Concerti, Canada: attivata una tassa sui live per le band straniere

Concerti, Canada: attivata una tassa sui live per le band straniere

Le trovate protezionistico-musicali non sono affatto una novità, sia da questa che dall'altra parte dell'oceano Atlantico: basti pensare, per esempio, alle quote imposte dai governi di - tra gli altri paesi - Francia, Canada, Venezuela e Ecuador alle emittenti radiofoniche operanti sul proprio territorio da dedicare ad artisti locali. Il mercato della musica live, tuttavia, era rimasto immune da provvedimenti del genere, almeno fino ad ora. A schierare gli agenti del fisco a difesa dei palchi dalla concorrenza straniera ci ha pensato, per la prima volta, il Canada, che dallo scorso 31 luglio ha reso effettiva una tassa che va a colpire gli artisti provenienti da oltreconfine intenzionati a includere il paese nordamericano negli itinerari dei loro tour.

Nello specifico, il provvedimento interesserà tutti gli esercizi che "non abbiano la musica come fonte primaria di reddito", quindi piccoli club, bar e ristoranti, e prevederà il versamento da parte del gestore della venue e dell'organizzatore dell'evento di 275 dollari per ogni elemento (oltre ai musicisti, anche tecnici del suono, roadie e manager) del gruppo scritturato ai quali andranno sommati altri 150 dollari a titolo di permesso di lavoro. Le disposizioni precedenti, invece, prevedevano solo 150 dollari di tassa ad elemento del gruppo fino ad un massino di 450 dollari.

Come è logico intuire, non si sono fatte attendere le critiche: "Con la nuova legge, se volessi invitare un gruppo americano di quattro elementi a suonare nel mio locale spenderei 1700 dollari solo per poter scrivere il loro nome nella locandina", ha protestato al Calgary Herald Spencer Brown, direttore artistico del Palomino, storico club situato nel centro della città canadese, "Senza ovviamente considerare le spese per l'ingaggio del fonico residente, del noleggio della backline, la promozione e il cachet delle altre band". Oltre ad essere stata presa dal governo in modo assolutamente unilaterale ("Non c'è stata consultazione con le parti interessate, né un preavviso o altro"), Brown e altri suoi colleghi lamentano nel provvedimento una smaccata presa di posizione a favore delle grandi realtà musicali a discapito delle piccole scene locali: una sorta di autogol, quindi. "Un provvedimento del genere mette nel mirino i pesci piccoli, i piccoli locali, con un giro d'affari molto limitato", ha proseguito Brown: "Nel mio locale, nella migliore delle ipotesi, ci stanno 200 persone, e a me tocca pagare 425 dollari per ogni musicista o tecnico straniero, mentre chi organizza concerti di Elton John in palazzetti da 20.000 posti viene completamente detassato. Credete forse che il mio invito ad un gruppo americano devasti la scena garage locale? Il discorso non è decidere che far lavorare e chi no. Il discorso è ispirare il pubblico a prendere in mano una chitarra e cercare di registrare un disco".

Dal canto suo, il governo si è difeso in una breve nota congiunta diramata dall'Employment and Social Development Canada e dal Citizenship and Immigration Canada: "Queste regole sono state studiate perché i gestori e i direttori artistici di questi locali nello scritturare artisti diano la preferenza ai canadesi piuttosto che a lavoratori temporanei stranieri".

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