Paul McCartney & Wings Rockshow al cinema: la carriera solista negli anni '70

Paul McCartney & Wings Rockshow al cinema: la carriera solista negli anni '70

Sarà proiettato solo per una giornata, mercoledì 18 settembre, nelle sale cinematografiche "Paul McCartney & Wings rockshow", docu-film che raccoglie le immagini più belle tratte dal tour mondiale, durato quasi due anni, di Paul McCartney ee i suoi Wings (Per conoscere tutte le sale in cui verrà proiettato il docu-film è possibile consultare il sito ufficiale di Nexo. Per l’occasione ripercorriamo la sua carriera solista di McCartney negli anni '70. Buona Lettura!

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La carriera solista di Paul McCartney comincia, intrecciandosi alla fine ingloriosa dei Beatles, con l’eponimo “McCartney” (1970). Registrato a Londra, un po’ nella soffitta di casa e un po’ nei familiari Abbey Road Studios, il disco coglie tutti di sorpresa per il suo tono dimesso; è zeppo di provini e brani strumentali, ma va dritto al n.1 in classifica e passa alla storia per alcune gemme tra le migliori del repertorio di McCartney. Su tutte “Maybe I’m amazed”, un ruggito di libertà: è il grande classico del McCartney solista, la canzone “per la quale vorrei essere ricordato” ha detto Paul. Altri pezzi memorabili del disco sono l’acustica “Every night”, l’ode melanconica e bucolica di “Junk” e la struggente storia familiare di “Teddy boy”, dalle possibili suggestioni autobiografiche. Depresso e disoccupato (di lusso), nel 1971 McCartney prepara l’avvio del post-Beatles con un taglio più professionale.
Tra New York e Los Angeles recluta alcuni dei migliori session-men sulla piazza ed incide “Ram”, accreditato a metà con la moglie Linda, co-autrice anche del singolo che lo precede, “Another day”, una canzone venata di malinconia che ritrae la mesta giornata di un’impiegata. Questa “Eleanor Rigby a New York” è il primo million-seller di Paul. L’album “Ram” ripete i successi di classifica del singolo (arriva al n.2 negli USA e al primo posto in Inghilterra), nonostante le batoste della critica, che lo definisce “il punto più basso della decomposizione del rock degli anni Sessanta”. Oggi è considerato da molti la miglior opera del McCartney solista, con brani elaborati che spaziano dall’operetta (“Uncle Albert-Admiral Halsey”, n.1 in America e vincitore di un Grammy), allo stile sinfonico nella vena di “Abbey Road” (“The back seat of my car”, “Dear boy”), al folk (“Ram on”, con tanto di ukulele alla George Formby), al blues (sinuoso come in “Three legs” o parodisticamente disperato come in “Monkberry Moon Delight”, dove Paul fa il verso un po’ a Screamin’ Jay Hawkins e un po’ a Lennon) per arrivare al jazz-country (“Heart of the country”). Pieno di riferimenti - oggi per fortuna incomprensibili - a Lennon e agli ex-compagni dei Beatles, il disco si fa perdonare l’acrimonia con un’esuberanza di idee e trovate musicali mai più eguagliata da Paul.
 Il desidero di tornare sulle scene spinge McCartney a formare un nuovo gruppo, gli Wings, che comprende Linda alle tastiere, Denny Seiwell alla batteria e il vecchio amico Denny Laine alla chitarra. McCartney lancia la band in modo funky. Prima con l’album “Wild Life” (1971), inciso live in studio “alla Dylan”: quasi tutti i brani sono “take one”, registrate con l’intento di catturare il feel dell’esecuzione lasciando da parte le rifiniture. I testi dei primi due brani sono affidati al grammelot, ma la parte melodica dell’album contiene un paio di classici da brivido, la ballata-blues “Tomorrow” e “Dear friend”, l’atto di riconciliazione di Paul verso John. Subito dopo, nel febbraio 1972, il gruppo – rinforzato dalla chitarra solista di Henry McCullough - parte per un tour clandestino nelle Università inglesi, sulla falsariga dei gruppi jazz che negli anni Cinquanta giravano i campus universitari americani per farsi conoscere. Il quintetto si presenta alle segreterie