Radio, inchiesta Rockol: parla Lorenzo Suraci (RTL)

Come nascono le playlist musicali delle emittenti radiofoniche e che cosa le determina? Il gusto personale dei direttori artistici, le richieste del pubblico, l'attenzione all'audience e agli investimenti pubblicitari, i rapporti di collaborazione con le case discografiche? Sarebbero possibili, in Italia, casi come quello avvenuto di recente in Inghilterra, dove l'emittente pubblica BBC si è permessa di escludere dalla programmazione alcuni degli artisti rock più popolari del momento? Nel terzo di una serie di incontri sul tema, Rockol ne parla con Lorenzo Suraci, fondatore e anima di RTL 102.5.

In Inghilterra BBC Radio 1 ha avuto il coraggio di dire di no ai Muse e ai Green Day, non ritenendo le loro ultime produzioni in sintonia con la linea editoriale e con i criteri di programmazione. In Italia si potrebbe ragionare nello stesso modo?

Noi a RTL siamo aperti nei confronti della musica a 360 gradi, da Ligabue al più sconosciuto degli esordienti. Può succedere che un grande artista - magari al secondo, terzo o quarto singolo estratto da uno stesso album - tiri fuori un brano che dal nostro punto di vista non ha le qualità per diventare una hit. E magari quel pezzo viene scartato: non c'è nulla di male, anche perché oggi l'offerta musicale è decisamente superiore alla richiesta. Non mi risulta, comunque, che nella nostra radio vengano esclusi certi prodotti a priori.

Neanche la BBC lo ha fatto: prima di prendere una decisione, ha ascoltato i dischi e ha deciso che non le piacevano.

Per il nostro format certi artisti stanno un po' sulla linea di confine. Se Eminem fa un prodotto un po' più commerciale, viene trasmesso anche da RTL. Se invece fa qualcosa di più estremo, come talvolta avviene, non risulta di nostro interesse e può anche darsi che non lo passiamo. E' chiaro, poi, che se ogni settimana abbiamo a disposizione lo spazio per far "partire" due pezzi e ce ne offrono venti, diciotto restano fuori: è una questione puramente matematica. Analizzando le playlist si verifica che sempre più spesso emergono nomi nuovi, poco conosciuti, capaci di sfornare hit straordinarie. Magari molto più forti del quarto o quinto singolo estratto dall'album di un artista di grande successo.

La quantità si è moltiplicata, d'accordo. E la qualità delle proposte?

Oggi è di alto livello. Anzi altissimo, rispetto al passato. In termini di suono, in termini di produzione. Purtroppo a fare le spese della carenza di spazi sono spesso i prodotti nuovi, specialmente sul fronte del repertorio italiano. Ma a volte, come dicevo, succede anche ai grandi nomi: è accaduto ai Negramaro, per esempio, con un album che ha avuto poco successo dal punto di vista radiofonico. Normalmente però c'è sempre collaborazione, tra radio e discografia.

Anche se quest'ultima vi accusa sempre di scarsa propensione al rischio e alla novità.

La bottega la gestiamo noi, non qualcun altro. E un'emittente radiofonica è come una testata giornalistica di cui nessuno si mette a sindacare le scelte editoriali. Pertanto rimando l'accusa al mittente: la nostra radio ha le sue fondamenta nella musica.

D'altra parte vi attenete a un format preciso, quello della hit radio: quali sono i requisiti perché un brano rientri nelle playlist?

Semplice: programmiamo i brani che riteniamo più "forti". E può trattarsi di chiunque: Emma, che abbiamo sostenuto a inizio carriera, o Bianca Atzei, che per noi vale quanto una giovane artista già consolidata come Alessandra Amoroso. Una hit si riconosce ai primi ascolti, ed è una canzone che può essere ascoltata in radio in ogni momento. Raramente programmiamo pezzi che coprono solo un segmento ristretto della giornata: il pezzo della notte, quello del mattino o del pomeriggio... Un brano forte può entrare in rotazione fino a sei volte nell'arco della giornata, in pratica una volta ogni quattro ore.

Ogni tanto qualcuno - è successo di nuovo in questi giorni, per iniziativa di alcune organizzazioni di etichette indipendenti - invoca quote minime garantite in radio per la musica italiana: 40 % sul totale della programmazione musicale, 20 % riservato ai dischi di nuovi artisti... Voi che ne pensate?

Siccome nel nostro format la musica italiana è fortissima, in certi periodi decisamente superiore al 50 per cento del palinsesto musicale, a noi questo modulo potrebbe anche calzare bene. Ma le quote fisse non funzionano e non sono giuste, nella musica. La musica deve essere aperta, dev'essere di tutti, fruibile in qualunque modo. Tanto più oggi, con tutte le piattaforme e i nuovi media che ci sono sul mercato

A proposito: un'altra dirigente della stessa BBC ha confessato nei giorni scorsi di essere preoccupata dall'ascesa di Spotify.

Secondo me è più un problema per i discografici: i servizi di streaming fanno pagare al pubblico la musica che la radio diffonde gratuitamente.

Ma ricompensano anche economicamente etichette e artisti per la diffusione delle loro canzoni e dei loro album.

In che modo e con quale entità è tutto da vedere. Quel che so è che noi siamo un Paese dove tutto è free. Non abbiamo la cultura dell'America dove invece si paga tutto, a cominciare dall'offerta dei canali televisivi. Da noi la vedo più difficile.

Se la radio è la vostra bottega, chi ne determina i contenuti e le politiche editoriali? Il pubblico e gli inserzionisti?

No, noi andiamo alla ricerca del cliente perché è grazie a lui che facciamo business: questo però non vuol dire che diventi il nostro padrone. Sicuramente non abbiamo mai ricevuto imposizioni, dalle case discografiche. Il rapporto è sempre stato molto aperto, molto libero. E ci siamo fidati della loro capacità di fare il loro mestiere. Non vogliamo sostituirci a loro, anzi. C'è un grande rapporto di sinergia, e non abbiamo mai fatto compromessi.

D'accordo. Ma il lancio della vostra etichetta, Ultrasuoni, le case discografiche non l'hanno preso molto bene.

Forse all'inizio hanno pensato che volessimo metterci a fare i discografici anche noi, mentre nel lanciare quell'etichetta abbiamo semplicemente cercato di mettere a frutto e coordinare le nostre esperienze per promuovere un gruppo con cui ancora lavoriamo, i Modà. A parte quello, abbiamo fatto piccole operazioni senza andare a disturbare la discografia. E lo abbiamo fatto solo perché il gruppo non trovava spazio altrove e si è rivolto a noi. All'inizio ci siamo anche mossi con una certa ingenuità. ma non abbiamo fatto niente di strano: la musica è parte del nostro lavoro.



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