NEWS   |   Industria / 23/10/2013

Radio, inchiesta Rockol: parla Antonio Vandoni (Radio Italia)

Radio, inchiesta Rockol: parla Antonio Vandoni (Radio Italia)

Come nascono le playlist delle emittenti radiofoniche e cosa le determina? Il gusto personale dei direttori artistici, le richieste del pubblico, l'attenzione all'audience e agli investimenti pubblicitari, i rapporti di collaborazione con le case discografiche? Sarebbero possibili, in Italia, casi come quello avvenuto di recente in Inghilterra, dove l'emittente pubblica BBC si è permessa di escludere dalla programmazione alcuni degli artisti rock più popolari del momento? Nel secondo di una serie di incontri sul tema, Rockol ne parla con Antonio Vandoni, direttore artistico di Radio Italia Solo Musica Italiana

In Inghilterra i dirigenti di BBC Radio 1 decidono di non 'passare' i nuovi pezzi di Muse e di Green Day perché non li considerano all'altezza o comunque adeguati alla loro linea editoriale. Potrebbe succedere, in Italia, con Ligabue o con Vasco Rossi? Ricordi episodi analoghi?

Potrebbe succedere, è già successo e succederà ancora perché, fortunatamente, ogni radio ha una sua linea editoriale. E ogni editore ha un suo gusto personale che, nel caso di Radio Italia, da 32 anni coincide con quello del pubblico che la ascolta. I singoli che arrivano in radio li ascoltiamo tutti con attenzione. Perché non è detto che la proposta, anche se arriva da un grande artista, sia all'altezza di quello che si aspettano i nostri ascoltatori. Può capitare, ed è capitato, che qualche brano non venga programmato. Anche se si tratta di nomi famosi: non abbiamo pregiudizi, come non ne abbiamo nei confronti dei giovani che non consideriamo mai alla stregua di artisti di serie b. Le valutazioni cambiano da singolo a singolo, da album ad album. Stiamo molto attenti alla canzone: al suo taglio, al "tiro", al linguaggio. Non è il nome a fare la differenza, e non è la casa discografica. Non ascoltiamo un brano con un orecchio diverso solo perché ci arriva da una major. Tutti i giorni riceviamo dai dodici ai quindici singoli e non è pensabile programmarli tutti: dobbiamo fare una scelta e l'unico criterio su cui ci basiamo è la qualità. Cerchiamo sempre di pensare con la testa dei nostri ascoltatori, e abbiamo dei parametri di riferimento imposti dalla nostra linea editoriale: la melodia italiana, il linguaggio adeguato, i temi, le argomentazioni, il momento, il mercato. In considerazione di tutti questi fattori, la decisione della BBC non mi meraviglia affatto.

Le case discografiche e i promoter radiofonici, d'altro canto, accusano spesso le radio di essere troppo conformiste e conservatrici, poco propense a puntare sui nuovi talenti.

Sicuramente non è un nostro problema. Siamo forse l'unica emittente, nel panorama italiano, a trasmettere canzoni che in radio non si sentivano da tempo e che al pubblico fa piacere ascoltare, ma al tempo stesso non siamo affatto conservatori: da un'indagine che abbiamo commissionato nel 2012 risulta anzi che siamo l'emittente più attiva nello sviluppare canzoni e artisti nuovi, anche sconosciuti. Potremmo fare una radio di vecchi successi, ed è scientificamente provato che la hit radio fa più ascolti di una radio che promuove novità. Ma la missione che si è dato il nostro editore è di guardare anche al mercato, all'industria, e di cercare di sviluppare gli artisti. Non ci interessa programmare solo oldies, stiamo attenti a cosa succede nel panorama musicale e ascoltiamo con attenzione la concorrenza per distinguerci. Già la nostra scelta editoriale, orientata solo alla musica italiana, è molto precisa. Ma anche in quell'ambito circoscritto cerchiamo di non fare quello che fanno gli altri.

Dunque la qualità media delle proposte che arrivano dal mercato è buona?

