Festival di San Marino: altre considerazioni

Lo sapete che non è facile strapparmi giudizi positivi, conoscete la mia inclinazione a cercare il pelo nell'uovo (espressione particolarmente adatta al giorno di Pasqua nel quale stilo queste note, che leggerete martedì 22 aprile). Sappiate dunque che non esagero scrivendo che l'esperienza che quest'anno ho potuto vivere durante le fasi di selezione e di semifinali del Festival di San Marino è stata una delle più importanti e soddisfacenti della mia quasi trentennale attività nel mondo della musica.
Se ricordate le mie considerazioni di qualche giorno fa (vedi News: “Festival di San Marino, le selezioni al giro di boa”) probabilmente sarete stupiti. Ma mi spiego. In quell'occasione avevo espresso dure critiche nei confronti della maggioranza dei concorrenti: critiche che, grazie alla lungimiranza, al senso dell'ospitalità e alla (immeritata) fiducia riposta in me dagli organizzatori del Festival, avevo avuto modo di esternare sera dopo sera direttamente agli interessati, e pubblicamente, nel corso delle serate di selezione alle quali ho preso parte. Ogni volta chiudevo il mio intervento dicendomi disponibile ad incontrare i concorrenti che lo desiderassero, con l'impegno di dire a ciascuno - sinceramente e senza giri di parole - ciò che pensavo della sua esibizione.
Non sono stati moltissimi, a dire il vero, quelli che hanno colto l'opportunità: un po' per ragioni di tempo (molti dei concorrenti ripartivano verso casa subito dopo la loro esibizione), un po' per timore reverenziale nei confronti dell'anziano e severo presidente della giuria, un po' per presunzione e per eccesso di autostima dei giovani partecipanti. Quelli che hanno osato accettare la proposta hanno avuto esattamente ciò che avevo promesso loro: franchezza totale, schiettezza al limite della brutalità. Funzionava così: quando uno dei concorrenti veniva da me, alla fine della serata, gli leggevo pari pari le note che avevo preso alla fine della sua esibizione. Qualche esempio? “esagerata e volgare”, “clone senza voce”, “testo vergognoso”, “inutilmente pretenzioso”, “tutta coppetta e niente gelato”, “ma perché canti?”.
C'era anche qualcuno, però, al quale sentivo di poter dare un parere positivo - e propositivo: per migliorare la struttura del brano, qualche passaggio del testo, o semplicemente il modo di vestire. Adesso sarebbe inutile fare nomi, ma mi ha fatto molto piacere rendermi conto che la maggioranza dei ragazzi con i quali ho parlato (e con i quali ha parlato Pape Gurioli, mio preparatissimo e piacevolissimo compagno di giuria, pronto quanto me a offrire tempo e competenza ai concorrenti che li richiedessero) ha apprezzato la nostra iniziativa. Abbiamo ricevuto ringraziamenti e abbiamo notato con piacere che qualcuno, nel transito fra selezioni e semifinale, ha provato a mettere in pratica i nostri suggerimenti; ma soprattutto ci siamo resi conto, con un certo stupore, che questi ragazzi e ragazze non trovano quasi mai nessuno che sia disposto ad ascoltarli con attenzione, a dar loro retta, a criticarli e a incoraggiarli. Anche quelli che - oggettivamente - abbiamo maltrattato ci hanno comunque espresso riconoscenza per la “qualità” del tempo che abbiamo loro dedicato.
Con alcuni di loro si è aperta così una linea di comunicazione diretta: un rapporto basato sulla chiarezza dei ruoli e sul reciproco rispetto, dal quale nessuna delle due parti desidera o intende trarre vantaggi diretti (io non intendo occuparmi di nessuno di loro come produttore, loro sanno di non potersi aspettare da me altro che non siano critiche costruttive), e che personalmente considero il risultato più importante, più gratificante (e anche più inatteso) del mio coinvolgimento nel Festival di San Marino di quest'anno.
