Radio, inchiesta Rockol: parla Luca Viscardi (Number One)

Radio, inchiesta Rockol: parla Luca Viscardi (Number One)

Che cosa determina le playlist musicali delle emittenti radiofoniche? Il gusto personale dei direttori artistici, le richieste del pubblico, l’attenzione all’audience, i rapporti di collaborazione con le case discografiche? E sarebbero possibili, in Italia, casi come quelli avvenuti di recente in Inghilterra, dove l'emittente pubblica BBC si è permessa di escludere dalla programmazione alcuni degli artisti rock più popolari del momento? Nell'ultimo incontro sul tema, Rockol ne parla con Luca Viscardi, direttore programmi di Number One. 

La BBC ha escluso senza troppi complimenti big come Muse e Green Day dai palinsesti non giudicandoli all'altezza della propria linea editoriale: un po' come se in Italia un resposanbile di palinsesto escludesse dall'airplay Vasco Rossi o Ligabue. Credi che una cosa del genere possa accadere?

Per la verità accade spesso. Anzi, tutti i giorni, e anche più volte al giorno. E il problema più grosso di chi fa un lavoro come il mio è spiegare ai discografici che, anche volendo, non riusciremmo comunque a passare tutto quello che ci viene proposto. Così può succedere che anche artisti di livello molto elevato possano venire esclusi. Il fatto, però, è che da noi c'è una scarsissima attitudine alla selezione, specie tra i grandi network nazionali...

- Una sorta di omologazione tra emittenti?

La radio in Italia vive di omologazione, perché ancora troppo succube di pressioni da parte della discografia. Il che porta, per esempio, artisti che dal vivo hanno un seguito scarso ad avere una rotazione altissima nell'etere, e viceversa...

- Come giudichi la qualità dell'offerta che la discografia presenta alle radio?

Il problema della discografia non è tanto il livello qualitativo dell'offerta, ma la scarsa - o quasi nulla - conoscenza da parte della nuova generazione di discografici dell'identità dei propri interlocutori radiofonici. Prendiamo il caso di Radio Number One: il nostro profilo è adult contemporary, il che implica un ascoltatore tipo di età compresa tra i 30 e i 45 anni. Ascoltatore per il quale Vasco va bene, Renato Zero è borderline ma ancora passabile, Tiziano Ferro è perfetto, ma Emis Killa no. Eppure, che ci crediate o meno, tutti i dischi di questi artisti, da noi, sono stati proposti allo stesso modo. Perché, questo? Perché chi promuove i dischi in radio bada solo alle posizione nelle classifiche di airplay, e non al modo più efficace per fare arrivare il prodotto che promuove al pubblico...

- Una tattica, se vogliamo, controproducente anche per l'artista promosso...

Sia per lui che per lo stato di salute della radio, in generale, perché è proprio a causa di questo atteggiamento che si è arrivati all'omologazione della quale parlavo prima. Il mondo della radiofonia dovrebbe emanciparsi dalla discografia e ritrovare un solido aggancio con la realtà. Faccio un esempio: qualche tempo fa "Gangnam style" di PSY fu un successo planetario, e - giustamente - trovò ampio spazio nei palinsesti delle radio. Più tardi arrivò da noi anche il suo secondo singolo, "Gentleman", per il quale non serviva un particolare acume per capire fosse pessimo, rispetto al suo predecessore. Eppure gran parte delle emittenti, utilizzando il sillogismo discografico "se ha fatto successo il primo, farà successo anche il secondo", l'hanno subito inserito nelle playlist.

- In che modo, a Radio Number One, scegliete cosa, come e quando mandare in onda?

Il primo parametro che consideriamo sono i dati di vendita, ma - di recente - diamo grande importanza anche agli indici di popolarità degli artisti sui social network. Poi, anche per mezzo di classifiche stilate da focus group di nostri ascoltatori - o, comunque, di fruitori di radio - prendiamo spunto per la compilazione dei palinsesti.

- Una linea editoriale molto rivolta verso il pubblico...

Parlando di radio, c'è sempre questo equivoco di fondo che non viene mai chiarito: chi fa quello che facciamo noi non si occupa di vendere dischi o promuovere artisti. Non è il nostro lavoro. Il nostro lavoro è quello di raccogliere il maggior numero di ascoltatori possibili per vendere spazi pubblicitari. So che il mondo indipendente si lamenta, e ci considera come i cattivi, i nemici della musica non commerciale che non passano determinati dischi o determinati artisti, ma occorre comprendere quale sia la nostra posizione: gran parte del nostro fatturato lo versiamo, ogni anno, nelle casse della SIAE e dell'SCF. In pratica paghiamo per la musica che utilizziamo. Capite che non possiamo rispondere a tutti gli appelli che ci vengono rivolti...

