Aimee Mann in concerto, il pop va in autoanalisi

Da cover girl biondo platino dei tardi anni ’80 - chi ricorda la stagione effimera dei ‘Til Tuesday? – a bandiera della ribellione contro lo star system governato dalle major (le liti con la Universal, a proposito del rifiuto di pubblicare “Bachelor n.2” e della messa in commercio di un’antologia non autorizzata dall’artista, hanno guadagnato le prime pagine della stampa di settore, vedi News) è un bel passo avanti. O indietro, secondo le unità di misura correnti del successo. Che effetto fa? Dalla sua casa di Los Angeles, dove trascorre i pochi giorni che la separano dall’imminente tour europeo (una data anche al Teatro Nazionale di Milano, il 26 febbraio), Aimee Mann chiarisce la sua idea di musicista “arrivato”: “Nel ruolo di rockstar, con tutto quel che ne consegue, non mi ci sono mai ritrovata. Neanche quando i giornali ci davano le copertine e MTV spingeva i nostri video. Il successo, per me, significa essermi guadagnata la stima dei miei pari e fare le cose a modo mio. Difficile essere motivati, d’altronde, quando vedi che i tuoi sforzi non generano nessun tipo di riconoscimento, né artistico né monetario. Da quando mi sono messa in proprio lavoro più intensamente e guadagno più di prima. Sono contenta di essere scappata via”.
E non ci fosse stato “Magnolia” di mezzo, le chiediamo? “Il film”, riconosce lei, “mi ha reso la vita più facile, oggi la gente mi tratta più seriamente. Io e Paul Thomas Anderson, il regista, eravamo già amici. Mentre lui scriveva la sceneggiatura io stavo registrando ‘Bachelor n.2’: abbiamo cominciato a passare molto tempo assieme, a seguire uno i progressi dell’altro e la collaborazione è sbocciata in modo del tutto naturale. Paul ha fatto davvero un bel lavoro: i personaggi del film non erano così diversi da quelli che avevo immaginato originariamente per le mie canzoni”.
Poi, l’estate scorsa, è arrivato l’atteso “follow up”. “Lost in space”, un album che abbina insolitamente canzoni di stile confessionale ed introspettivo ad un’atmosfera “aliena”, quasi da science fiction: nel titolo, nella grafica di copertina, e in certe sonorità “siderali” accuratamente ricostruite in studio. Qual è il punto di collegamento? “Quando vivi isolato dal resto del mondo, con miglia e miglia di spazio vuoto intorno a te, la dimensione interiore e quella esteriore possono risultare altrettanto immense e solitarie. Può succedere anche a Los Angeles: e l’isolamento, la difficoltà di comunicare e di entrare in contatto con il prossimo, è uno dei temi principali che legano le canzoni del disco. L’altro riguarda la varietà dei comportamenti compulsivi, le molteplici dipendenze che ogni essere umano contrae nel corso dell’esistenza. Non parlo solo di droghe artificiali, ovviamente, ma anche di forme di dipendenza psicologica: quelle a cui la gente ricorre per sfuggire a sensazioni e situazioni che la mettono a disagio”.
Temi certo poco consueti, per una bella ragazza bionda armata di chitarra e voce suadente che scrive e canta canzoni pop. “E’ questa la cosa che mi intriga di più”, spiega Aimee. “E’ un processo a due stadi, in fondo. La musica serve a dettare il tono emotivo della storia, e mi interessa che sia accessibile: una volta che ci è entrato dentro, all’ascoltatore si possono proporre anche argomenti più profondi, nel testo”. Un po’ come fa Seth, il cartoonist canadese dal tratto lunare e malinconico che ha curato copertina e libretto illustrato del CD: “Ho subito sentito un legame con quello che fa lui. Entrambi amiamo esplorare i risvolti della depressione umana servendoci di una forma d’espressione che in teoria dovrebbe essere leggera: nel mio caso la musica pop, nel suo le strisce dei fumetti”.
E’ poco impressionata dalle nuove stelle e stelline che ruotano sulla volta celeste del music biz americano, Aimee Mann (“Norah Jones non è male, come chanteuse d’altri tempi. Avril Lavigne? Ha grinta e personalità: ma io che vivo a Los Angeles mi accorgo subito che è un prodotto di confezione dell’industria hollywoodiana”). E preferisce personaggi “borderline”, rispetto a quanto fa cassetta: “Dovessi scegliere, direi Elliot Smith: ascoltare i suoi dischi è una fonte di ispirazione costante”. Con il marito cantautore Michael Penn ha in cantiere il primo album in duo, dal vivo (girano insieme, ogni tanto, sotto la sigla Acoustic Vaudeville: “ma abbiamo avuto dei problemi tecnici di registrazione, e dovremo fare altri concerti prima di pubblicare un disco”). Ma, soprattutto, si vede che va orgogliosa della sua nuova band, quella con cui presto sarà anche in Italia. “Siamo in cinque, sezione ritmica, chitarra e tastiere oltre a me che canto e suono l’acustica. Ho già cinque canzoni nuove nel cassetto, e non vedo l’ora di andare in studio con loro: il prossimo album sarà più rock e frutto di un lavoro di gruppo”. L’isolamento è finito.
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