Radio, inchiesta Rockol: parla Angelo Colciago De Robertis (Rete 105)

Come nascono le playlist musicali delle emittenti radiofoniche e che cosa le determina? Il gusto personale dei direttori artistici, le richieste del pubblico, l'attenzione all'audience e agli investimenti pubblicitari, i rapporti di collaborazione con le case discografiche? Sarebbero possibili, in Italia, casi come quello avvenuto di recente in Inghilterra, dove l'emittente pubblica BBC si è permessa di escludere dalla programmazione alcuni degli artisti rock più popolari del momento? Nella quarta puntata della nostra inchiesta sul tema ne parliamo con Angelo Colciago De Robertis, direttore artistico di Radio 105.

Potrebbe succedere, in Italia, qualcosa di simile a quanto accaduto di recente in Inghilterra, dove i dirigenti di BBC Radio 1 non hanno voluto trasmettere i nuovi pezzi di Muse e Green Day non ritenendoli all'altezza o comunque non in sintonia con la linea editoriale? Sono mai successi, da noi, episodi analoghi?

E' accaduto anni fa, quando per una polemica con la SCF, l'agenzia di collecting dei discografici, alcuni brani vennero esclusi per qualche tempo dalle playlist. Al di là di quel caso specifico, e limitandosi a considerazioni di tipo artistico, va detto che la programmazione di una radio segue due criteri fondamentali. Il primo ha a che fare con la linea editoriale dell'emittente: se sei una radio dance, cerchi di escludere tutto quello che non rientra in quell'ambito. Il secondo consiste nel cercare di trasmettere cose che possano risultare interessanti per il tuo pubblico di riferimento: se sei una radio generalista, cerchi di tenere conto delle richieste dei tuoi ascoltatori. Ci sono, ovviamente, problemi legati all'affollamento: quando ci sono tante richieste e pochi spazi sei obbligato a fare delle scelte, dei sacrifici. Ci sono poi operazioni legate ad attività parallele, iniziative che si collegano ad anteprime discografiche o alla promozione di concerti e che esulano in parte dalle considerazioni sul valore del disco che metti in onda.

Questioni di business, insomma...

Business è una parola grossa, nell'immaginario collettivo si è diffusa l'idea che per "mettere" i dischi si prendano soldi ma le cose non stanno così. La storia ci dice che è successo, in Italia come nel resto del mondo, ma in realtà il tutto ha origine normalmente da scelte editoriali; l'eventuale decisione della casa discografica di investire del denaro per sostenere un progetto e dargli una dimensione diversa viene in un secondo momento. Decidendo di trasmettere un brano la radio crea attenzione; ma per far sapere che quel brano lo si può trovare in un album o in una compilation la casa discografica, un tempo, era solita fare una campagna pubblicitaria. Non dimentichiamoci che con la musica che trasmettiamo noi facciamo ascolti: se decidessimo di programmare cose che non piacciono, che fanno scappare il pubblico, ci faremmo del male da soli e davanti a questo non ci sono considerazioni economiche che tengano. Il nostro business consiste nel produrre dei numeri con la musica che programmiamo, e nel "vendere" quei numeri agli sponsor.

Come valuti, oggi, la qualità media delle proposte che arrivano dal mercato?

Non mi occupo più direttamente di programmazione come ho fatto per molti anni, ma ritengo che la qualità della musica, nazionale e internazionale, si sia molto abbassata rispetto al passato. Mi sembra che le case discografiche, oggi, tendano a pubblicare tanti prodotti che valgono 10, invece di due che valgono 50. Il valore del disco è diminuito, se ne fanno di più per ottenere più o meno lo stesso risultato. Si ha a che fare, in linea di massima, con prodotti dal ciclo di vita più breve, al di là di dischi fenomeno come "Get lucky" dei Daft Punk che pur essendo una canzone piuttosto facile e "leggera" l'estate scorsa è stata molto trasmessa in radio. Oggi è difficile ricavare tre singoli da un album, mentre un tempo spesso avevi l'imbarazzo della scelta: anzi, ti veniva spesso voglia di ascoltare qualcosa di diverso dal brano che la casa discografica stava promuovendo in quel momento.

Sicuramente l'offerta si è frammentata. L'altro punto di vista, quello dei discografici, è che le radio siano troppo conformiste e diano poco spazio ai nuovi talenti.