- Fermo restando che se un indie dovesse far breccia presso il grande pubblico troverebbe tranquillamente spazio nei vostri palinsesti, giusto?

Esatto. Il punto è costruire una massa critica rispetto ai generi esistenti: per come è organizzato, il mercato pubblicitario oggi, in Italia, non riconosce le nicchie, costringendoci a cercare il modo di conquistare più spazio possibile. All'estero - nel Regno Unito e negli USA - esistono le radio di genere solo perché connesse alle prime modalità di concessione delle licenze di trasmissione: in Italia la radiofonia è nata in modo diverso.

- Parlando di importanza della pubblicità, è noto che la discografia - specie quando diventa anche inserzionista - in passato ha cercato di esercitare pressione sulle emittenti in diversi modi, dalla cessione di punti di royalties e le coedizioni alle famigerate payola...

No, quello è un mondo che oggi non esiste più: la discografia non ha più la disponibilità finanziaria di un tempo, non riuscirebbe ad avere il potere che una volta riusciva a esercitare. Anni fa, però, cose del genere succedevano anche da noi: ricordo ancora un Rolex che mi venne fatto recapitare direttamente in ufficio. E che, ci tengo a precisare, rispedii subito al mittente...

- Poi, in Italia, c'è anche il caso particolare di emittenti radiofoniche che - consorziatesi - sono proprietarie di un'etichetta discografica, posizione a rischio di conflitto di interessi...

Non sono la persona più adatta per dare un'opinione, essendo coinvolto professionalmente nell'ambito radiofonico, quindi non ho granché da dire. Forse la prospettiva più giusta per considerare questa faccenda è porsi una semplice domanda: in quale altro paese del mondo accade una cosa del genere?

- A proposito di Italia: di recente sono tornate d'attualità le "quote azzurre", le percentuali di musica nazionale che qualcuno vorrebbe imporre alle emittenti per legge come succede anche in Francia...

Sarebbe più corretto dire solo in Francia, perché non mi risulta che altri paesi occidentali adottino una normativa del genere. E la parola che mi viene in mente per definirla è solo una: follia. In primo luogo perché le radio già trasmettono musica italiana, e in secondo luogo perché nessuno - ad esempio - si permetterebbe di imporre a Ferruccio De Bortoli di raddoppiare gli spazi dedicati allo sport sul Corriere della Sera. Questo tipo di provvedimento in Francia non ha sortito effetti benefici né sulla discografia né sulla radiofonia, e mina irrimediabilmente la libertà editoriale, che è sacrosanta. Chi lo propone non considera che sia nostro naturale interesse trasmettere musica italiana: si prenda, ad esempio, Radio Italia, che - per mezzo di una sempre crescente attenzione al livello qualitativo dei palinsesti negli ultimi anni - ha saputo consolidare la propria posizione sul mercato. Che arrivi una legge, però, a dirci cosa dobbiamo trasmettere - quando già, come spiegavo prima, le scelte che compiamo nell'airplay le paghiamo regolamente - è completamente illiberale.

- Tornando invece oltremanica, la direttrice di BBC Radio ha individuato in Spotify, Deezer e nelle altre piattaforme streaming musicali un potenziale pericolo per le emittenti tradizionali: pensi abbia ragioni o credi che le due entità - streaming e etere - possano convivere pacificamente?

Penso che realtà di questo tipo siano un pericolo per tutti, ma che lo siano soprattutto per la musica: c'è qualcosa di malato, in piattaforme del genere, che toglie valore alle opere che vengono ascoltate a un prezzo estremamente basso. Però è vero che viviamo tempi di ciclicità seriale: non è detto che tra venti o trent'anni un ragazzino solitario in una camera di college, stanco di sentire solo musica non stop, trovi il modo di riportare in auge la "vecchia" radio...

- "Vecchia" radio per la quale tu, comunque, vedi un futuro, magari che riparta dalle realtà locali per sfuggire all'omologazione?

Sì, il futuro potrebbe esserci, a patto di riuscire ad attuare una ripresa dello spirito creativo e - cosa più importante - a attirare le nuove generazioni. Il ricambio generazionale, indispensabile per la sopravvivenza della radio, implica necessariamente un cambio di linguaggio e, di conseguenza, di interpreti. Anche a costo di autorottamarmi, lo dico forte e chiaro: è vitale che i giovani tornino a fare radio.


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