“Questo titolo”, spiega a Rockol Giulio Casale – leader e vocalist della band - “ha un richiamo preciso: è un verso di ‘Miele’, una nostra canzone che per me ha voluto dire tanto, e che credo rappresenti bene quello che, da una parte, è il nostro intento nel fare musica, dall’altro è il nostro auspicio; ovvero che le cose che facciamo riescano ad entrare nel cuore delle persone. E’ un titolo forte, ma tra un titolo forte ed uno debole ho preferito uno forte…”.
“Questo disco”, continua Giulio, “è stato registrato nei diversi concerti del nostro ultimo tour. Per scegliere le canzoni che lo compongono abbiamo passato molti nastri, ascoltato molte canzoni. E nel farlo ho ritrovato un forte senso di continuità nell’evoluzione della band. Ho sempre pensato che ogni disco del gruppo fosse una ripartenza, un capitolo nuovo. Invece, nel riascoltare canzoni come ‘Nei deserti’ ho ritrovato un discorso unitario su questo smarrimento quotidiano che tutti proviamo, e una tensione nel cercarne di venirne fuori. E’ bello vedere che si cresce o che si cambia, ma che la cose che hai da dire sono quelle.”
“Ci sono già progetti per un disco nuovo, di inediti, anche se è presto per dire come e quando”, spiega ancora Giulio. “Ci piacerebbe uscire nel 2004, magari verso l’autunno. Le strade possibili musicali sono tante, ma in questo momento la voglia è quella di essere il più fisici possibile, di fare rock ‘n’ roll; speriamo continuare l’esperienza con la Mescal iniziata con questo live”. “A conficcarsi in carne d’amore” è infatti il primo disco dopo la fine del contratto con la major CGD, che aveva pubblicato i primi quattro dischi di studio. La Mescal, etichetta di Nizza Monferrato che annovera tra i suoi artisti Afterhours e Subsonica, aveva invece già pubblicato il disco ‘solo’ di Giulio Casale “Sullo zero” (vedi news). “Con la Mescal ci troviamo bene, ci assomigliano e parlano la nostra stessa lingua. Non c’è quel problema, che spesso è capitato agli Estra, di non essere capiti e di venire incasellati in un genere preciso. Io sono sempre stato dell’idea che sia meglio chiamarsi dentro che chiamarsi fuori, e da questo punto di vista l’esperienza con un major è stata sicuramente produttiva: abbiamo provato ad entrare in un meccanismo e a far sentire una voce diversa”.