Asgeir dal vivo a Milano: il report del concerto

Ásgeir Trausti Einarsson, nato in Islanda nel 1992, è un chitarrista ma, soprattutto cantautore. Ha sulle spalle un disco, “Dýrð í dauðaþögn”, uscito nel 2012 solamente in Islanda e che proprio in Islanda è stato in grado di raggiungere il punto più altro della classifica. Ásgeir suona quello che lui stesso ha definito melodic folk, ma la definizione è, come sempre, fin troppo riduttiva. Basta ascoltare “In the silence”, e cioè la versione in inglese del suo disco di debutto, per farsi un’idea un po’ più precisa: Bon Iver, un pizzico di Apparat, una spruzzata di Anthony & The Johnsons… e, manco a dirlo, tanta Islanda. Folk e melodia? Certo, ma mica è così semplice. Ásgeir ha fatto tappa a Milano per presentare alla stampa il suo “In the silence”, che, come già detto, altro non è che la versione in inglese del medesimo disco che ha portato il Nostro a farsi un nome in patria.

Ci incontriamo poco prima della sua esibizione, rigorosamente acustica, sistemato ad tavolino della bella Santeria. Sembra stanco ma rilassato; è a Milano da circa sei ore e buona parte di queste le ha passate a rilasciare interviste in radio e ad un piccolo ma agguerrito plotone di giornalisti: “Siamo in ballo con questo tour promozionale da un paio di settimane” ci spiega Ásgeir. “Non ho avuto l’occasione di visitare Milano, ma per quello che ho visto mi sembra una città molto interessante e sicuramente tornerò con più calma, credo già questa primavera”. Il ventunenne islandese non è come te lo aspetti. Per lo meno non è come me lo aspettavo io: più che un fragile cantante folk, quello che mi trovo di fronte è un giovane vichingo ben piazzato, che dimostra almeno cinque o sei anni in più di quanti dichiara la carta d’identità. Il fisico è quello di un atleta… “Fino a quindici anni facevo lancio del giavellotto (sorride). E’ uno sporto molto duro, molto tecnico. Devi essere capace di concentrarti al massimo in un lasso di tempo molto ristretto. Ero abbastanza bravo, ho partecipato anche al campionato del mondo ma poi ho preferito smettere per dedicarmi completamente alla musica”. Una decisione presa non senza l’influenza della famiglia: “La mia è una famiglia di musicisti. Mia madre suona l’organo e insegna pianoforte, e anche mio papà è nel giro. Io ho iniziato a suonare la chitarra classica all’età di sei anni; mio fratello invece ha una sua band, sempre in Islanda, fanno Reggae. Lui in modo particolare ha inciso sul mio sviluppo come cantautore. E’ un cantante formidabile e l’ho sempre ammirato molto”.
Fatte le dovute presentazioni, la conversazione si sposta poi sull’argomento principale del nostro incontro, vale a dire la musica. O meglio, la musica e l’Islanda, un binomio che negli ultimi anni è diventato un vero e proprio marchio di garanzia: “Per me è un onore essere entrato nel panorama islandese, specialmente oggi che i nostri artisti e le nostre band sono sempre più noti anche fuori dai confini dell’isola. Voglio dire, il posto è piccolo e non siamo in tanti, ma la gente sembra sempre più interessata al nostro mondo, quindi per me, far parte della cosiddetta “scena islandese” non può che essere un motivo d’orgoglio”. A dare una mano a Ásgeir nel processo di sdoganamento fuori dai confini nazionali, c’è un disco fino ad oggi inedito sul continente, ma già con le spalle larghe: “Dýrð í dauðaþögn è uscito l’anno scorso e ha avuto un buon successo. “In the silence” è la sua versione inglese, ma la sostanza è la stessa. L’unica differenza è appunto la lingua: “L’islandese è la lingua con cui mi esprimo meglio, ma è una cosa naturale, penso. Per quanto riguarda le emozioni, quelle sono le stesse”. E per mantenere intatte le emozioni, un aiuto è arrivato da John Grant. Si deve, infatti, a Grant il grosso del lavoro di traduzione e adattamento dei testi. Grant che da qualche tempo si è trasferito, guarda caso, in Islanda e con cui Ásgeir si è esibito come spalla nel recente tour inglese: “La possibilità di collaborare con John me l’ha data un amico comune. Io avevo già in mente di mettermi al lavoro su una versione in inglese di “Dýrð í dauðaþögn” e una sera, dopo un concerto, questo amico mi ha parlato di John e di come lui fosse interessato a conoscermi. Aveva già sentito qualcosa del mio repertorio, io piacevo a lui e lui, ovviamente a me. Ho colto al volo l’occasione, ci siamo visti a casa mia, abbiamo parlato, e due settimane dopo stavamo già lavorando insieme all’adattamento”. Il tempo a mia disposizione stringe; rimane giusto quello per un paio di domande prima di passare la mano. Ne approfittiamo per parlare dei contenuti del disco, e di cosa spinge uno come Ásgeir a prendere carta e penna e lavorare sul pentagramma: “In realtà “In the silence” non parla di qualcosa in particolare. Voglio dire, dentro ci sono io, ci sono le mie emozioni e tantissime altre cose. Per come la vedo io però, possiamo dire che il disco parla di pace, di libertà… che poi è quello che spero di trasmettere con la mia musica, un senso di pace e libertà in chi l’ascolta”. Ci lasciamo parlando del futuro; più che dei piani che vedranno Ásgeir imbarcarsi in lungo tour, l’argomento sono i sogni e le ambizioni del Nostro: “Sono uno che vive molto il momento” conclude un riflessivo Ásgeir. “Mi piace molto quello che faccio, mi piace suonare e mi piace scrivere. Mi diverto molto e voglio solamente continuare a farlo il più possibile”. La chiacchierata s’interrompe giusto in tempo per dare a Ásgeir la possibilità di chiudere il giro d’interviste, mangiare qualcosa al volo e presentarsi alla piccola ma accogliente platea della Santeria, accompagnato da un altro chitarrista.

L’esibizione è breve ma molto intensa. La voce di Ásgeir, docile, s’impasta alla perfezione con quella del compagno, con cui dipinge linee melodiche molto semplici ma emotivamente penetranti. La timidezza lascia il posto al mestiere; per quanto Ásgeir sia ancora molto giovane, è evidente che la sua dimensione ideale è stare sul palco con una chitarra al collo. I pezzi proposti sono cinque (“Quelli che possiamo suonare in acustico…”), tutti pescati da “In the silence”. Terminato il piccolo set (non senza il “disappunto” di un paio di fan particolarmente appassionate), si ha tutto il tempo per tirare le somme: l’impressione generale è che Ásgeir sia un talentino in erba e abbia tutte le carte in regola per farsi voler bene anche dalle nostre parti. Belle melodie, bei pezzi e una gran bella voce. Per ora è un nome da tenere d’occhio. Il consiglio è di farlo con molta attenzione. Voglio dire, gli islandesi sono gente di bocca buona, almeno musicalmente parlando… Se lo dicono loro c’è da fidarsi.

(Marco Jeannin)

SETLIST

“Going home”
“On that day”
“Summer guest”
“Torrent”
“King and cross”
 

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