Festival, il T in The Park compie vent'anni: 'Il segreto? Il nostro pubblico'

Oltre cento artisti spalmati in tre giorni su sette palchi, una media di oltre 80mila paganti al giorno e una vera e propria cittadella installata dal nulla - compresa una (nemmeno troppo) piccola fiera con tanto di ruota panoramica, giostre e ottovolante - nell'area dell'ex aeroporto di Balado, a pochi chilometri da Kinross, a una manciata di chilometri da Edimburgo: il T in The Park, per proporzioni il quinto festival più frequentato al mondo, compie vent'anni e lo fa richiamando in Scozia un cast elefantiaco e sfaccettato. Nata nella prima metà degli anni Novanta per volere della Tennent Caledonian Breweries di Glasgow, la manifestazione quest'anno ha assemblato un cartellone che spazia da realtà più che consolidate in ambito indie-alt (Mumford & Sons, Editors, Killers) a star di area esplicitamente mainstream (Rihanna, Calvin Harris) passando per uno stuolo di emergenti di ogni possibile estrazione, una manciata di gruppi di culto (Kraftwerk e My Bloody Valentine) associate a star della dance come David Guetta. Un eclettismo che può apparire forse eccessivo agli occhi del pubblico italiano, più orientato alla rassegna monotematica e poco incline a presenze avulse da un cast molto caratterizzato, ma che ai ragazzi accorsi qui da tutto il Regno Unito - e non solo - pare importare poco: già verso il primissimo pomeriggio, nella giornata di sabato, raver impenitenti (e piuttosto assonnati, a giudicare dalle facce) si sono mischiati a giovanissimi impegnati ad accompagnare con singalong più o meno intonati le vecchie glorie Deacon Blue, sollevando la polvere che non risparmiava né le eleganti tenute delle fashion victim in trepida attesa dell'epifania di Ke$ha né i rigorosi caschetti dei devoti ai Beady Eye, che hanno conteso a Rihanna l'headline slot della seconda serata. Una formula di successo, che in Italia guardiamo - forse dimenticandoci delle inevitabili e profonde differenze che ci separano dai britannici - con invidia, ma figlia - più che nella citatissima "cultura del festival" - di un lungo lavoro, sul territorio e non solo.

    Oltre cento artisti spalmati in tre giorni su sette palchi, una media di oltre 80mila paganti al giorno e una vera e propria cittadella installata dal nulla - compresa una (nemmeno troppo) piccola fiera con tanto di ruota panoramica, giostre e ottovolante - nell'area dell'ex aeroporto di Balado, a pochi chilometri da Kinross, a una manciata di chilometri da Edimburgo: il T in The Park, per proporzioni il quinto festival più frequentato al mondo, compie vent'anni e lo fa richiamando in Scozia un cast elefantiaco e sfaccettato. Nata nella prima metà degli anni Novanta per volere della Tennent Caledonian Breweries di Glasgow, la manifestazione quest'anno ha assemblato un cartellone che spazia da realtà più che consolidate in ambito indie-alt (Mumford & Sons, Editors, Killers) a star di area esplicitamente mainstream (Rihanna, Calvin Harris) passando per uno stuolo di emergenti di ogni possibile estrazione, una manciata di gruppi di culto (Kraftwerk e My Bloody Valentine) associate a star della dance come David Guetta. Un eclettismo che può apparire forse eccessivo agli occhi del pubblico italiano, più orientato alla rassegna monotematica e poco incline a presenze avulse da un cast molto caratterizzato, ma che ai ragazzi accorsi qui da tutto il Regno Unito - e non solo - pare importare poco: già verso il primissimo pomeriggio, nella giornata di sabato, raver impenitenti (e piuttosto assonnati, a giudicare dalle facce) si sono mischiati a giovanissimi impegnati ad accompagnare con singalong più o meno intonati le vecchie glorie Deacon Blue, sollevando la polvere che non risparmiava né le eleganti tenute delle fashion victim in trepida attesa dell'epifania di Ke$ha né i rigorosi caschetti dei devoti ai Beady Eye, che hanno conteso a Rihanna l'headline slot della seconda serata. Una formula di successo, che in Italia guardiamo - forse dimenticandoci delle inevitabili e profonde differenze che ci separano dai britannici - con invidia, ma figlia - più che nella citatissima "cultura del festival" - di un lungo lavoro, sul territorio e non solo.

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