I discografici sono al tempo stesso vittime e causa di questa situazione. Introducendo un sistema di rilevazione degli ascolti, che un tempo si chiamava Music Control e oggi si chiama Ear One e in tanti altri modi, hanno finito per appiattire il mercato. Nel momento in cui si chiede a tutte le radio di fare la stessa cosa, nello stesso modo e alla stessa ora ottieni un risultato molto efficace nell'immediato togliendo però a ogni singola radio la possibilità di allestire una "vetrina" diversa dalle altre. Dove lo trovi, lo spazio per i nuovi artisti, se tutte le radio devono trasmettere Eros Ramazzotti, Laura Pausini o i Red Hot Chili Peppers? Il problema è che quel sistema, nato come strumento di rilevazione e indice di gradimento delle radio, è diventato qualcosa di simile alla classifica di vendita e anzi persino più potente; i discografici delle major hanno finito per usarlo per dimostrare la bontà del loro lavoro ai loro capi internazionali. Il monitoraggio dell'airplay è diventato il tassello di un puzzle, l'appiattimento che genera ha tolto alle radio la possibilità di avere una propria personalità e di essere propositive.

Dunque anche la preponderanza del formato hit radio è in parte conseguenza di questa situazione?

No. In realtà anche le hit radio, in Italia, avevano una loro personalità. A differenza di quanto succede in America, dove "suonano" la musica di origine nazionale concentrandosi sui Top 40, in Italia le emittenti generaliste hanno la possibilità di coltivare una propria individualità: a differenza degli altri Paesi noi programmiamo di tutto.

Se la musica serve a produrre numeri, come si diceva poco fa, sono l'audience e gli investitori pubblicitari gli arbitri della situazione? Le case discografiche non sono più partner essenziali?

In realtà le cose non sono poi molto cambiate, il nostro è sempre stato un rapporto di odio e amore. Un tempo, certo, le case discografiche avevano denaro da investire nei loro progetti, nella carriera di un artista e nella promozione in radio. Al di là di questo, le cose non sono mutate: noi continuiamo ad avere bisogno di musica, che resta un elemento fondamentale anche se non l'unico del nostro prodotto, e loro hanno bisogno di visibiltà ed esposizione per quelle proposte musicali che altrimenti la gente faticherebbe a trovare e ad apprezzare.

Anche se oggi la musica si rintraccia e si ascolta sui social media, su Spotify e su YouTube?

Certo, oggi non siamo più l'unico punto di riferimento per chi cerca musica nuova o i successi consolidati. Spotify è l'elemento più "pericoloso" per la radio, perché oltre a costruire un immenso database è anche in grado di organizzarlo in un certo modo attraverso le playlist e i canali tematici, e dispone di un elemento social che permette la condivisione degli ascolti. Ma a ben guardare anche nei servizi di streaming più evoluti manca un'anima. Mancano tutti quegli elementi che in una radio fanno da contorno alla musica. Per distinguersi, le radio devono avere sempre più personalità, sempre più carattere, e usare la musica anche in funzione di altri contenuti. Chi le ascolta solo per sentire la musica oggi può rivolgersi tranquillamente a Deezer, Spotify, iTunes o YouTube. Il prodotto radio è qualcosa di più completo, e trasmette idee anche in altri modi.

In cosa cerca di distinguersi, una radio come 105?

Da noi la programmazione musicale fa da supporto alla programmazione degli altri contenuti: scenette comiche, notiziari, intrattenimento. Ha molto rispetto del parlato, mentre in altre emittenti succede esattamente il contrario. Ci sono radio specializzate come Virgin Radio o Radio Montecarlo che ti offrono un "mondo" musicale difficile da ricostruire altrove. Noi siamo diversi, a 105 la musica è in funzione delle nostre altre proposte. Pensiamo anche a curare nicchie lasciate scoperte e che hanno bisogno di un punto di riferimento: ci siamo costruiti una credibilità in relazione alla scena hip hop italiana, per esempio, o a certa musica dance. Siamo una vetrina. E' come andare in centro a Milano, in via della Spiga o in corso Buenos Aires: c'è chi propone certe marche di abbigliamento piuttosto che altre, ognuno si presenta per quello che è. Anche scegliendo che cosa non trasmettere: la differenza, anzi, la si fa più spesso attraverso ciò che si decide di non mettere in scaletta, rispetto a ciò che si "suona". Ogni volta che decidi di programmare un pezzo che tutti trasmettono, in fondo, perdi un'occasione per far ascoltare qualcosa che potrebbe darti un'identità più definita.

