Musica on-line, giudice USA 'assolve' Grokster e Morpheus

Non la pensano tutti allo stesso modo, i tribunali americani che in questi giorni sono chiamati a pronunciarsi in materia di copyright musicali e di “pirateria” on-line. L'associazione dei discografici americani, RIAA, non ha fatto neanche in tempo a festeggiare le multe inflitte a Madster (vedi News) e la decisione di John Bates, il giudice del Distretto di Columbia che qualche giorno fa ha intimato alla società di telecomunicazioni Verizon di rivelare il nome di un suo cliente colpevole di aver gestito un traffico illegale di file musicali in rete (vedi News): un suo collega di Los Angeles, Stephen Wilson, ha infatti gelato le aspettative dell'industria musicale respingendo una richiesta di giudizio sommario che la stessa RIAA, accanto all'organizzazione dei produttori cinematografici MPAA, aveva presentato nei confronti dei servizi peer-to-peer Grokster e Streamcast Networks (titolare del celebre Morpheus/Music City) chiedendone l'immediata chiusura. Discografici e studios hollywoodiani spingevano affinché venisse riconosciuto il concorso di colpa dei “cloni” di Napster nelle violazioni dei diritti d'autore perpetrate, attraverso il file sharing non autorizzato, dai loro utenti che si scambiano senza autorizzazione e gratuitamente le canzoni dei loro artisti preferiti sotto forma di file MP3. Ma il giudice Wilson ha risposto che “sussistono indiscutibilmente utilizzi consistenti dei due sistemi che non hanno nulla a che fare con le violazioni dei diritti”, citando tra le attività legittime che impiegano i software di condivisione Grokster e Morpheus “la distribuzione di trailer cinematografici, di canzoni o di altro materiale non protetto da copyright, incluse le opere di Shakespeare”. Il magistrato di Los Angeles, per motivare la sua decisione, ha fatto ricorso ancora una volta al celebre “caso Betamax”, che nel 1984 portò davanti alla Corte Suprema Universal City Studios e Sony Corporation of America (vedi News): come i produttori di videoregistratori non potevano allora essere ritenuti responsabili dei loro usi impropri e contrari alla legge, ha sostenuto Wilson, altrettanto accade ora con i software di file sharing che, a differenza del predecessore Napster, si basano su sistemi decentralizzati di distribuzione che non consentono di controllare le mosse dei singoli utenti o di bloccare d'autorità la circolazione di certe liste di canzoni sui server. Anche se, ha ammesso, le due imprese potrebbero avere strutturato intenzionalmente la loro attività in modo da eludere ogni responsabilità e al tempo stesso beneficiare dei vantaggi economici derivanti dalle attività illegali.
Diametralmente opposte, come prevedibili, le reazioni delle parti in causa. Il presidente di Grokster Wayne Rosso ha definito la decisione di “portata gigantesca”, tale da cambiare le regole dello show business e l'interpretazione delle leggi sul diritto d'autore (potrebbe avvantaggiarsene anche il pericolo numero uno del momento, KaZaA). Mentre MPAA e RIAA, evidentemente scioccate, hanno già annunciato che faranno appello contro l'inattesa decisione. Ma intanto qualche osservatore attento della materia (come John Borland di CNET) ipotizza che, paradossalmente, i recenti orientamenti ondivaghi della giurisprudenza potrebbero indurre i duellanti a più miti consigli, prima o poi. Magari cercando una soluzione di compromesso mediata dal governo, o addirittura diventando soci in affari: come fecero, appunto, gli studios di Hollywood e i produttori di videoregistratori dopo la decisione della Corte Suprema sul caso Betamax.
Music Biz Cafe, parla Paolo Salvaderi (Radio Mediaset)
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