Traduzioni indecorose: uno sfogo personale

Traduzioni indecorose: uno sfogo personale
Tornato da San Remo dopo la settimana di apnea festivaliera, arrivo in ufficio e trovo un bel po' di buste e pacchetti arrivati durante la mia assenza. Apro tutto, e fra le altre cose ci trovo un libro che m'interessa: la biografia di Lester Bangs di Jim DeRogatis, nella traduzione italiana. Lester Bangs, per chi non lo sapesse, è uno degli eroi del giornalismo musicale (immortalato anche dal film di Cameron Crowe “Almost famous”), ed è ovvio che, dato il mestiere che faccio, sia curioso di leggerne la storia della breve ma intensa vita.
Così l'altra sera mi porto a casa il libro, e dopo cena, dopo la partita, riempio la vasca da bagno e mi c'immergo insieme al volume. Le prime pagine, come nella tradizione delle biografie americane, sono francamente noiose e superflue: i nonni di Lester, i genitori di Lester, le scuole elementari di Lester. La faccenda comincia a farsi interessante dopo una trentina di pagine, quando cominciano ad apparire i primi nomi di musicisti e i primi titoli di dischi. Per i miei gusti, in queste pagine (in cui si racconta la giovinezza di Lester) c'è un po' troppa mitologia della droga, ma che importa? Prima o poi arriverò a leggere del lavoro di Bangs, delle sue prime collaborazioni ai giornali. E infatti, eccoci: siamo a pagina 69, e Lester comincia a inviare le prime recensioni all'allora neonato “Rolling Stone”. L'affare s'ingrossa, penso io, e faccio scendere altra acqua calda perché quella nella vasca si è andata raffreddando.
E infatti eccoli, i primi nomi mitici: MC5, Captain Beefheart, Julie Driscoll. Siamo a pagina 74. E leggo, alla riga 9: “Più gratificante [per Bangs] fu una lettera di Maureen Tucker, il batterista dei Velvet Underground”.
Fossi stato in treno, avrei gettato il libro dal finestrino. Ero, come vi ho detto, nella vasca da bagno, e non potevo scagliarlo più in là dell'angolo della tazza del cesso – il sedile era abbassato, altrimenti avrei cercato il canestro. Dio, come mi sono incazzato.
Non scriverò qui né il nome del traduttore né quello della casa editrice del libro. Ma devo dirvi che, se la casa editrice fosse una Mondadori o una Rizzoli, avrei accolto con rassegnazione l'inaccettabile errore (l'avete capito, sì? Maureen Tucker, come peraltro dice il nome, è “una” batterista, una donna). Lo so, l'ho sperimentato e ve l'ho anche scritto più volte, che le major dell'editoria spesso affidano a traduttori di mestiere anche le traduzioni dei libri specialistici (così poi ne escono spaventose cazzate come la traduzione di “The Beatles Anthology”). Ma questo libro è pubblicato da una casa editrice specializzata in libri sul rock, anzi dalla più benemerita delle case editrici specializzate in libri sul rock. E costa 19 euro: lo so che a me l'hanno mandato in omaggio, ma se l'avessi comperato mi sarei incazzato ancora di più.
Possibile che una casa editrice specializzata in libri sul rock non riesca a trovare un traduttore capace e “anche” esperto di rock? E ammesso che non riuscisse a trovarlo, possibile che non ritenga almeno sensato far rivedere la traduzione da un esperto appassionato di rock, che intervenga a correggere le puttanate più evidenti?
Voi lo sapete, se ogni tanto mi avete letto, che la qualità delle traduzioni è un mio chiodo fisso. Ne ho parlato spesso, nelle recensioni dei libri (che erano pubblicate in una rubrica apposita di Rockol, ora in animazione sospesa perché mi ero stufato di raccontarvi libri nella maggior parte dei casi inutili e malfatti). Pensavo di averci fatto il callo, all'incuria e all'approssimazione delle traduzioni; anche se il tema mi è sempre rimasto particolarmente caro (mi è costato anche una polemica, garbata ma vivace, con Franco Fabbri, a proposito di una mia lontana traduzione di “Revolution in the head” di Ian McDonald). E invece non è così. Trovare un errore – questo non è un refuso, è un errore – in un libro come questo è come trovare un capello in una zuppa di verdure che stavi assaporando con gusto: ti viene un conato di vomito, e non finisci di mangiare la zuppa (e forse non vai più in quella trattoria).
Non so se finirò di leggere il libro; anzi, lo so. Cercherò in qualche libreria internazionale la versione originale, e me lo leggerò in inglese. Perché, sebbene da autodidatta, con l'inglese me la cavo. Ma quelli che non sanno l'inglese, o non hanno abbastanza dimestichezza con quella lingua, e magari sono più giovani e meno informati di me, dopo aver letto questa versione italiana della biografia di Lester Bangs resteranno convinti che Maureen Tucker è stato “il” batterista dei Velvet Underground.
Un dettaglio? Un particolare? Una piccolezza?
Forse. Ma se qualche mio collaboratore avesse scritto una stronzata così clamorosa l'avrei sollevato da terra. E mi sarei vergognato per lui e per me.
Scusate lo sfogo, ma ci tenevo a dirlo a qualcuno.
(fz)
Dall'archivio di Rockol - La storia di “The Velvet Underground & Nico” dei Velvet Underground
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