La seconda vita di Ibrahim Ferrer: un giramondo con nostalgia di Cuba

La seconda vita di Ibrahim Ferrer: un giramondo con nostalgia di Cuba
I “gringos”, gli americani, usano un’espressione felice per descrivere una persona schietta, semplice, onesta: what you see is what you get (più o meno: quel che appare è quel che è). E’ esattamente quel che viene in mente al cospetto di Ibrahim Ferrer, il settantaseienne cantante cubano catapultato ad inimmaginata (da lui per primo) fama mondiale dal successo del Buena Vista Social Club, di passaggio a Milano per promuovere e raccontare il suo nuovo album “Buenos hermanos”, amorevolmente prodotto una volta ancora da Ry Cooder e dal suo team di collaboratori. Inutile aspettarsi da Ibrahim, sguardo tenero e immancabile baschetto in testa, elucubrazioni sui massimi sistemi o riflessioni articolate sul significato della sua arte. Le sue risposte sono quasi sempre disarmanti. “Perché porto un nome di origine araba? Semplice, piaceva a mia mamma”. “Cosa ne penso della guerra? La politica io la faccio cantando. Mi interessa portare nel mondo una buona immagine del mio paese e basta. Comunque ne ho paura, come tutti: anche perché ne ho già vissuta una”. “Se sono cambiato con il successo? No, io sono sempre Ibrahim, non sono diventato Juan, Pedro né Antonio. Semmai è qualcun altro ad avere un atteggiamento diverso con me. La mia vicina di casa all’Avana piuttosto che salutarmi, oggi, si nasconde: è invidiosa perché adesso viaggio e prendo l’aereo”.
Per Ferrer, che nell’Auditorium Demetrio Stratos di Radio Popolare ha tenuto venerdì sera (14 marzo) un mini-show accompagnato da Manuel Galbán al pianoforte, la musica è una faccenda altrettanto semplice e senza fronzoli. “Sono orgoglioso di questo disco”, spiega, “perché per la prima volta in vita mia mi hanno chiesto di partecipare alla scelta delle canzoni. Ry mi ha quasi costretto a inciderne qualcuna delle mie: ma a me spiaceva rubare il lavoro ai tanti miei amici che scrivono per me…”. Racconta di non avere incontrato gli “special guest” invitati alle session (Blind Boys of Alabama, Flaco Jimenez, Jon Hassel), a parte il batterista Jim Keltner: “Ogni tanto Cooder arrivava in studio a farmi sentire i missaggi con le loro sovraincisioni: mi piacerebbe incontrarli di persona, così come mi piacerebbe avere l’onore di collaborare in futuro con altri musicisti che ammiro, Youssou N’ Dour per esempio. Ma per il momento la mia carriera è pianificata e ho dei contratti da rispettare”. Intanto, però, preannuncia un possibile tour con gli Orishas, emblema della nuova musica cubana: “Sarebbe bello mescolare i nostri due pubblici”.
C’è naturale curiosità sui suoi trascorsi, prima del grande successo: “Di quale lavoro volete che vi parli? Da giovane ho fatto di tutto. Ho tagliato la canna da zucchero, ho fatto il lustrascarpe, ho partecipato alla costruzione di barche, tunnel, dell’hotel Habana Libre…Erano tempi duri, c’erano grossi problemi razziali. Quando è arrivata la revoluciòn, nel 1959, sono diventato un musicista professionista. Ma nessuno, all’inizio, voleva farmi cantare i boleros, le ballate lente”. Ed ora? “Ed ora, grazie a voi, giro il mondo in continuazione. Ma come mi piacerebbe tornare a casa un po’ più spesso…”, confida ai (pochi) giornalisti presenti.
Altrettanto inevitabile chiedergli se è rimasto in contatto con gli altri del club Buena Vista. “A Rubén González mi lega una profonda amicizia e ci vediamo spesso. Con Compay Segundo invece no: prima del Buena Vista non lo avevo neppure mai incontrato, anche se abitiamo entrambi all’Avana”. Intanto circola voce di un nuovo disco in cantiere, per la numerosa e talentuosa combriccola. Gli accompagnatori di Ferrer però smentiscono, anche perché fervono altri progetti: dal nuovo album in lavorazione di Omara Portuondo al tour mondiale dello stesso Ibrahim che, in partenza il 23 marzo dal Canada, approderà al Teatro Smeraldo di Milano il 2 giugno per l’unica data nostrana per ora confermata. Con la sua orchestra ci sarà anche Galbán, a cui sono dedicati gli ultimi scampoli di conversazione: “Conosco bene il vostro paese”, esordisce il leggendario musicista, assai tonico dopo un riposino ristoratore. “Diciannove anni fa ho suonato con il mio quartetto di allora a Montestella. E sono stato a Genova, in Sicilia, in Vaticano. Suono chitarra e pianoforte: ma siccome non sono un polipo, non posso farlo contemporaneamente…Se andremo in tour con Ry Cooder per ‘Mambo sinuendo’? No, ora sono impegnato a tempo pieno con Ibrahim…”. “E non me lo devono portare via!”, aggiunge subito l’interessato, lanciandogli un’occhiata soave. Visibilmente soddisfatto di quello che la vita gli sta finalmente (e meritatamente) regalando.
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