Anche la discografia inglese è in difficoltà: colpa dei singoli

Non sono bastati neppure gli exploit da Guinness dei primati messi a segno da Will Young e Gareth Gates, esordienti di belle speranze lanciati dal marketing discografico e televisivo (vedi News), a salvare il mercato musicale inglese da una crisi annunciata, dopo il risultato record del 2001 (1,2 miliardi di sterline di fatturato, il massimo storico del settore).

E le note dolenti arrivano proprio dalle vendite dei singoli, un tempo pilastro incrollabile della discografia britannica, che nel 2002 si sono ridotte di quasi il 12 % (a 52 milioni e mezzo di pezzi) secondo le statistiche appena pubblicate dall’associazione locale di categoria BPI: il livello più basso toccato negli ultimi dieci anni. L’anno precedente, erano stati gli album a controbilanciare la perdita di popolarità del formato ridotto. Ma nel 2002 non sono bastati neppure best seller come “Escapology” di Robbie Williams (usciti poco prima della fine dell'anno) a capovolgere la situazione: combinata al capitombolo dei singoli, la flessione dei CD a lunga durata (- 0,1 % in unità vendute, 225, 7 milioni di pezzi; e – 3 % in valore, per effetto di una riduzione dei prezzi medi di vendita) ha causato un calo del 3,7 % nel fatturato globale dell’industria, 1,186 miliardi di sterline. Colpa, secondo i discografici inglesi, delle stesse “piaghe” che condizionano i mercati degli altri paesi: concorrenza di beni di consumo alternativi (videogiochi e DVD), recessione economica, pirateria.
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