    Come nascono le playlist musicali delle emittenti radiofoniche e che cosa le determina? Il gusto personale dei direttori artistici, le richieste del pubblico, l'attenzione all'audience e agli investimenti pubblicitari, i rapporti di collaborazione con le case discografiche? Sarebbero possibili, in Italia, casi come quello avvenuto di recente in Inghilterra, dove l'emittente pubblica BBC si è permessa di escludere dalla programmazione alcuni degli artisti rock più popolari del momento? Nella quarta puntata della nostra inchiesta sul tema ne parliamo con Angelo Colciago De Robertis, direttore artistico di Radio 105.

    Potrebbe succedere, in Italia, qualcosa di simile a quanto accaduto di recente in Inghilterra, dove i dirigenti di BBC Radio 1 non hanno voluto trasmettere i nuovi pezzi di Muse e Green Day non ritenendoli all'altezza o comunque non in sintonia con la linea editoriale? Sono mai successi, da noi, episodi analoghi?

    E' accaduto anni fa, quando per una polemica con la SCF, l'agenzia di collecting dei discografici, alcuni brani vennero esclusi per qualche tempo dalle playlist. Al di là di quel caso specifico, e limitandosi a considerazioni di tipo artistico, va detto che la programmazione di una radio segue due criteri fondamentali. Il primo ha a che fare con la linea editoriale dell'emittente: se sei una radio dance, cerchi di escludere tutto quello che non rientra in quell'ambito. Il secondo consiste nel cercare di trasmettere cose che possano risultare interessanti per il tuo pubblico di riferimento: se sei una radio generalista, cerchi di tenere conto delle richieste dei tuoi ascoltatori. Ci sono, ovviamente, problemi legati all'affollamento: quando ci sono tante richieste e pochi spazi sei obbligato a fare delle scelte, dei sacrifici. Ci sono poi operazioni legate ad attività parallele, iniziative che si collegano ad anteprime discografiche o alla promozione di concerti e che esulano in parte dalle considerazioni sul valore del disco che metti in onda.

    Questioni di business, insomma...

    Business è una parola grossa, nell'immaginario collettivo si è diffusa l'idea che per "mettere" i dischi si prendano soldi ma le cose non stanno così. La storia ci dice che è successo, in Italia come nel resto del mondo, ma in realtà il tutto ha origine normalmente da scelte editoriali; l'eventuale decisione della casa discografica di investire del denaro per sostenere un progetto e dargli una dimensione diversa viene in un secondo momento. Decidendo di trasmettere un brano la radio crea attenzione; ma per far sapere che quel brano lo si può trovare in un album o in una compilation la casa discografica, un tempo, era solita fare una campagna pubblicitaria. Non dimentichiamoci che con la musica che trasmettiamo noi facciamo ascolti: se decidessimo di programmare cose che non piacciono, che fanno scappare il pubblico, ci faremmo del male da soli e davanti a questo non ci sono considerazioni economiche che tengano. Il nostro business consiste nel produrre dei numeri con la musica che programmiamo, e nel "vendere" quei numeri agli sponsor.

    Come valuti, oggi, la qualità media delle proposte che arrivano dal mercato?

    Non mi occupo più direttamente di programmazione come ho fatto per molti anni, ma ritengo che la qualità della musica, nazionale e internazionale, si sia molto abbassata rispetto al passato. Mi sembra che le case discografiche, oggi, tendano a pubblicare tanti prodotti che valgono 10, invece di due che valgono 50. Il valore del disco è diminuito, se ne fanno di più per ottenere più o meno lo stesso risultato. Si ha a che fare, in linea di massima, con prodotti dal ciclo di vita più breve, al di là di dischi fenomeno come "Get lucky" dei Daft Punk che pur essendo una canzone piuttosto facile e "leggera" l'estate scorsa è stata molto trasmessa in radio. Oggi è difficile ricavare tre singoli da un album, mentre un tempo spesso avevi l'imbarazzo della scelta: anzi, ti veniva spesso voglia di ascoltare qualcosa di diverso dal brano che la casa discografica stava promuovendo in quel momento.

    Sicuramente l'offerta si è frammentata. L'altro punto di vista, quello dei discografici, è che le radio siano troppo conformiste e diano poco spazio ai nuovi talenti.