Sì, molto più di quanto fosse anni fa. Oggi la tecnologia ti permette di fare un buon disco con pochi soldi e va da sé che l'offerta in radio si è decuplicata dal momento che arrivano tante buone produzioni da ascoltare. I nuovi artisti sono tantissimi, ed è normale che gli spazi disponibili per le nuove uscite si riducano. Può darsi che con il tempo i grandi vengano surclassati dai giovani. Si registra anche un ritorno delle etichette indipendenti, imprenditori che spendono di tasca propria e rischiano in prima persona per realizzare una produzione importante a fare un prodotto di qualità. Di sicuro, in tempi di crisi nessuno pubblica un prodotto soltanto per essere sul mercato...si naviga a vista, si lavora step by step concentrandosi sulla qualità. Certo non mettiamo in onda brani che non siano distribuiti a livello nazionale, o che non siano almeno in vendita su iTunes: vogliamo che gli ascoltatori che li apprezzano abbiano la possibilità di acquistarli e vogliamo contribuire a muovere il mercato. Ci sono moltissimi artisti che si fanno il disco in casa e lo spediscono alle radio pensando di poter essere trasmessi. Ma non funziona così, c'è un aspetto commerciale da tenere in considerazione. Tutti noi operatori siamo nella stessa barca e fa bene a tutti muoversi nella stessa direzione

Non è, allora, che la dittatura dell'audience e degli investimenti pubblicitari abbia ridotto il ruolo della discografia trasformandola da partner essenziale a semplice fornitore di "contenuti"?

Siamo e restiamo dei partner. Si è perso un po' il ruolo promozionale puro che la radio aveva un tempo e oggi il sistema funziona come una catena: muoversi nella stessa direzione fa bene al mercato. Ma noi non vogliamo essere arbitri della situazione sotto il profilo artistico e produttivo. Riprendiamoci i vecchi ruoli e diamo a ognuno la piena responsabilità del proprio lavoro. Non ci assumiamo il compito di essere i direttori artistici di una casa discografica: ci fossero ancora, non saremmo qui per sostituirli.

Però intanto proprio Radio Italia, insieme a RTL e a RDS, si è creata un'etichetta discografica. Le case tradizionali non l'hanno presa bene: non sorge un conflitto di interessi?

Si potrebbe parlare di conflitto di interessi se la nostra fosse una produzione massiccia che assorbe tre quarti della programmazione della radio. Invece, in realtà, noi lavoriamo solo con i Modà, anche se sono tantissimi gli artisti che si sono proposti a Ultrasuoni. Un solo prodotto sui trecento che promuoviamo in un anno è davvero poca cosa. Dove sta il problema? Il nostro lavoro è un altro, facciamo gli editori radiofonici.

Per anni si è parlato di scelte di programmazione influenzate da regalie, favori, punti di royalty, coedizioni. Tutto falso, tutto superato?

Ci sono casi e casi. Non entro nel merito di situazioni che configurerebbero un reato di corruzione, ma da noi certamente situazioni del genere non si sono mai verificate. Su Radio Italia e Radio Italia TV i passaggi non si pagano, neanche in forma indiretta. Ci riserviamo la libertà etica e intellettuale di fare le nostre scelte. Cosa facciano gli altri non lo so e non mi interessa, ma so che circolano molte favole in proposito, generate dalla frustrazione di chi non si vede passare i pezzi in radio e cerca una giustificazione. Non confondiamo le favole con la realtà.

La famosa "serrata" del 2010, conseguente alla lite sui diritti connessi, ha fatto scalpore. Vi ha in qualche modo dannegggiato, non trasmettere per un certo periodo i pezzi degli artisti italiani più popolari e richiesti dal pubblico?

No, tutt'altro: trasmettendo i vecchi brani in luogo dei nuovi abbiamo forse finito per fare più audience. E' stato un danno molto più grave per le case discografiche. Non si comprende la ragion d'essere della radio se non le si riconosce il suo ruolo promozionale. Se la si vede come un nemico da combattere. Una guerra con la discografia è sempre stato l'ultimo dei nostri desideri.

Da emittente dedita esclusivamente alla musica italiana, che ne pensate della proposta, riemersa nei giorni scorsi, di introdurre anche in Italia, come in Francia, "quote" nella programmazione radiofonica a tutela del repertorio di origine nazionale?

E' anni che se ne parla. E avendo sposato da trentadue anni la linea editoriale che ci caratterizza, saremmo felicissimi che venissero adottati provvedimenti finalizzati al rispetto del patrimonio musicale nazionale.

Anche se in questo modo Radio Italia rischierebbe di perdere la sua specificità e che altri vengano a metterle i bastoni tra le ruote?

Indubbiamente aumenterebbe il numero di competitor. Non dimentichiamo però che in questi anni in tanti hanno provato ad imitare la nostra formula: col tempo siamo rimasti leader mentre altri hanno dovuto spostarsi su una programmazione ibrida trasmettendo anche musica straniera. Al di là del nostro portafoglio e dei nostri interessi, ripeto, vedremmo con favore l'introduzione di una legge che protegga la musica italiana in radio. Le nostre carte ci piace giocarcele sul campo.



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