Nine Inch Nails, il report del concerto di Milano

Nine Inch Nails, il report del concerto di Milano

 

Alle nove e un quarto le luci del Forum sono ancora accese.

Un uomo sale sul palco: capelli corti neri, canotta che lascia scoperti i muscoli gonfi, pantaloni corti. Si avvicina al centro, al microfono. Qualcuno lo scambia per un roadie. Poi arriva qualche urlo di riconoscimento: appena fa partire la base elettronica Trent Reznor si trasforma da anonimo figuro a frontman. Si impossessa del palco, da solo: bastano due battute di “Copy of A” e pure la platea è nelle sue mani. Gli altri musicisti lo raggiungono uno per volta e si allineano ai suoi fianchi: si aggiungono, basso, chitarra, batteria, altri beat. Le luci si spengono e le ombre dei musicisti vengono proiettate sullo sfondo bianco di cinque pannelli.
Benvenuti al concerto dei Nine Inch Nails: a Milano è ancora estate (o quasi) , il Forum ha il secondo anello chiuso, ma la platea e gli spalti sono gremiti, considerando che è il primo concerto al chiuso della stagione. Ma è di quelli che si aspettano da tempo: il ritorno di una delle band più importanti degli ultimi vent’anni, assente da cinque dalle scene.
Attesa ripagata, in pieno: fin dall’inizio Reznor e soci mettono in scena un assalto sonoro da manuale, aiutato da un gioco di luci che non è per deboli di cuore e da una gestione degli spazi del palco altrettanto esemplare: cinque pannelli bianchi che si spostano, giocando con le ombre dei musicisti. Poi scompaiono e ritorneranno come schermi elettronici che faranno da sfondo altrettanto suggestivo alle canzoni.
Reznor non parla: rimane aggrappato all’asta del microfono per quasi tutto il concerto, come se fosse il suo unico appiglio con il mondo (è questo di cui parlano le sue canzoni, no? Cercare di rimanere aggrappati al mondo). Non è più “Mr. self destruct”, come ricordano alcune magliette tarocche in vendita fuori dal Forum. Ma la sua carica non è cambiata e neanche quella della sua band: un muro di suono che arriva dritto allo stomaco, graffiante e sporco, ma di uno sporco perfetto, pulito, pensato.
Tutto lo show è frutto di un lavoro scenografico gigantesco: quando attacca “Closer”, la facciona di Reznor, che è scomparso, viene proiettata e distorta su un pannello. Poi il pannello si apre e Reznor è lì, fianco al pubblico, che canta a favore della telecamera che lo sta distorcendo. E ogni canzone ha una trovata, un gioco di luci, ombre, spazi, schermi.
Lo show va avanti secco per oltre due ore: qualche canzone dal nuovo album “Hesitation marks”, molti classici come “March of the pigs”, “Piggy”, “Terrible lie”, “Head like a hole” (cantata a squarciagola dal pubblico) - cover come “I’m afraid of americans” (Bowie). Le uniche parole sono a metà concerto: “Per fortuna non siamo più ad un festival, siamo contenti di avere il nostro pubblico”. Quella di Milano è la prima data autonoma del tour europeo - se si eccettua un ristretta concerto promozionale londinese. Nei giorni scorsi Reznor si era lamentato che a Reading era stato costretto a rinunciare parte della scenografia, visto che gli headliner erano i Biffy Clyro (fa uno strano effetto, non è vero? I Biffy Clyro headliner a Reading, provate a ripeterlo).
Insomma, Reznor ci tiene a questo concerto, per cui ha chiamato i Tomahawk di Mike Patton come supporter. E si vede: 25 canzoni, una in più del previsto, la scaletta più lunga finora. Nessuna pausa fino alla fine. Un solo bis. E che bis: “Hurt”, una di quelle canzoni che valgono non solo una carriera ma molto, molto di più.

(Gianni Sibilla)

SETLIST:
Copy of A
Sanctified
Came Back Haunted
1,000,000
March of the Pigs
Piggy
The Frail
The Wretched
Terrible Lie
I'm Afraid of Americans
Closer
Gave Up
Help Me I Am in Hell
Me, I'm Not
Find My Way
The Warning
What If We Could?
The Way Out Is Through
Wish
Survivalism
The Good Soldier
Only
The Hand That Feeds
Head Like a Hole
Hurt

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