Radio, inchiesta Rockol: cosa trasmettono, e perché

Radio, inchiesta Rockol: cosa trasmettono, e perché

Una cosa del genere, in Italia, farebbe gridare per lo meno al complotto, e riempirebbe forum e social network di letture cripto-politiche e metaforiche chiamate alla armi, ovviamente all'indirizzo dei fan. Senza contare, dietro le quinte, le ritorsioni più o meno incrociate tra inserzionisti, concessionarie di pubblicità e responsabili dell'emittente. In Gran Bretagna, invece, alla faccenda sono state riservate giusto poche righe - trattate alla stregua di una curiosa spigolatura - sulla stampa specializzata.

Il direttore della prima emittente radiofonica della BBC, George Ergatoudis, e il suo responsabile di palinsesto Nigel Harding, in un'intervista rilasciata alla testata di settore Musicweek, hanno chiarito i processi che portano un brano all'ingresso nella programmazione della stazione o alla sua esclusione da essa. Processi che, non è scontato dirlo, hanno anche e soprattutto a che fare con i gusti e le valutazioni di chi sceglie cosa mandare in onda. E Ergatoudis e Harding, nel svolgere il loro lavoro, non sembrano tenere granché conto della diplomazia che quasi sempre regola i rapporti tra industria discografica e relativo indotto. Può così capitare, ad esempio, che dei Green Day, che solo nell'ultima stagione hanno pubblicato non uno ma ben tre album, sulla prima emittente nazionale britannica non si senta nemmeno una nota. E la motivazione dell'ostracismo, i due, l'hanno data in modo talmente diretto da risultare quasi brutale, almeno alle nostre latitudini: "Semplicemente, la loro produzione recente non è abbastanza buona per noi". E se, tutto sommato, togliere il sigillo di qualità al pop punk del trio californiano può sembrare addirittura facile, se non addirittura snob, a finire nel Purgatorio di Radio BBC One è stata anche una band che larga parte di critica e appassionati considera tra le più influenti nell'ultimo decennio, i Muse. "Il loro ultimo singolo è stato il primo, negli ultimi dieci anni, a non trovare spazio nei nostri palinsesti", hanno spiegato Ergatoudis e Harding: "Si stanno avvicinando a un bivio: per loro la porta rimane aperta, ma dovranno pensare molto attentamente a come realizzare il loro prossimo album".

Insomma, direttori di emittente che si permettono di estrarre cartellini rossi e gialli nei confronti degli artisti. Di un'emittente, per giunta, pubblica - i sudditi di Sua Maestà che possiedano un'abitazione, è bene ricordarlo, pagano un canone di 145 sterline (circa 173 al cambio attuale, e circa di 70 euro superiore a quello chiesto dalla RAI agli italiani) l'anno per assicurarsi i servizi del gruppo fondato nel 1922 da John Reith e George Villiers.

Un caso, questo, diametralmente opposto a quello delle payola, come in gergo viene chiamata la corruzione di DJ e responsabili di palinsesto da parte dei discografici per spingere sull'etere determinati brani a prescindere dalla validità e dai gusti dei radiofonici, fenomeno per il quale le major Universal, Sony-BMG e Warner furono condannate dalla giustizia statunitense, nel 2006, a pagare multe per diversi milioni di dollari. Verificatosi, però, in un contesto molto particolare: la BBC - almeno per quanto riguarda i programmi trasmessi entro i confini nazionali, ovvero quelli fruibili da chi si suppone paghi il canone - non ha tra le sue fonti di guadagno la pubblicità, e quindi è costituzionalmente al riparo da potenziali ritorsioni di carattere commerciale.

In Italia la situazione è differente. Al netto di un precedente simile, non legato tuttavia a istanze artistiche ma puramente economiche - nel 2010 la guerra tra emittenti e SCF, consorzio che gestisce in Italia la raccolta e la distribuzione dei compensi dovuti ad artisti e produttori discografici per l’utilizzo delle registrazioni, per un mancato accordo sui rimborsi dei diritti connessi provocò un embargo delle novità italiane dai palinsesti -, a fare la differenza non è tanto la policy del nostro servizio pubblico relativa agli spazi commerciali, ma il fatto che la radiofonia, nello Stivale, giochi in entrambi in campi. Nel 2010, infatti, venne fondata dalle tre emittenti private nazionali Radio Italia, RTL 102.5 e RDS la Ultrasuoni, etichetta discografica che ha lanciato definitivamente presso il pubblico italiano i Modà. Una posizione - almeno nel caso delle tre stazioni citate - molto più ambigua e sfuggente, quindi, rispetto agli omologhi d'oltremanica, che - senza neppure concepire un potenziale conflitto d'interessi di tale portata - non devono nemmeno preoccuparsi di mantenere distesi i rapporti con gli inserzionisti.

Anche senza voler andare a ripescare i casi più complessi e sfaccettati, la questione di fondo sembra essere una sola: proporre una propria linea, fortemente riconoscibile, anche a costo dell'impopolarità, o inseguire i gusti degli ascoltatori (o dei potenziali tali) cercando di non inimicarsi i favori di quel che rimane del mondo dell'industria musicale? Restare (critici) osservatori del mondo dello showbiz o diventarne complici, più o meno consapevoli che tale complicità possa portare alla condivisione tanto di benefici quanto di fallimenti? Ma soprattutto: in Italia, dove tanto il servizio pubblico quanto i network privati sono condizionati dalla pubblicità, è possibile adottare una linea simile a quella tenuta dal primo canale radiofonico della BBC?

Rockol l'ha chiesto ai direttori artisti musicali delle principali emittenti italiane, per fare luce su cosa e come, nel nostro Paese, influenzi i palinsesti e le selezioni delle radio italiane. Gli interventi verranno pubblicati, a cadenza trisettimanale, a partire dal prossimo lunedì, 21 ottobre. Buona lettura.

(Alfredo Marziano/Davide Poliani)

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