Francia: 'Con la tassa sugli smartphone aiuteremo i negozi di dischi'

Il governo francese, che da tempo sostiene con finanziamenti pubblici l'industria cinematografica, l'emittenza televisiva e le librerie, è intenzionato a estendere la sua politica di sussidi anche al settore musicale: le risorse potenziali a cui attingere verrebbero generate dalla discussa tassa dell'1 per cento applicata alla vendita di smartphone, tablet, e-reader e computer. Il gettito assicurato da quel prelievo, ha spiegato il ministro della Cultura Aurélie Filippetti, "potrebbe creare un fondo per finanziare i negozi di dischi in difficoltà, per aiutare l'industria musicale e chi si occupa professionalmente di fotografia. Questa aliquota verrà pagata nel momento dell'acquisto, senza alcun fastidio per il consumatore, ma in fin dei conti avrà un impatto molto profondo sull'intero settore culturale". Le stime dell'amministrazione Hollande, basate sui dati di vendita 2012 dei dispositivi mobili in Francia, valutano il gettito in una cifra superiore agli 80 milioni di euro all'anno.

Al fine di proteggere i rivenditori indipendenti, ha aggiunto la Filippetti, il governo transalpino vuole anche adottare misure per impedire le spedizioni gratuite e la vendita di prodotti musicali a prezzi iperscontati (il bersaglio numero uno è ovviamente Amazon, aspramente criticato dalla ministra in più occasioni a proposito delle sue politiche fiscali e commerciali).

Anche in Francia, la crisi del retail musicale ha colpito indistintamente piccoli negozi e grandi catene specializzate: meno di due settimane fa, tra le proteste dei dipendenti che hanno occupato i locali del grande store di Parigi sugli Champs-Élysées e di altri punti vendita sparsi per il Paese, Virgin Megastores  ha chiuso 26 punti vendita in ottemperanza a una sentenza di liquidazione che pone  fine alla sua avventura in territorio transalpino. Più o meno in contemporanea, Fnac (che dopo essere stata scorporata da PPR, ora Kering, in Francia gestisce ancora 80 negozi) ha esordito in Borsa chiudendo la prima giornata di contrattazioni con una perdita del 10 per cento, a conferma - si direbbe - della scarsa fiducia degli investitori nel suo modello di business.

    Il governo francese, che da tempo sostiene con finanziamenti pubblici l'industria cinematografica, l'emittenza televisiva e le librerie, è intenzionato a estendere la sua politica di sussidi anche al settore musicale: le risorse potenziali a cui attingere verrebbero generate dalla discussa tassa dell'1 per cento applicata alla vendita di smartphone, tablet, e-reader e computer. Il gettito assicurato da quel prelievo, ha spiegato il ministro della Cultura Aurélie Filippetti, "potrebbe creare un fondo per finanziare i negozi di dischi in difficoltà, per aiutare l'industria musicale e chi si occupa professionalmente di fotografia. Questa aliquota verrà pagata nel momento dell'acquisto, senza alcun fastidio per il consumatore, ma in fin dei conti avrà un impatto molto profondo sull'intero settore culturale". Le stime dell'amministrazione Hollande, basate sui dati di vendita 2012 dei dispositivi mobili in Francia, valutano il gettito in una cifra superiore agli 80 milioni di euro all'anno.

    Al fine di proteggere i rivenditori indipendenti, ha aggiunto la Filippetti, il governo transalpino vuole anche adottare misure per impedire le spedizioni gratuite e la vendita di prodotti musicali a prezzi iperscontati (il bersaglio numero uno è ovviamente Amazon, aspramente criticato dalla ministra in più occasioni a proposito delle sue politiche fiscali e commerciali).

    Anche in Francia, la crisi del retail musicale ha colpito indistintamente piccoli negozi e grandi catene specializzate: meno di due settimane fa, tra le proteste dei dipendenti che hanno occupato i locali del grande store di Parigi sugli Champs-Élysées e di altri punti vendita sparsi per il Paese, Virgin Megastores  ha chiuso 26 punti vendita in ottemperanza a una sentenza di liquidazione che pone  fine alla sua avventura in territorio transalpino. Più o meno in contemporanea, Fnac (che dopo essere stata scorporata da PPR, ora Kering, in Francia gestisce ancora 80 negozi) ha esordito in Borsa chiudendo la prima giornata di contrattazioni con una perdita del 10 per cento, a conferma - si direbbe - della scarsa fiducia degli investitori nel suo modello di business.

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