Thorgerson, il quinto Pink Floyd: 'Le copertine dei dischi avvicinano all'arte'

Thorgerson, il quinto Pink Floyd: 'Le copertine dei dischi avvicinano all'arte'
Esce (il 24 marzo, vedi News) l’edizione in Super Audio CD di “The dark side of the moon”: e per l’occasione anche Storm Thorgerson, leggendario co-fondatore dello studio grafico Hipgnosis e uomo ombra dei Pink Floyd, è tornato a mettere mano al vecchio progetto. Per la versione che celebra il trentennale del best seller, il 59enne inglese di origini scandinave ha riveduto e corretto l’artwork originale dell’album, il celeberrimo prisma che assorbe un raggio di luce bianca per scomporlo nello spettro dei colori dell’arcobaleno. Perché ? “Ci abbiamo discusso un po’ su, e poi abbiamo deciso che era il caso. Con l’audio a 5 canali, il suono del disco è cambiato leggermente. Aveva senso fare altrettanto con la grafica di copertina” racconta Thorgerson a Rockol, al telefono dalla sua abitazione londinese. “Siamo rimasti fedeli al concetto originale”, aggiunge il designer. “Ma nel ’73 avevamo lavorato con l’aerografo. Nel ’93, per il ventennale, avevamo riprodotto il prisma in fotografia. E stavolta ne abbiamo fatto qualcosa di simile alle vetrate colorate che adornano le cattedrali”.
Un’immagine semplice eppure misteriosa, quella del prisma riflettente, com’era nello stile di Hipgnosis (autore di decine di copertine che hanno fatto la storia del rock: per i Led Zeppelin, i Genesis e tanti altri, oltre che per i Floyd, concittadini e amici d’infanzia a Cambridge). Cosa rappresentava? “Tre cose diverse in un colpo solo. Innanzitutto era un richiamo al light show dei Pink Floyd, una parte integrante del fascino della band negli spettacoli dal vivo. Poi c’era l’idea del triangolo. Una forma geometrica che, nella sua espressione di una tensione verso un vertice, simboleggia l’ambizione umana, ma anche la follia e l’avidità che spesso ne scaturiscono: temi che venivano affrontati anche nei testi dell’album. La band, infine, desiderava per il disco qualcosa di diverso da una fotografia: un’immagine pulita, clinica, in qualche modo asettica”. Che è rimasta sedimentata nella memoria collettiva del popolo rock, quei quaranta milioni di persone che da allora hanno acquistato l’album. “La cosa più interessante, dal mio punto di vista, è il fatto che con le copertine dei dischi intere generazioni di ragazzi sono entrate in qualche modo in contatto con il mondo dell’arte visuale, con la grafica, la pittura e la fotografia” dice Thorgerson, che cita Magritte, Kandinsky, Delaveau e Man Ray tra i suoi artisti preferiti (“non parlerei di influenze dirette, però”).
Ancora in piena attività (ha realizzato la cover dell’album degli Audioslave, e ora è al lavoro per Alan Parsons - ancora la "Floyd connection" che ritorna - e per gli americani Mars Volta), Thorgerson non ama mitizzare il passato. “Lavoravamo in condizioni disastrate, in una specie di topaia, e avevamo pochi soldi. Il nostro è un bel lavoro, ma non ha mai reso ricco nessuno”. Forse anche per questo, nei primi anni ’80, lui e i suoi soci d’affari Aubrey “Po” Powell e Pete Christopherson si erano buttati sul mercato emergente dei videoclip, lavorando per gente come Yes, Paul Young, Nik Kershaw e gli stessi Floyd, ma finendo per naufragare in un mare di debiti, litigi e incomprensioni. “Non era il mio mestiere”, ammette oggi. “Troppo condizionato dalla personalità e dalla faccia dell’artista. Io invece amo essere libero. Non mi pongo neppure il problema, quando creo un disegno, una foto o una scultura, di sapere su quale tipo di prodotto andrà a finire. Non mi voglio porre dei limiti, soprattutto quando si tratta di musica: perché la musica, per me, è un’esperienza espansa. Di enormi dimensioni”.
Gli chiediamo di Roger Waters, il suo vecchio compagno di scuola. “Non mi rivolge la parola da vent’anni. Ma se è per questo non parla neppure con David (Gilmour) o con Rick (Wright). Mi risulta che abbia appena ripreso i contatti con Nick Mason”. E Syd Barrett? Ci risulta che l’ultimo avvistamento pubblico risalga al 1975, in occasione delle registrazioni di “Shine on you crazy diamond”. C’era anche Thorgerson, quel giorno. “Che esperienza triste, vedere ridotto in quelle condizioni il mio compagno di gioventù. Siamo cresciuti insieme…” sospira, e ci congeda per tornare al lavoro.

Rockol pubblicherà prossimamente il testo completo dell’intervista con Storm Thorgerson.
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FRANCESCO DE GREGORI
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