Concerti, Black Crowes: la recensione del live di Milano

Concerti, Black Crowes: la recensione del live di Milano

Può un capannone industriale trasformato in discoteca, con travi e tubi di acciaio sul soffitto, sembrare un torrido locale californiano degli anni ’70? Può sembrarlo ed essere credibile seppur a migliaia di miglia dallo Stato dell’oro?

La risposta è sì, se c’è la band giusta sul palco. E non c’è band più giusta dei Black Crowes.

Il gruppo arriva all’Alcatraz di Milano dopo lo spostamento della data dal Castello di Vigevano, dove si è esibita giusto due anni fa, e dove doveva tornare anche quest’anno. Poi, la rassegna “10 giorni suonati” è stata trasferita dal “Magic Castle” in città, e ci hanno guadagnato tutti.
La band, che è perfetta per la dimensione da club (anche se i ragazzi di Atlanta sono perfetti ovunque). E il pubblico, al fresco di un locale con aria condizionata e senza zanzare che volano copiose a portare fastidio e a distrarre dalla musica. Certo, la scenografia non è la stessa. Ma i Black Crowes dal vivo sono talmente bravi che per una sera l’Alcatraz sembra il Fillmore West o il Troubadour.

La band sale sul palco, come da programma, alle otto e mezza spaccate. L’inizio è una fucilata: “Jealous again”, “Thick‘n’thin”, “Hotel illness”. Il tour di due anni fa era quello dell’addio, di una band sempre grande ma probabilmente stanca. I Black Crowes si sono sciolti e riformati in fretta. Avevano annunciato di volersi prendere una pausa ma come diceva quello là, la ruggine non dorme mai, così hanno imbracciato nuovamente gli strumenti per andare incontro al loro destino. Così la stanchezza di qualche tempo fa sembra svanita, i corvi nel 2013 sono sereni e in forma: Chris Robinson, dinoccolato e cool, è il punto focale del gruppo, con la sua voce e le sue movenze da spettatore di un festival degli anni ’60. Rich Robinson è un po’ in disparte, ma vigila attento sulla band. La sezione ritmica è puro groove, di quello che nessuna scuola se non quella del palcoscenico ti può insegnare. La sorpresa è il nuovo chitarrista, dal taglio di occhi orientale, Jackie Greene, che si prende l’onere della maggior parte degli assoli.

Dopo un’inizio da southern rock, verso metà concerto la band sterza verso la California, quando arriva “Wiser time”. Forse il loro brano più bello. Per la band ciò che “Dark star” e molte altre canzoni erano per i Grateful Dead: un canovaccio che parte da un tema per poi aprirsi a 15 minuti di improvvisazioni e di sfide a chi fa l’assolo più acido - vince Jackie Green, ma anche Robinson e le tastiere non sono in vena di scherzi. Il pubblico è rapito, si potrebbe proseguire all’infinito.


Il concerto è definitivamente decollato, infingardo e irrazionale si insinua il pensiero che non possano volare più in alto di così. E invece infilano un sipario acustico con “She talks to angels” e “Whoa, mule”. E poi tornano a improvvisare su “Thorn in my pride”: rallentano, accelerano, smontano e ricostruiscono melodie con una maestria senza pari. Il finale torna verso il torrido con “Hard to handle” che sfocia in “Hush” dei Deep Purple per poi tornare al punto di partenza, ed è ancora “Hard to handle”. Qui salutano la platea, ma è solo un attimo. Al ritorno sul palco Chris imbraccia la chitarra per la prima e unica volta nel concerto e parte una emozionante e delicata “No expectations” dei Rolling Stones.


Se proprio si deve trovare un difetto a questa serata è il finale, un po’ troncato dopo “Movin’ on down the line”. Il gruppo esce, il pubblico - un migliaio di persone - rumoreggia per dieci minuti buoni anche a luci accese, sperando in un ritorno. Ma niente. Alla fine sono state “solo” due ore contro le due e mezza che si prevedevano e che avevano suggerito un inizio anticipato alle otto e mezza.


Ma due ore che non verranno dimenticate tanto facilmente: puro rock ‘n’ roll. La dimostrazione che se vuoi fare grande musica rock non servono visual o scenografie hollywoodiane. Gli ingredienti possono essere altri: chitarre, una band compatta guidata da una gran voce e da un leader carismatico. Il gradimento del pubblico è confermato dall’assalto al merchandising ufficiale nonostante i costi non a buonissimo mercato come ogni merchandising ufficiale che si rispetti, a fine concerto.

Finora, il secondo concerto internazionale più bello dell’anno. Come si dice per quell’altro, quello del primo concerto: il pubblico della musica si divide tra chi ama i Black Crowes, e chi non li ha mai visti dal vivo.



 

(Paolo Panzeri/Gianni Sibilla)

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