National e Johnny Marr a Milano: il report del concerto

National e Johnny Marr a Milano: il report del concerto

Un piccolo festival in una rassegna. La rassegna è quella del “City sound”, che per il secondo anno segna l’estate milanese all’Ippodromo di San Siro, dopo l’abbandono dell’Arena per la brutta lite tra organizzatori e Comune di Milano dell’anno scorso. E il piccolo festival è il concerto dei National, a cui - solo per la data milanese si aggiungono Colapesce e Johnny Marr - fresco reduce da Glastonbury.
La serata inizia in maniera surreale: entrando all’Ippodromo la sicurezza requisisce non solo i tappi delle bottigliette d’acqua, ma anche i flaconi di Autan. La zelante security mostra allo scettico cronista - che in decenni di onorata frequentazione di concerti non si era mai visto fare una tale richiesta - un mucchietto di insetticidi in un angolo. “Potrebbero essere oggetti contundenti da lanciare”, spiega l’addetto.
(“Certo, ammazzo le zanzare centrandole con il flacone”, penso.)
Le zanzare ringraziano - ma aspetteranno un po’ prima di sferrare indisturbate il loro attacco. Prima c’è Colapesce, che sale sul palco verso le 19, seguito dopo un’ora da Johnny Marr con la sua band. E’ ancora chiaro in cielo e sul prato dell’ippodromo c’è già un bel pubblico - sia quarantenni cresciuti con gli Smiths che ragazzi più giovani, che li hanno recuperati in differita. Hanno anticipato l'arrivo al luogo del concerto proprio per Marr.
Marr premia tutti, alternando brani dall’ultimo album “The messenger” a classici come “There is a light that never goes out”, “Bigmouth strikes again”, “How soon is now”. La band gira, la sua chitarra è una lezione di stile continuo, sia nei brani nuovi che in quelli vecchi. Marr sembra un ragazzino - la sua età è tradita solo dall’improbabile nero tinto dei capelli. Ma soprattutto canta. Ha trovato la sua voce, tanto che anche i brani degli Smiths sono più che dignitosi da questo punto di vista: la loro esecuzione ricorda che erano tanto suoi per le splendide musiche quanto di Morrissey per le splendide melodie. Insomma, “Johnny fuckin’ Marr”, come recita una maglietta in vendita al banchetto del merchandising.
Ma la maggior parte della gente è lì per i National - un pubblico variegato, in cui spiccano le magliette a righe e le barbe degli hipster, mischiate a 30-40enni che vogliono solo ascoltare buona musica. E quello fanno, i National: salgono sul palco alle nove e mezza, quando le zanzare iniziano a planare copiose dopo il tramonto. Matt Berninger si aggrappa subito all’asta del microfono e non la mollerà più per quasi tutto il concerto: la sua è una presenza scenica quasi sempre statica, una leadership fatta di sottrazione e non di clamore. La sua voce bassa detta i tempi del resto della band quasi con understatement, spezzandosi solo di tanto in tanto. Il gruppo, dal canto suo, costruisce un muro di suono fatto di pochi elementi usati benissimo: le chitarre, la ritmica decisa della batteria, i fiati (“Siamo diventati davvero migliori da quando si sono uniti a noi”, dirà Berninger a fine concerto presentandoli).
Le canzoni usano un canovaccio fatto di crescendo e di tensione che sale e scende, tanto che a tratti il concerto sembra un’unica suite, in cui spiccano momenti come l’apertura di “I should live in salt”, “Afraid of everyone” - una “Demons” dedicata a Johnny Marr. “E’ un’onore averlo ad aprire con noi - siamo cresciuti con la sua musica”, umilmente dicono. Il finale del set ha i toni intensi di “About today” e di una sempre magnifica “Fake empire”: questa sera viene un po’ tirata via, con Matt che sbaglia l’attacco. Ma i bis rimettono in pace, Berninger finalmente si lascia andare facendo crowd surfing, scendendo fra le prime file, prima del finale tutto acustico con “Vanderlyle crybaby geeks”.
Ciò che convince di meno del concerto sono i visual: tre schermi verticali dietro la band, che vorrebbero creare atmosfera assieme alle luci, duplicati da due schermi a lato palco con una brutta regia che fonde gli stessi visual con riprese della band e del gruppo con pretese “artistiche” (la cosiddetta “regia gggiovane” schizofrenica che andava di moda 20 anni fa nei videoclip).
Supeflui, i visual, dicevamo i National hanno un gran repertorio e un gran suono, che forse avrebbe bisogno di uno spazio più raccolto dell’enorme prato dell’Ippodromo. Ma un suono e un impatto che non ha bisogno di aggiunte spettacolari.
E’ musica-musica, insomma. E quello dei National è stato un concerto-concerto, così come quello di Marr. Due modi diversi di intendere lo show: rock‘n’roll quello dell’ex-Smiths, che non si negava mai un assolo, una posa scenografica, una schitarrata stilosa ad effetto. Apparentemente più minimale ma pieno di contrasti di pieno e vuoto, di tensioni magnificamente irrisolte quello dei National.

(Gianni Sibilla)

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