delle Università e chiede se c’è uno spazio disponibile ad ospitare un certo signor Paul McCartney. Il resto dell’anno, gli Wings lo passano in balìa degli umori di McCartney, che nei tre singoli pubblicati passa schizofrenicamente dalla canzone di protesta politica (“Give Ireland back to the Irish”, scritta dopo l’eccidio della Bloody Sunday del 30 gennaio 1972 e bandita da BBC Radio One, che si rifiuta persino di pronunciarne il titolo), alla canzonetta per bambini di “Mary had a little lamb” (riadattamento di una filastrocca popolare dell’Ottocento: n.6 nel Regno Unito) per chiudere con un’iniezione di “sesso, droga e rock’n’roll” in “Hi hi hi”, brano subito censurato dalla BBC per presunte allusioni a sesso e stupefacenti (e dunque immediatamente balzato nei Top Ten).
 Nel 1973 invece, McCartney comincia a fare sul serio. Prima con la pubblicazione di “Red Rose Speedway”, l’album più melodico e zuccherino della sua discografia. Un disco dai toni leggeri e vagamente retrò, tanto che “Rolling Stone” disse che “sarebbe piaciuto anche al nonno di Paul”. Preceduto dal singolo “My love” (n.1 in America e due milioni di copie vendute), la più tipica love-song del repertorio di McCartney, l’album corre sul filo della nostalgia con brani dallo stile vaudeville (“One more kiss”) o anni Cinquanta (“When the night”) e pesca outtakes del periodo di “RAM” (“Get on the right thing”, “Little lamb dragonfly”), strizzando l’occhio alla nuova generazione di potenziali fan, quella che non sa nemmeno che prima degli Wings Paul faceva parte di un gruppo chiamato Beatles. McCartney confeziona l’album in modo superbo, con un sound pulito e preziose parti di basso. Il resto lo fa l’ufficio marketing, che impone a McCartney di tornare al suo nome (il disco è attribuito a “Paul McCartney and Wings”): per l’iconica copertina c’è il bel faccione di Paul con una rosa rossa in bocca.
 Il secondo colpo dell’anno è il singolo “Live and let die”, scritto per la colonna sonora del film di James Bond. E’ un successo colossale e ben meritato: prodotto ed arrangiato da George Martin, è un brano esplosivo la cui fama ha travalicato i decenni. E’ però con “Band on the run” (dicembre 1973) che McCartney confeziona il suo più grande successo commerciale e di critica. Il disco - registrato all’indomani della dipartita del batterista Denny Seiwell e del chitarrista Henry McCullough – è il risultato di un colossale sforzo poli-strumentistico di McCartney, che si incarica di suonare basso, chitarre, tastiere e batteria, quest’ultima in modo talmente convincente che anche il compianto Keith Moon gli fa i complimenti. Nonostante la vulgata – che racconta come l’album sia stato registrato in condizioni quasi di fortuna in un fatiscente studio della EMI a Lagos – “Band on the run” è inciso solo in parte in Africa ed è rifinito con tutti i crismi agli AIR Studios di George Martin a Londra. I singoli “Helen wheels” (presente però solo nell’edizione americana), “Jet” e “Band on the run” (una mini-opera in tre parti, al n.1 negli Stati Uniti) sorreggono la corsa del disco verso la vetta della classifica statunitense: l’album rimane nelle charts per 116 settimane consecutive. La critica riabilita anche il McCartney paroliere, che dedica molti episodi del disco al tema della libertà e della fuga (la ballata esotica “Bluebird”, la saltellante “Mrs. Vandebilt”) e i fan drizzano le orecchie all’ascolto di “Let me roll it”, un rock-blues che sembra uscire da “John Lennon-Plastic Ono Band”. 
Forte del successo, McCartney si toglie lo sfizio di andare a visitare le culle della musica americana, dando nuovi scenari alle sue incisioni. Nel 1974 è la volta del country di Nashville. McCartney chiama in studio leggende come Lloyd Greene e Chet Atkins e la nuova formazione degli Wings (con Jimmy McCulloch alla chitarra e Geoff Britton alla batteria) incide il singolo “Junior’s farm”- “Sally G”, un doppio lato A da leccarsi i baffi. La prima è un rock “su una sola nota” di quelli tanto cari a McCartney – maestro nel “vestire” melodie altrimenti banali in modo sempre originale – arricchito da una sontuosa prestazione alla chitarra solista di McCulloch; la seconda è un country-pop dal ritornello che ti rimane in testa, appiccicato come una gomma da masticare alla suola di una scarpa. 
