Baroness dal vivo al Tunnel di Milano: il report del concerto

Baroness dal vivo al Tunnel di Milano: il report del concerto

Il Tunnel è pieno di gente, e va benissimo perché i Baroness se lo meritano tutto. E’ passato un annetto abbondante dall’incidente che ha rischiato di metterli definitivamente fuori combattimento. Per chi non lo sapesse, ad agosto 2012 i Baroness hanno rischiato la pelle uscendo di strada con il tour bus; un volo di nove metri da un viadotto. Risultato: nove feriti di cui due gravi. John Baizley si rompe braccio e gamba, Allen Blickle e Matt Maggioni qualche vertebra e Peter Adams passa la notte in osservazione in ospedale. Insomma, è un miracolo se oggi li possiamo vedere sul palco. Che poi non è del tutto corretto: Blickle e Maggioni, basso e batteria, hanno lasciato i Baroness dopo l’incidente, sostituiti da Nick Jost e Sebastian Thomson. Sezione ritmica completamente rinnovata dunque, per la seconda vita della band di Savannah. Non che ci sia tutta questa gran differenza: Jost e Thomson sono due ottimi musicisti e sotto questo aspetto niente da dire. Forse ecco, devono ancora un pelo integrarsi (fare spogliatoio, come si dice), ma per queste cose serve tempo e, vista la situazione, è più che comprensibile. Ad ogni modo non c’è niente di meglio di un tour per rimettere a punto il motore. Come si diceva, il Tunnel è, se non al nono, all’ottavo mese: molta gente, tanti fan, tante magliette dei Red Fang (che hanno licenziato tra l’altro proprio in questi giorni il nuovo disco, e in platea se e parla), Black Tusk, dei Baroness stessi… Magliette che però non si possono acquistare, vista la totale assenza del banchetto del merchandising. Evidentemente a Baizley va bene così: queste magliette (e le copertine dei dischi, e gli artwork vari di tutte queste band e di taaaante altre), sono opera sua. Eh sì. Lui e Jacob Bannon dei Converge si fanno concorrenza da un po’.

Tocca ai Royal Thunder aprire la serata, alle nove precise. Ora, io chiedo scusa a tutti per essermi fatto sfuggire questa band che, nel giro di quaranta minuti, mi ha letteralmente conquistato. Sarà per il vibrato di MLny Parsonz, un incrocio magnetico tra Grace Slick e Janis Joplin, o per il blues granitico, l’hard rock alla Black Sabbath ma se possibile ancora più plumbeo, lo stoner ipnoticamente psichedelico… Fatto sta che questi tre ragazzi hanno un sound meraviglioso, sono incredibilmente affascinanti e hanno senza dubbio lasciato il segno. Ripeto, io non li conoscevo se non di nome: mea culpa. Mi sono piaciuti da morire e come a me all’intera platea del Tunnel: “Era la nostra prima volta in Italia, ed è stato incredibile”. Ragazzi, la prossima volta tornate per conto vostro e saremo di nuovo qui. Di sicuro avete guadagnato un fan.

Cotanto preambolo rende dolce l’attesa per i Baroness. Il cambio palco porta via una mezzoretta e, suonate le dieci e un quarto (anche qui lode alla puntualità: organizzazione impeccabile), è tutto pronto per il set principale. Un’ora e quaranta tirata, poche parole se non nel finale, e poi via filati. Nessuna sorpresa in scaletta: i pezzi in programma sono diciassette (quattordici più tre) e sono esattamente gli stessi delle date precedenti. Poco da lamentarsi, sia chiaro: l’inizio è ottimo e il livello non calerà mai per tutta la durata del live. L’intro strumentale “Ogeechee hymnal” è il riscaldamento per la prima doppia impennata: “Take my bones away” e “March to the sea” arrivano belle compatte. Come si diceva sopra, il motore gira già benone. Baizley fa andare il testone su e giù come un pistone, piazzando qualche bel sorriso convinto qui e là giusto perché le prime file stanno celebrando la festa delle mazzate e si meritano una ricompensa. Il copione si ripete su “A horse called Golgotha” mentre “Foolsong” permette inizialmente di tirare il fiato. Tanti gli applausi, bella la risposta. Tra un pezzo e l’altro i Baroness si prendono tutto il tempo per accordare e darsi una sistemata; la cosa spezza un po’ il ritmo ma, tutto sommato, ci può stare. Ci stanno un po’ meno, invece, le lunghe introduzioni che anticipano sistematicamente ogni attacco: passano in media due/tre minuti ogni volta, spesi a giocare con pedaliera ed effetti, prima di potersi buttare nei pezzi. D’accordo che c’è sempre bisogno di un po’ di pathos, e magari di qualcosa che contrasti un po’. Personalmente però avrei gradito un set più… incalzante. Per carità, sono dettagli, sia chiaro. Il primo “Thank you”, quindi, arriva dopo la bella “Little things” e introduce a “Green theme” parentesi strumentale che, come su disco, separa le due parti del main set. “Swollen and halo” riprende poi la marcia strappando applausi, cori e headbanging, così come “Board up the house” e “Sea lungs”. Pezzi buoni, che vanno a costituire l’ossatura centrale dello spettacolo: da qui in poi tocca al finale, e in scaletta figurano i pezzi migliori. “Cocainium”, ottima, “The line between” (“Grazie per essere venuti. Vi state divertendo? La risposta è sì”), “Eula”, intensissima e super sentita da Baizley e, infine, “The gnashing”. I Baroness salutano, escono e rientrano nel giro di un minutino per mettere in piedi un encore da manuale. La palla passa a Peter Adams: “Non sono uno che parla molto, ma volevo ringraziarvi. E’ stato bellissimo tornare, e spero che vi siate divertiti. Mi sarebbe piaciuto avervi ancora più vicino, ma va bene così. E’ stato davvero un piacere”. “The sweetest curse”, probabilmente il pezzo migliore della serata, “Jake leg”, attesissima, e “Isak”, mettono violentemente la parola fine allo spettacolo dei Baroness. Tanti, tanti applausi: bentornati ragazzi.

(Marco Jeannin)

SETLIST
“Ogeechee hymnal”
“Take my bones away”
“March to the sea”
“A horse called Golgotha”
“Foolsong”
“Little things”
“Green theme”
“Swollen and halo”
“Board up the house”
“Sea lungs”
“Cocainium”
“The line between”
“Eula”
“The gnashing”

Encore:
“The sweetest curse”
“Jake leg”
“Isak”

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