La rimpatriata di Joe Jackson: 'Nostalgico, per la prima volta in vita mia'

La rimpatriata di Joe Jackson: 'Nostalgico, per la prima volta in vita mia'
Joe Jackson non è quel che si dice un nostalgico. La sua carriera e la sua produzione discografica, scandite da svolte improvvise e altrettanto repentine cotte musicali (la new wave, il reggae, lo swing, la salsa, il mainstream jazz, la fusion, la musica classica) sono lì a dimostrarlo. Ha sorpreso tutti, dunque, la sua ultima mossa in chiave retrò: ricostituzione improvvisa del quartetto originario che, tra il 1978 e l'80, girò in lungo e in largo i club d'Europa e degli States producendo tre album, tra i quali l'ormai classico “Look sharp”. Obiettivo, pubblicare insieme un disco di materiale inedito adeguatamente intitolato “Volume IV”, in uscita il 10 marzo per Rykodisc/I.R.D., e intraprendere un “reunion tour” che a maggio toccherà anche l'Italia (il 9 al Politeama di Prato e il 10 al Propaganda di Milano).
“L'idea ha cominciato a frullarmi in testa quando mi sono reso conto che stava per arrivare il venticinquennale della formazione della band”, sussurra il 48enne musicista inglese “naturalizzato” newyorkese, seduto nella hall di un albergo milanese. “In sé, lo ammetto, non era una motivazione sufficiente. Ci volevano delle canzoni nuove, che potessero fungere da collante tra il passato e il presente e dessero senso a questa, per me inedita, operazione-nostalgia: e io ne avevo già sei nel cassetto adatte alla bisogna. E poi bisognava rimettere in piedi la formazione di allora: quando l'ho detto ai miei ex compagni nessuno ci voleva credere. Ma è stato facile poi rientrare in sintonia, come dimostra la velocità con cui abbiamo registrato il disco, subito dopo la conclusione di un mini-tour di riscaldamento in Inghilterra. Il fatto è che abbiamo condiviso un sacco di esperienze di quelle che ti restano appiccicate addosso: un po' come tra vecchi commilitoni che hanno fatto la guerra insieme. Non mi aspettavo che Dave (Houghton, il batterista) dicesse di sì, perché nel frattempo si era quasi ritirato dall'ambiente musicale. Se avesse rifiutato, non sarebbe successo niente: se non fossero saliti tutti a bordo, la nave non sarebbe mai salpata”.
Con “Volume IV” torna dunque il Jackson degli esordi, quello che i critici inglesi amavano affiancare ad Elvis Costello e a Graham Parker nella schiera degli “angry young men” emersi a ridosso della rivoluzione punk. “Già, che posso farci?”, sospira lui alzando gli occhi al cielo. “Quando è uscito Elvis le canzoni del mio primo album erano già pronte. Mentre Graham, lo ammetto, ha esercitato un'influenza su di me. Poteva andarmi peggio, comunque: pensa mi avessero paragonato a Kenny G…”.
Difficile, gli chiediamo, comprimere la sua creatività nel formato ridotto della canzone pop, dopo le esplorazioni avventurose degli ultimi anni? “Ma no. E' come passare da una novella ad un racconto breve. Ho letto recentemente una frase di Einstein che mi ha colpito: dice più o meno che bisogna sforzarsi di rendere le cose semplici, senza scadere nel semplicismo. Io ho cercato di farlo sempre, in questo disco come in 'Heaven and hell', il mio album più ambizioso”.
La leggendaria lingua tagliente di mr. Jackson, oggi, è tenuta a freno, e il musicista preferisce evitare argomenti troppo delicati. Che ne pensa, lui che ha sempre rifiutato di indossare distintivi, delle rock star che si tramutano in ambasciatori politici? “Mah, non sta a me giudicare. Però ho l'impressione che qualcuno si senta scomodo nei suoi panni e che abbia qualche complesso di colpa nei confronti dell'umanità. Non credo comunque che imbracciare una chitarra sia il modo migliore di fare qualcosa di significativo per il mondo e la società”. E di New York, così cambiata (anche prima dell'11 settembre 2001) da quando lui ne celebrò la vitalità, la musica e la nightlife con “Night and day”? “Manhattan è diventata come Disneyland, un posto fin troppo pulito e artificiale. Meglio quando a Times Square c'erano i porno shop. La musica? Anche quella non vive certo un'età dell'oro. Qualcosa di interessante c'è nella nuova scena elettronica”.
Gli chiediamo anche qualche aggiornamento sulle sue molteplici attività: avrà un seguito, il libro autobiografico “A cure for gravity”? “No, tutte le cose interessanti stanno lì, in quello che è successo fino a quando, a 24 anni, sono entrato per la prima volta in uno studio di registrazione. Da quel momento la nostra storia assomiglia a quella di mille altri gruppi pop”. E il suo back catalog, verrà adeguatamente riportato alla luce? “Alcuni dischi sono fuori catalogo da tempo e la Universal, che ha assorbito la A&M, non ne vuole sapere di ridarmi i master. Ho collaborato alla edizione deluxe di 'Night and day', comunque, per cui ho fornito alcuni demo dell'epoca”.
L'ultima domanda è inevitabile: che succederà, dopo il disco di reunion, e dopo il tour? “Non ne ho la minima idea, al momento. La mia grande aspirazione? Arrivare a 95 anni e invecchiare con serenità, ecco il mio più grande desiderio per il futuro”.
Rockol pubblicherà prossimamente nella sezione Interviste la trascrizione completa della chiacchierata con Joe Jackson.
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