Non è questa la sede per dilungarmi su un'altra conseguenza positiva di questo coinvolgimento (l'aver trovato, nelle persone che lavorano all'organizzazione del Festival - dal patron al tecnico delle luci - un entusiasmo e un'onestà di intenti decisamente inusuali). E' invece il caso, ora che i finalisti sono stati scelti e identificati, di tentare qualche bilancio sugli esiti delle semifinali.
Sono piuttosto soddisfatto dei risultati delle due semifinali del 12 e 13 aprile: la giuria di quelle due serate, che sostanzialmente era la stessa che aveva preso parte alle fasi di selezione, ha portato alla cosiddetta “finale discografici” di mercoledì 16 aprile una rappresentanza di concorrenti di qualità sicuramente più che accettabile. Dirò ora qualcosa dei selezionati del 12 e 13 aprile che non sono riusciti ad approdare alla finale del 16 e che (a mio avviso) non vi avrebbero sfigurato; cominciando da The Gain, un duo vocale femminile che ha proposto una versione coraggiosa e non banale della tanto consumata “Imagine” di John Lennon (interessante la scura e intensa voce di una delle due componenti, Barbara). Note positive anche per i Metaphonia, duo di Rovigo ancora acerbo la cui “Equilibrio instabile” ha una piccola buona idea nel testo (“faccio surf sul tavolo di casa”); per il romano Michele Amadori, spiritoso e brillante - che forse ha ecceduto nella teatralità dell'interpretazione; per i meranesi Masnada, carini benché ancora immaturi; per Irene, vispa e pimpante (ma la sua “Vivi e lascia vivere” ricorda troppo da vicino “Jenny from the block” di Jennifer Lopez); per i pesaresi Malamonroe, un gruppo ancora inesperto ma che ha nella bella cantante, Eleonora, un personaggino di indubbie potenzialità; per Rocco De Stefano, cantautore avellinese dalla faccetta tenera e buffa (fragilissima, purtroppo, la sua “Dove sei”); per i Sa.Bo, duo già apprezzato al Premio Lunezia del 2002; e per Simona Madia, voce originale e interessante che - pur essendosi qualificata per la “semifinale discografici” - non ha poi potuto prendervi parte (ed è un peccato).
Due parole anche per Nevada, interprete femminile dalla tecnica vocale indiscutibile che vorrei risentire in canzoni meno drammatiche del fado (“Gaivota”) con il quale ha preso parte alle selezioni; e per la giovane, solare, sorridente Serena, cantante di Civitanova Marche che ha molto osato presentando la difficile “Ti sento” dei Matia Bazar (e si è guadagnata l'invito, benché fuori concorso, alla serata del 16 aprile): non ha ancora 18 anni, possiede grinta e coraggio, è molto graziosa, e con un repertorio adeguato potrà fare strada.
Veniamo adesso agli esiti della “finale discografici”. Nell'apprezzabile intento di dare ai 26 concorrenti l'opportunità di farsi ascoltare da una robusta rappresentanza di addetti ai lavori, l'organizzazione del Festival ha radunato una giuria molto numerosa (i votanti erano più numerosi dei votandi!). Purtroppo, però, la maggior parte dei giurati ascoltava per la prima volta le canzoni e i concorrenti (diversamente dai quei giurati, che erano però la minoranza, che già avevano avuto modo di ascoltarli nelle selezioni e nelle due semifinali). Di conseguenza, il risultato ha favorito (secondo me ingiustamente) alcune proposte a discapito di altre. E le modalità di voto, che per ragioni di tempo prevedevano la semplice somma dei voti assegnati dai singoli giurati, non hanno permesso di organizzare una riunione della giuria durante la quale il presidente e la commissione artistica avrebbero potuto perorare, argomentando, la causa di alcuni concorrenti indiscutibilmente meritevoli.
Sono così rimasti fuori dalla rosa dei sette finalisti alcuni nomi che avrebbero meritato più considerazione.