Nel 1975 tocca a New Orleans, la patria del jazz e del blues afro-americano, dove McCartney incontra maestri come Allen Toussaint e Henry Bird e band locali come i Meters. Ne esce “Venus and Mars”, un album in cui il linguaggio pop di McCartney è declinato secondo mille coloriture, ma che potrebbe essere stato registrato dovunque: “Non suona molto New Orleans” disse Paul all’epoca. Solo qua e là c’è una spruzzata di blues e del tipico sound della Louisiana: un paio di robusti arrangiamenti per fiati (“Letting go” e “Call me back again”) e il guizzante sax di Tom Scott nel singolo “Listen to what the man said” (n.1 negli Stati Uniti), uno dei gioielli del disco. Il resto dell’album – nel quale anche McCartney subisce il fascino del tema dello spazio, sviluppato prima di lui da artisti del calibro di David Bowie con “Starman”, Elton John con “Rocket Man” e i Pink Floyd con “The dark side of the moon” – è un caleidoscopio di stili e influenze, che spaziano dalla musica anni Venti (“You gave me the answer”, un meraviglioso quadretto d’epoca con voce gracchiante e clarinetti in evidenza), alla canzone-fumetto (“Magneto and Titanium Man”), a brani esotici e ricchi di atmosfere orientali o stellari (“Love in song”, “Spirits of ancient Egypt”, “Venus and Mars). Il disco prosegue la striscia di numeri uno di McCartney nelle charts di “Billboard” e diventa subito il tassello mancante per lo show che McCartney si sta preparando a portare in tutto il mondo. Nel frattempo la band ha trovato il suo equilibrio con l’arrivo del batterista Joe English.
 Il “Wings over the world Tour” (1975-76) è uno degli eventi live più importanti del decennio: la tournée è organizzata nei minimi dettagli e porta gli Wings attraverso Europa (con uno storico show a Venezia in Piazza San Marco, patrocinato dall’UNESCO), Australia e Stati Uniti, con 65 concerti in 11 paesi e due milioni di spettatori. Lo spettacolo è concepito come una pièce teatrale: quasi diviso in atti, miscela in modo sapiente climax, colpi di scena, momenti soft e hard-rock. Il tocco finale è l’inserimento in scaletta dei quattro brani di punta del nuovo disco “Wings at the speed of sound” (primavera 1976), un album che McCartney concepisce a tavolino come mezzo per rafforzare l’identità coesa del suo gruppo, lasciando a tutti i membri una ribalta vocale. Ma è sempre lui a recitare la parte del leone: il primo singolo “Silly love songs” rimane quasi due mesi in cima alle classifiche. Brano-manifesto della poetica di McCartney, è uno dei più grossi successi degli anni Settanta e in concerto viene acclamato alla pari dei classici beatlesiani. “Let’em in” – dedicata agli affetti più cari, compreso “Brother John” – è un’altra delle canzoni epocali del McCartney solista, ed ottiene la nomination ai Grammy Awards per il miglior arrangiamento dell’anno. Il tour “Wings over America”, partito il 3 maggio a Forth Worth in Texas, è un evento mediatico che riporta in auge echi di Beatlemania. McCartney gestisce la macchina pubblicitaria con sapiente maestria, concedendosi con lo stesso entusiasmo nelle interviste come nei concerti. La tournée è pensata per i posteri e genera alcune testimonianze sonore e visive passate alla storia: il triplo album “Wings over America” (ancora al n.1 negli States) e i due video “Wings over the world” e “Rock Show”, il film che cattura - assieme alla performance degli Wings al Seattle Kingdom il 10 giugno 1976 davanti a 67.000 spettatori - il momento culminante della carriera di Paul McCartney negli anni Settanta.


Luca Perasi

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