    I discografici sono al tempo stesso vittime e causa di questa situazione. Introducendo un sistema di rilevazione degli ascolti, che un tempo si chiamava Music Control e oggi si chiama Ear One e in tanti altri modi, hanno finito per appiattire il mercato. Nel momento in cui si chiede a tutte le radio di fare la stessa cosa, nello stesso modo e alla stessa ora ottieni un risultato molto efficace nell'immediato togliendo però a ogni singola radio la possibilità di allestire una "vetrina" diversa dalle altre. Dove lo trovi, lo spazio per i nuovi artisti, se tutte le radio devono trasmettere Eros Ramazzotti, Laura Pausini o i Red Hot Chili Peppers? Il problema è che quel sistema, nato come strumento di rilevazione e indice di gradimento delle radio, è diventato qualcosa di simile alla classifica di vendita e anzi persino più potente; i discografici delle major hanno finito per usarlo per dimostrare la bontà del loro lavoro ai loro capi internazionali. Il monitoraggio dell'airplay è diventato il tassello di un puzzle, l'appiattimento che genera ha tolto alle radio la possibilità di avere una propria personalità e di essere propositive.

    Dunque anche la preponderanza del formato hit radio è in parte conseguenza di questa situazione?

    No. In realtà anche le hit radio, in Italia, avevano una loro personalità. A differenza di quanto succede in America, dove "suonano" la musica di origine nazionale concentrandosi sui Top 40, in Italia le emittenti generaliste hanno la possibilità di coltivare una propria individualità: a differenza degli altri Paesi noi programmiamo di tutto.

    Se la musica serve a produrre numeri, come si diceva poco fa, sono l'audience e gli investitori pubblicitari gli arbitri della situazione? Le case discografiche non sono più partner essenziali?

    In realtà le cose non sono poi molto cambiate, il nostro è sempre stato un rapporto di odio e amore. Un tempo, certo, le case discografiche avevano denaro da investire nei loro progetti, nella carriera di un artista e nella promozione in radio. Al di là di questo, le cose non sono mutate: noi continuiamo ad avere bisogno di musica, che resta un elemento fondamentale anche se non l'unico del nostro prodotto, e loro hanno bisogno di visibiltà ed esposizione per quelle proposte musicali che altrimenti la gente faticherebbe a trovare e ad apprezzare.

    Anche se oggi la musica si rintraccia e si ascolta sui social media, su Spotify e su YouTube?

    Certo, oggi non siamo più l'unico punto di riferimento per chi cerca musica nuova o i successi consolidati. Spotify è l'elemento più "pericoloso" per la radio, perché oltre a costruire un immenso database è anche in grado di organizzarlo in un certo modo attraverso le playlist e i canali tematici, e dispone di un elemento social che permette la condivisione degli ascolti. Ma a ben guardare anche nei servizi di streaming più evoluti manca un'anima. Mancano tutti quegli elementi che in una radio fanno da contorno alla musica. Per distinguersi, le radio devono avere sempre più personalità, sempre più carattere, e usare la musica anche in funzione di altri contenuti. Chi le ascolta solo per sentire la musica oggi può rivolgersi tranquillamente a Deezer, Spotify, iTunes o YouTube. Il prodotto radio è qualcosa di più completo, e trasmette idee anche in altri modi.

    In cosa cerca di distinguersi, una radio come 105?

    Da noi la programmazione musicale fa da supporto alla programmazione degli altri contenuti: scenette comiche, notiziari, intrattenimento. Ha molto rispetto del parlato, mentre in altre emittenti succede esattamente il contrario. Ci sono radio specializzate come Virgin Radio o Radio Montecarlo che ti offrono un "mondo" musicale difficile da ricostruire altrove. Noi siamo diversi, a 105 la musica è in funzione delle nostre altre proposte. Pensiamo anche a curare nicchie lasciate scoperte e che hanno bisogno di un punto di riferimento: ci siamo costruiti una credibilità in relazione alla scena hip hop italiana, per esempio, o a certa musica dance. Siamo una vetrina. E' come andare in centro a Milano, in via della Spiga o in corso Buenos Aires: c'è chi propone certe marche di abbigliamento piuttosto che altre, ognuno si presenta per quello che è. Anche scegliendo che cosa non trasmettere: la differenza, anzi, la si fa più spesso attraverso ciò che si decide di non mettere in scaletta, rispetto a ciò che si "suona". Ogni volta che decidi di programmare un pezzo che tutti trasmettono, in fondo, perdi un'occasione per far ascoltare qualcosa che potrebbe darti un'identità più definita.

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