NEWS   |   Pop/Rock / 28/03/2003

Jim McCarty parla dei nuovi Yardbirds: 'Non siamo una band retrò'

Jim McCarty parla dei nuovi Yardbirds: 'Non siamo una band retrò'
Uno dei black out più lunghi della storia del rock sta inopinatamente per interrompersi. Dopo trentacinque anni di silenzio discografico (l'ultimo album ufficiale, appena ristampato, fu “Little games” nel 1968) tornano sulla scena gli Yardbirds, o meglio quel che resta del leggendario gruppo blues/beat/psichedelico inglese: due soli membri originali, Chris Dreja (già chitarrista ritmico, e poi bassista) e Jim McCarty (batteria), oggi affiancati da Gypie Mayo, John Idan e Alan Glen, compagni ormai rodati di avventure nel corso di un'attività live che da qualche tempo è ripresa a buon ritmo.
L'album dell'inatteso ritorno, “Birdland”, vede la luce il prossimo 22 aprile (vedi News). E come si conviene ad un gruppo che ha fatto da palestra ai migliori chitarristi rock della sua generazione (Eric Clapton, Jeff Beck, Jimmy Page), è infarcito di “axemen”, di virtuosi della sei corde ben disposti a rendere omaggio a una band di culto. All'appello hanno risposto pezzi da novanta come Brian May, Slash, Steve Lukather, Jeff “Skunk” Baxter, Joe Satriani e Steve Vai, che ha fatto anche di più: ha procurato loro un contratto discografico, facendoli incidere per la sua etichetta Favored Nations.
McCarty è comprensibilmente eccitato dalla nuova avventura. “E' stata una sorpresa, vero?”, esordisce al telefono con Rockol. “Il gruppo si è riformato sei o sette anni fa, ma a un certo punto ci siamo resi conto che se avessimo continuato a suonare solo le solite vecchie canzoni tutti ci avrebbero giustamente catalogato come una band retrò. Non era quel che volevamo, e così abbiamo messo insieme un po' di pezzi nuovi: qualcuno, come 'Dream within a dream' (testo adattato da un poema di Edgar Allan Poe, prima che lo facesse Lou Reed) risale a un paio d'anni fa, altri sono molto più recenti”, spiega il batterista, che si professa orgoglioso di un'eredità musicale a cui oggi attingono esplicitamente gruppi come Strokes e White Stripes (“Li ho visti suonare a Londra con Jeff Beck, e ho rivissuto la stessa eccitazione e il medesimo entusiasmo dei nostri show: sì, mi sembra che esista un filo diretto tra noi e loro”).
McCarty, Dreja e compagni non hanno tuttavia resistito alla tentazione di infilare un'abbondante dose di classici, nel disco nuovo. “L'idea era di rendere omaggio a una band che, a dispetto del culto leggendario che l'ha sempre circondata, non ha mai avuto un seguito di massa. Perché non provare a riproporci ad un pubblico nuovo, ci siamo detti? L'unica condizione era che i nostri ospiti aggiungessero qualcosa di nuovo alle interpretazioni. Steve Vai lo abbiamo conosciuto tramite un amico comune, e non potevamo sperare di meglio che accasarci con lui. Brian May frequentava la mia stessa scuola a Richmond, quando eravamo ragazzi. Gli altri sono arrivati con il tam tam e con il passaparola. Quanto a Jeff (Beck), un paio di anni fa ci aveva invitato a incidere qualche pezzo nuovo nel suo home studio: e uno di quei brani, 'My blind life', è finito sul disco”. E Clapton e Page, gli chiediamo, avete provato a coinvolgere anche loro? “Sì, ad un certo punto se n'è parlato. Ma poi abbiamo pensato che su quei pezzi avevano già suonato, e che sarebbe stato più interessante provare musicisti diversi. E' stato Johnny Rzeznik dei Goo Goo Dolls, per esempio, a convincerci a rifare 'For your love': noi, all'inizio, non pensavamo proprio che fosse il caso”. Ma ora, a conti fatti, McCarty si dichiara assai soddisfatto dei risultati: “Grazie alle moderne tecnologie e all'apporto del produttore Ken Allardyce, che ha lavorato con Weezer, Green Day e gli stessi Goo Goo Dolls, abbiamo potuto creare qualcosa di diverso, un suono al tempo stesso moderno e vintage: molto più corposo, pulito e ad alta fedeltà rispetto alle incisioni d'epoca. Nei primi anni '60, soprattutto in Inghilterra, gli studi di registrazione non ti permettevano voli pindarici. Ma non siamo cambiati più di tanto, in fondo: il merito è del nostro chitarrista, Gypie Mayo, che suona in modo molto spontaneo, proprio come Jeff Beck. E' facile rendersene conto soprattutto dal vivo, dove gli Yardbirds hanno sempre dato il meglio”.
A chiudere l'album c'è una canzone dedicata al vocalist degli Yardbirds Keith Relf, scomparso per un incidente domestico nel 1976: “An original man”, come dice il titolo… “Sì, Keith è sempre stato all'avanguardia, un uomo di larghe vedute che purtroppo non ha mai potuto esprimere in pieno le sue possibilità. A cominciare dalle sue limitazioni fisiche, l'asma e le sue gravi complicazioni polmonari”. Un concetto che ritorna, quello delle potenzialità inespresse: perché, con quel po' po' di talenti che avevano a disposizione, gli Yardbirds non diventarono mai popolari come Who, Kinks e Rolling Stones? “Beh, gli Stones hanno Mick Jagger, e questo fa la differenza. Quanto a noi, forse il problema è che siamo arrivati troppo presto. Negli anni '60 tutto ruotava intorno agli hit singles, mentre noi amavamo sperimentare e prenderci le nostre libertà. Il successo di band come i Led Zeppelin, alla fine del decennio, ha aperto il mercato agli album: in un contesto come quello ci saremmo trovati più a nostro agio”. In attesa di rivederli in tour da queste parti, le ultime parole sono dedicate alle loro antiche frequentazioni italiane, da Michelangelo Antonioni (per il film “Blow up”) al Festival di Sanremo (edizione 1966). “Con Antonioni lavorammo a Londra, su un set cinematografico che replicava l'ambientazione di un club dove eravamo soliti suonare, il Rikky Tik. Per girare una singola scena andammo avanti cinque giorni, da mattina a sera, e fu molto duro. Per l'occasione avevamo scritto anche delle canzoni nuove, che però al regista italiano non piacevano. A lui interessava solo 'Train kept a rollin'… ”. E Sanremo? McCarty ridacchia: “Un'esperienza strana e divertente. Noi, con il festival, non c'entravamo proprio nulla. A quell'epoca non c'erano gruppi sul palco, nessuno vestiva come noi e portava capelli lunghi come i nostri. Cantammo con Lucio Dalla e con Bobby Solo, che allora era molto popolare e aveva già vinto un paio di festival: credo che siamo stati noi a farglielo perdere, quell'anno…”.
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