a tutto campo. Abbiamo appena acquisito cataloghi come quello della Restless Records (in cantiere un box set dei Soul Asylum e nuovi repackaging dedicati ai Replacements). Stiamo firmando il contratto con i Fire Theft, una band nata sulle ceneri dei Sunny Day Real Estate, uno dei gruppi più popolari tra i ragazzi americani che prima incideva per la Sub Pop. Pubblicheremo presto un nuovo album di Robert Wyatt. E abbiamo ingaggiato un grande artista come Joe Jackson con un contratto multi-album. Siamo molto soddisfatti delle vendite di 'Volume 4': oltre 100 mila copie, e speriamo di qui a sei mesi di farne altrettante in Europa. Intanto abbiamo già superato i risultati della sua etichetta precedente, la Sony”.
E' stato lo stesso management di Jackson, rivela Mann, a contattarli: “Tra l'altro il suo primo manager, John Telfer, ha lavorato per anni alla Ryko, come direttore internazionale. In qualche modo Joe ci è sempre stato familiare. Quel contratto è un buon esempio di come intendiamo impostare i nostri rapporti con gli artisti: piena collaborazione e condivisione degli sforzi. Non mettiamo sotto contratto, di norma, qualcuno che non è in grado autonomamente di fare dischi, che non suona regolarmente dal vivo e che non ha un management che lo segue. Non fondiamo le nostre aspettative di successo su MTV o sulle radio, soprattutto in un clima come quello di oggi”. Lo stesso spirito di collaborazione la casa americana lo applica alla gestione dei suoi rapporti commerciali, dove continua a preferire la formula della pura distribuzione (affidata a I.R.D. per il nostro territorio) a quella della licenza ad altre società discografiche. “E' una mia scelta precisa”, spiega Mann. “Quando affidi i cataloghi in licenza finisce che il tuo partner seleziona quel che vuole spingere e pubblicare. A noi interessa invece che i nostri prodotti siano disponibili ovunque, e per il resto coordiniamo da Londra e attraverso i collaboratori locali (Davide Sapienza, in Italia) le attività di marketing e di promozione. Questo ci permette un controllo migliore della situazione, e ci garantisce che i dischi raggiungano i consumatori. Anche perché – conclude il presidente di Rykodisc – è a loro che pensiamo: continuiamo a pubblicare i dischi che noi stessi, come fan, vorremmo vedere nei negozi”.