NEWS   |   Industria / 21/10/2013

Radio, inchiesta Rockol: parla Gianmaurizio Foderaro (Rai Radio 1)

Radio, inchiesta Rockol: parla Gianmaurizio Foderaro (Rai Radio 1)

Come nascono le playlist musicali delle emittenti radiofoniche, e cosa le determina? Il gusto personale dei direttori artistici, le richieste del pubblico, l'attenzione all'audience e agli investimenti pubblicitari, i rapporti di collaborazione con le case discografiche? Sarebbero possibili, in Italia, casi come quello avvenuto di recente in Inghilterra, dove l'emittente pubblica BBC si è permessa di escludere dalla programmazione alcuni degli artisti rock più popolari del momento? Nel primo di una serie di incontri sul tema Rockol ne parla con Gianmaurizio Foderaro, responsabile musica di Rai Radio 1.

La BBC, dunque un'emittente pubblica come la Rai, di recente ha respinto al mittente le proposte musicali di gruppi popolari come Muse e Green Day. A Saxa Rubra sono mai accadute cose del genere?

In linea di massima e fatta salva la buona fede dei programmatori, una decisione del genere non mi trova in disaccordo. E' giusto che ognuno segua la sua linea editoriale in base al pubblico che intende raggiungere. E' normale che una rete rivolta a un target di pubblico compreso tra i 18 e i 25 anni non sia interessata a programmare il repertorio di Andrea Bocelli. D'altra parte, soprattutto se si tratta di un'emittente pubblica, ci sarà nel gruppo una rete in grado di coprire quel tipo di proposta musicale. In Rai abbiamo tre reti caratterizzate da linee editoriali diverse proprio perché si cerca di arrivare a un pubblico il più vasto possibile. Ognuna ha il suo taglio particolare: quando si è trattato di celebrare il bicentenario verdiano noi a Radio 1 lo abbiamo fatto in modo completamente diverso da Radio 3, e con un approccio molto più mainstream. Io in testa non ho il melomane ma il camionista che parte da Bressanone e va a caricare i pomodori a Salerno: è lui che devo cercare di tenere incollato alla radio per due ore, di notte, facendogli ascoltare cose che magari gli sono già familiari con la speranza di accendergli un interesse per una musica diversa da quella che ascolta di solito. E' ovvio che un network privato persegua altri fini, ed è altrettanto noto che ormai gli editori radiofonici sono anche editori musicali: non è un segreto che alcune emittenti si siano consociate e promuovano alcuni prodotti che poi, nei conteggi dei passaggi e dell'airplay, balzano ai primi posti in classifica. E' evidente che se tre network importanti suonano tutti la stessa canzone quel brano entra automaticamente in classifica. E' un po' come se in un supermercato si mettesse in vendita una sola marca di yogurt sostenendo che è la più amata dagli italiani...

D'accordo sulle considerazion di target, ma la BBC ha fatto qualcosa di diverso: non ha detto che Muse e Green Day non rientravano nei gusti del suo pubblico di riferimento, ma che non gli piaceva la piega che aveva preso la loro ultima produzione artista. Ed è una cosa ben diversa, un giudizio di valore.

Molto dipende dall'autonomia di cui gode un direttore artistico o un programmatore musicale. Qui in Rai è il direttore Antonio Preziosi a dettare una linea editoriale che io devo tradurre in scelte e contenuti musicali. E oltretutto la nostra è una rete unica al mondo: è un'emittente "all news" in cui in certi giorni "passano" non più di quindici canzoni. La programmazione è legata a ciò che accade nel mondo: se in uno stesso giorno il Papa va in pellegrinaggio ad Assisi, la commissione governativa si riunisce per decidere della decadenza di Berlusconi e si verificano degli sbarchi a Lampedusa è ovvio che la musica passa in secondo piano. E se rimane in scaletta, deve assumere un altro tono. Se viene proclamata una giornata di lutto nazionale, dobbiamo adeguare di conseguenza anche la nostra programmazione musicale: cosa che di solito le radio commerciali non fanno. Non posso lanciare un pezzo di Nesli o di Lady Gaga, se si è appena concluso un collegamento drammatico da Lampedusa, per noi si tratta quasi una questione etica: a quel punto, chi vuole ascoltarli ovviamente cambia canale. Il nostro palinsesto viene costruito quotidianamente in funzione dell'attualità perché - come dice il nostro slogan - la notizia non può attendere. La particolarità della situazione sta nel fatto che rientriamo nelle rilevazioni di ascolto pur utilizzando strumenti diversi dal momento che siamo una radio di servizio. I nostri concorrenti operano secondo format precisi e anche rigidi. Io, in linea di massima, mi trovo a fare delle selezioni musicali in funzione di certi parametri; ma poi accade spesso che le cose debbano essere modificate in corso d'opera.

La Rai è una radio di servizio. Ma anche una radio che, a differenza della BBC, vive di introiti pubblicitari.

