NEWS   |   Italia / 06/05/2003

Morgan solista: 'Ecco i miei ambigrammi musicali'

Morgan solista: 'Ecco i miei ambigrammi musicali'
Dylan e la Band, le loro canzoni “domestiche”, le registrarono nella quiete bucolica di Woodstock. Gli Zeppelin del terzo album si fecero ispirare da qualche settimana di vita agreste in un cottage sperduto nel Galles. Marco Castoldi, in arte Morgan, è un metropolitano e magari si è ispirato di più al Leonard Cohen di “Songs from a room” (1969) che agli altri illustri predecessori: le sue “Canzoni dell’appartamento” le ha concepite a Milano, zona Città Studi, in un alloggio condiviso per un certo periodo con la (ex?)compagna, Asia Argento, e la piccola Anna-Lou Maria Rio. “Canzoni d’ambiente”, spiega lui ai giornalisti, seduto davanti ai tasti di un piano a coda, mentre introduce la sua “conferenza cantata” in un locale milanese alla moda (e, immancabilmente, fuori mano). “D’ambiente, nel senso che sono circoscritte da un tempo e da un luogo, un appartemento di via Sismondi e una Milano anche immaginaria: come quella così ben descritta, in passato, da Franco Loi. Il contrario della ambient music, però: qui sono stati gli oggetti, gli arredi, i visitatori, i rumori che provengono dalla strada a influenzare i suoni e gli arrangiamenti, non il contrario”.
. Si parte con le canzoni: “Me”, per pianoforte trattato e macchina da scrivere giocattolo, una "Le ragioni delle piogge" che più tenchiana non si può, “Non arrossire” (a richiesta) in una interpretazione che più che l’autore (Gaber) rammenta certi cantanti confidenziali anni ’60 alla John Foster. “La versione di Gaber l’ho sentito dopo, per fare la cover mi sono basato sulla partitura: come si faceva una volta, aggiungendo qualche variazione armonica. Poi Battiato mi ha fatto notare che alcuni accordi erano sbagliati”. Nel disco è evidente una passione, finora trattenuta, per la canzone classica italiana: “Umberto Bindi, per me, è il Wagner della canzonetta”, conferma il monzese. “La prima volta che ho sentito ‘Il nostro concerto’ ho pensato che fosse la traduzione italiana di uno standard di Gershwin…. Per motivi personali-sentimentali, ‘Arrivederci’ risuona oggi come un loop nella mia testa” (e subito si prodiga in una struggente versione). “Ne ho spedito una copia a chi sapete voi: ma non nella versione di Bindi, che è troppo ruvida. Ho preferito quella di Marino Barreto Jr., molto più melensa. La stretta di mano di cui parla la canzone in realtà è una stretta di cuore”. Dopo il “tranche de vie” si torna a parlare di musica: perché non un intero album di cover, oltre a Gaber e alla “If” dei Pink Floyd (in italiano)? “Per evitare l’ennesimo paragone con Battiato. Ma l’idea resta nel cassetto. Avevo pensato al ‘Cantico dei drogati’ di De André, a ‘Sunny afternoon’ dei Kinks e a ‘Put your head on my shoulder’ dei Beach Boys, quella fatta anche da Mina. Poiché mi sento anche arrangiatore, fare archeologia musicale mi stimola sempre. Ed è un modo di sfuggire al rock and roll, che per me resta una forma di musica adolescenziale. Non capisco chi si ostina a farla a sessant’anni”. Anche i Bluvertigo? “Con loro continueremo a fare la boy band. Ma in realtà il gruppo ha anche un versante acido-sperimentale che varrebbe la pena di esplorare”. Torna la dicotomia Marco-Morgan, espressa graficamente nella copertina del disco da un “ambigramma” disegnato da Douglas G. Hofstadter. “Un mio idolo da sempre: ad una conferenza organizzata da Umberto Eco gli ho risposto suonando ‘Changes’ di Bowie sul Preludio di Chopin. Era il mio ambigramma musicale”.
Morgan è così: continua a viaggiare su coordinate lontane da certo mainstream pop. Per questo non è andato al concertone del 1°maggio? “Ho l’impressione che a Roma pensino che tutti i musicisti milanesi siano dei cabarettisti. Ho visto solo Jannacci, che per me è un artista in stato di grazia. Ma visto com’è andato il resto, meglio essersene restati a casa”. Anche se nell’appartamento di via Sismondi non ci abita già più.
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