E segnatamente, secondo me: i Trentanove, gruppo modenese con una canzone (“L'America”) divertente e originale nel tema; i Club, gruppo aretino la cui “Si sta bene si sta male” è accattivante e ben costruita; i Cavedani, gruppo bolognese che ha in “Io sono il sole” un brano efficace e convincente. Ma sono soprattutto due i nomi dei quali rimpiango l'assenza dalla rosa dei finalisti: Giulia e Giovanni Lauricella. E vi spiego perché.
A mio parere, un concorso non dovrebbe limitarsi, semplicemente e un po' semplicisticamente, a premiare i concorrenti che già dimostrano di aver raggiunto una discreta capacità compositiva e/o interpretativa. La vera (e più difficile) missione della giuria di un concorso dovrebbe essere quella di identificare - e segnalare, e incoraggiare - i partecipanti che lasciano intuire di possedere qualità pregevoli (originalità, intensità, convinzione) anche se non ancora sufficientemente elaborate e portate alla luce. Questo perché la competenza e l'esperienza di una giuria dovrebbero conferirle la capacità (che discende dall'autorevolezza dei suoi componenti) di sfidare la banalità della “certificazione” di uno status per scommettere sulle possibilità di crescita di personaggi magari ancora grezzi, ma che possano lasciare, in futuro, un segno forte nel panorama - indubbiamente oggi poco entusiasmante - della canzone italiana.
Una giuria affollata, impreparata (lo dico, senza offesa, non nel senso delle doti critico/valutative: ma proprio riferendomi al fatto che la maggior parte dei votanti non aveva mai sentito le canzoni prima della sera della finale), e - tutto sommato - un po' troppo eterogenea (discografici, giornalisti specializzati e non, radiofonici, promoter, manager, produttori, organizzatori di manifestazioni...), non ha così saputo o potuto rendersi conto delle grandi potenzialità di due cantautori - la romana Giulia, il siciliano Giovanni Lauricella - che, pur con indubbi limiti (di immagine, di tenuta della scena, di costruzione dei brani), sono a mio avviso i due personaggi più meritevoli di attenzione fra quanti non sono approdati alla finale di maggio (dei sette finalisti, per ovvie ragioni, non dirò nulla qui e ora, riservandomi di farlo dopo che avranno gareggiato per la vittoria).
Parlando alla giuria nel corso delle due semifinali, avevo chiesto ai miei colleghi di dare voti alti a quei concorrenti che avrebbero volentieri presentato personalmente al direttore artistico di una casa discografica (o, meglio, a un produttore intelligente e illuminato). Ecco, io accompagnerei volentieri Giulia (“Un giorno senza te”) e Giovanni Lauricella (“La banda degli idioti”) da un produttore artistico: perché ascoltandoli, e guardandoli, e leggendo i loro testi (cosa che - purtroppo - temo che alcuni dei giurati non abbiano fatto, nonostante fossero stati loro consegnati), ho provato un piccolo brivido. Perché mi sono sembrati sinceri, ed emozionanti, e capaci di trasmettere sensazioni; perché entrambi hanno difetti e limiti che mi piacerebbe aiutarli a correggere e superare; perché ascoltare una loro canzone mi ha fatto venir voglia di ascoltare altre loro canzoni.
Così, ritengo che l'assenza di questi due ragazzi dalla rosa dei sette finalisti non sia solo una mia sconfitta personale, ma anche un'opportunità mancata per il Festival di San Marino. La cui organizzazione, correttamente e limpidamente, non interviene a “correggere” il risultato delle votazioni della giuria; né sarebbe possibile o accettabile modificare il regolamento per aumentare il numero dei finalisti. Così, queste righe servono soltanto a segnalare - se le leggerà qualcuno che riponga un po' di fiducia nelle mie capacità di valutazione - l'esistenza di due nomi meritevoli di interesse indipendentemente dal loro piazzamento in graduatoria.
E per questa volta l'ho fatta fin troppo lunga. Ne riparleremo dopo il 10 maggio, commentando la serata finale.
(fz)
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