La scommessa del futuro, soprattutto in un mercato problematico come quello odierno, sta proprio lì: nel riuscire a catturare anche le nuove generazioni senza venire meno alla propria funzione istituzionale. Non è un segreto che Radio 1 abbia un ascolto spostato molto avanti con l'età, dai 45 anni in su. E' sicuramente più facile che da noi passino Ivano Fossati, Francesco De Gregori o Francesco Guccini piuttosto che un rapper come Moreno, che si ascolta a ripetizione sulle altre emittenti. E' una sfida difficile e affascinante, la nostra, perché pur giocando nello stesso campionato in cui militano tutte le altre squadre - i network privati - applichiamo schemi decisamente diversi. Di sicuro il linguaggio radiofonico è cambiato, e per questo sono cambiati anche i numeri. Chi ascoltava quelle che un tempo si chiamavano radio private oggi ha i capelli bianchi. E il barbiere che aveva la radiolina sintonizzata stabilmente su Radio 1 ha abbassato la saracinesca o non c'è più. E' il cambio generazionale a imporre una trasformazione del linguaggio: la Rai, che non è un editore puro in grado di prendere decisioni da un giorno all'altro, si sta sforzando di cambiare pur dovendo sottostare a una serie di regole e di impedimenti. Essendo una radio pubblica, ad esempio, non possiamo fare operazioni commerciali di promozione artistica come tutti gli altri. In un network privato l'editore parla con il direttore artistico e in mezz'ora si conclude tutto. Io invece ho bisogno del placet di una serie di strutture, l'operazione deve coinvolgere una fondazione senza scopo di lucro e tutto questo ovviamente rallenta i meccanismi decisionali. Siamo come un diesel di vecchia generazione, ma stiamo cambiando. Detto questo, essendo un servizio pubblico, il nostro fine non è quello di far vendere dischi.

Se l'obiettivo non è quello di far vendere dischi, come si sviluppa il rapporto con le case discografiche?

La stessa Rai aveva una sua etichetta, eppure non ho mai avuto indicazione di passare un brano di un nostro artista. E con l'industria discografica abbiamo ottimi rapporti: sapendo qual è la nostra linea, le etichette sanno cosa proporci e cosa no, si rendono perfettamente conto che non siamo come Virgin Radio o Dimensione Suono. Sanno anche - loro, e gli artisti - che certe proposte siamo in grado di trattarle in un certo modo soltanto noi. C'è un format di nostra invenzione, "Invito personale", che nell'arco di 96 minuti permette agli artisti di suonare dal vivo, di far ascoltare il loro nuovo disco, di chiacchierare e raccontare qualcosa di sé: 96 minuti in cui l'artista è protagonista assoluto. Gli altri sono talmente terrorizzati dall'eventualità di perdere ascolti che queste cose non potrebbero mai farle, e questo la casa discografica lo sa: abbiamo una "quota qualità" che ci viene riconosciuta.

A proposito di quote e di musica italiana: che ne pensate, in Rai, dell'idea, rilanciata in questi giorni da una federazione di organizzazioni indipendenti di categoria, di destinare una fascia "protetta" di programmazione alle produzioni musicali nazionali?

E' una vecchia storia che mi trova d'accordo. Protezionismo è una brutta parola, ma il discorso ha un suo senso: così come tuteliamo le nostre altre eccellenze nel mondo, altrettanto dovremmo fare con la musica. Non è giusto che a Mx Gazzé venga dato meno spazio che a Justin Timberlake, considerando che la musica è cultura ma muove anche un sistema economico. Dall'organizzatore locale al produttore internazionale c'è una filiera che va rispettata. E la nostra musica popolare ha dimostrato di poter essere vincente nel mondo, di avere una sua dimensione internazionale soprattutto quando non scimmiotta modelli esteri. Oggi le cose sono cambiate, ma un tempo il rapporto era 80 a 20 a favore della musica internazionale. Almeno il 50 per cento della musica trasmessa da Radio 1 è italiana, perché una delle nostre linee di azione consiste proprio nel privilegiare la produzione artistica nazionale e il recupero dei classici. Riccardo Cocciante e Edoardo Bennato "passano" sicuramente molto più da noi che altrove. La mia preoccupazione costante è di essere molto popolare: si tratta di trasmettere canzoni immediatamente riconoscibili o appartenenti a un genere che risulti comunque familiare alle orecchie del nostro pubblico: se è swing, può anche trattarsi di Jamie Cullum. L'r&b o il rap esasperato, qui, non possono avere spazio. Ma non si tratta di "bannare" alcunché; io i Muse li trasmetto regolarmente. Entrano in gioco anche considerazioni stagionali: da fine giugno a settembre la quota musicale aumenta parecchio, molti programmi della testata chiudono e diventiamo una radio quasi "normale". In quel momento ho la possibilità di ampliare la proposta. E di trasmettere anche Katy Perry e Lady Gaga.



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