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NEWS   |   Industria / 04/02/2003

Payola negli USA: 'Colpa dei discografici', secondo Clear Channel

Payola negli USA: 'Colpa dei discografici', secondo Clear Channel
Chi è causa del suo mal pianga se stesso: è questo, in sostanza, il tono della secca replica che il più potente network radiofonico degli Stati Uniti, Clear Channel, ha indirizzato alla discografia USA, dopo che quest'ultima si è rivolta al Parlamento per ottenere una legge più efficace contro il “pay for play”, i passaggi radiofonici garantiti in cambio di denaro o di altre prestazioni. Il tema delle “payola” torna ciclicamente all'attenzione dell'opinione pubblica americana fin dai celebri scandali degli anni '50 e '60, e questa volta a sollevare il caso sono stati direttamente artisti di gran fama come Don Henley: davanti alla commissione senatoriale che si occupa del caso, il leader degli Eagles ha testimoniato di ricevere regolarmente dalla sua etichetta discografica le ricevute dei pagamenti effettuati per la promozione radiofonica dei suoi pezzi.
Ma Clear Channel (la stessa società che oggi opera anche in Italia nel settore della musica dal vivo) non ci sta, e davanti alla stessa commissione presieduta dal repubblicano John McCain rispedisce le accuse al mittente. “Sono loro”, ha detto il potente numero uno del network, Lowry Mays, ai senatori USA, “che firmano gli assegni ai promoter indipendenti. Lo fanno controvoglia, ma temono che se dovessero smettere lo farà qualche concorrente al loro posto”. Per Mays “è inutile che le case discografiche vadano in Campidoglio a chiedere ai legislatori di salvarle da se stesse. Potrebbero semplicemente smettere di pagare”. Nel corso dell'audizione, il numero uno di Clear Channel ha aggiunto che la sua società adotta una politica di “tolleranza zero” nei confronti delle “payola”, a cui si dichiara totalmente estranea.
Henley e il presidente (dimissionario, vedi News) dell'associazione dei discografici Hilary Rosen accusano invece Clear Channel e il suo concorrente Radio One di stipulare contratti esclusivi con promoter indipendenti che garantiscono all'emittente una cifra mensile o annua di denaro in cambio dell'inserimento di determinati brani nelle playlist: in questo modo avrebbero aggirato le leggi anti-payola preesistenti, che vietano soltanto accordi economici diretti tra le radio e le imprese discografiche.