Ian Anderson (Jethro Tull): 'Nel 2014 un album nuovo. Poi chissà'

Ian Anderson (Jethro Tull): 'Nel 2014 un album nuovo. Poi chissà'

Dall'Isola di Wight, 1970, all'Estival di Lugano, 2005, una vita sul palco: suoni e immagini che catturano momenti della lunga storia dei Jethro Tull  rivivono in un cofanetto di 4 dvd appena pubblicato da Eagle Rock che è anche l'occasione per rendersi conto delle tante mutazioni ed evoluzioni di una band che ha sempre avuto una sola mente e un unico padrone: Ian Anderson".

Sei stato tu a scegliere personalmente il materiale contenuto nei quattro video? C'è altro in archivio?


No, nel cofanetto c'è tutto il repertorio video che è stato possibile scovare in giro per il mondo. In verità c'era qualche altro show, ma sfortunatamente non siamo riusciti a rintracciare le registrazioni originali. In un caso, a quanto mi risulta, la casa discografica non è riuscita a trattare con la società che detiene i diritti, ma il resto più o meno è tutto qui. Una parte di quel materiale era già stato pubblicato dalla Eagle, ma in questo box c'è molto altro. Sarebbe scorretto dire che ci sono cose mai viste, oggi che è possibile trovare qualsiasi cosa su YouTube, ma per i fan e i veri appassionati che desiderano la qualità e una confezione adeguata questo è un gran bel prodotto. C'è voluto un sacco di tempo, di sforzo e di lavoro per realizzarlo, ci abbiamo messo circa cinque anni.

Guardando i video in sequenza, dagli anni Settanta al 2005, sembra di poter dire che il tuo modo di stare sul palco è molto cambiato. Degli inizi colpiscono i vestiti eccentrici, la barba e i capelli lunghi, le buffe espressioni del viso, quel modo di suonare su una gamba sola o di usare il flauto, talvolta, come una specie di protesi sessuale... Una volta il tuo atteggiamento sul palco era molto più teatrale, oggi sembra decisamente più contenuto...

Non credo che le cose stiano esattamente così. Nell'ultimo show, allestito per il "Thick as a brick 1&2 tour", c'è una teatralità molto marcata. D'altra parte sarebbe assurdo ripetere negli anni Duemila quel che funzionava sul palco nei Settanta, usare gli stessi costumi e interpretare le canzoni allo stesso modo. Bisogna cambiare, nel tempo. Cosa accadrà nel 2014 non te lo posso ancora assicurare, ma è probabile che ci sarà un altro show teatrale e multimediale perché oggi quello è il tipo di spettacolo che mi diverte di più. Ho in programma alcuni concerti, anche in Italia, concepiti come "best of" dei Jethro Tull, ma per la maggior parte gli spettacoli che teniamo quest'anno riguardano la presentazione di "Thick as a brick". E l'anno prossimo ci sarà un'altra produzione live per un nuovo album di studio...

Un nuovo album di studio a nome dei Jethro Tull?

Non so a nome di chi uscirà, se sarà un disco dei Jethro Tull o di Ian Anderson. Quel che è certo è che sono sempre io a scrivere i pezzi e a curare interamente arrangiamenti, engineering e produzione. Quel che sto scrivendo potrebbe in minima parte riflettersi nella composizione della band, e va ricordato che tutti i componenti del mio gruppo attuale hanno suonato negli ultimi anni nei Jethro Tull. E' una questione di marchi, lavoro sotto identità differenti a seconda di quel che faccio.

Uno degli elementi che emerge dalla visione di questi video è il sense of humour dei Jethro Tull. A Tampa, in Florida, nel 1976, lo show viene introdotto da un nastro stonato e malfunzionante. Poi, sul palco, scherzi con il pubblico raccontando che "Thick as a brick" è una cover di Johnny Cash...

L'elemento umoristico, talvolta, è insito nella scrittura musicale e nei testi. Altre volte viene improvvisato sul palco in relazione a quello che succede in quel dato momento. Lo humour è parte della vita, anche gli italiani amano ridere di certe cose, no? ...

Ai tempi di quel concerto in Florida i Jethro Tull erano già famosi in America grazie a "Thick as a brick" e a "A passion play". Cosa ricordi di quel momento e delle reazioni del pubblico americano alla vostra musica?

I Jethro Tull hanno avuto successo negli Usa più o meno dagli inizi, noi e i Led Zeppelin eravamo parte di quell'ondata di British Invasion. I Cream sono stati probabilmente la prima band britannica ad andare in America e a fare sfracelli. Certo, c'erano stati gli Herman's Hermits, i Beatles e i gruppi pop degli anni Sessanta...ma se parliamo di musica più 'adulta' i primi sono stati i Cream e subito dopo, nel 1969, siamo arrivati noi e gli Zeppelin. Nell'arco dei due o tre anni seguenti il nostro successo è cresciuto anche in Europa, nel 1970 suonavamo già anche in Italia. In quel periodo siamo diventati molto popolari e la nostra musica ha cominciato a essere conosciuta in tutto il mondo. Il comportamento del pubblico? E' legato a questioni culturali. In Paesi diversi la gente si comporta in maniera differente, ma non mi piace fare confronti perché c'è il rischio di ricorrere ai classici stereotipi nazionali. Il comportamento è diverso se un concerto è all'aperto o al chiuso, se vi si assiste in piedi o seduti, se è estate o inverno, se l'esibizione ha luogo in una sala da concerti o altrove. Il pubblico americano è noto per essere piuttosto rumoroso, per i fischi e gli urli e perché tende a vivere un concerto come se fosse un evento sportivo. Nel 1972, quando eseguivo dal vivo tutto "Thick as a brick", era difficile fare in modo che gli spettatori ascoltassero con attenzione. Era una sensazione molto frustrante, e questo è uno dei motivi per cui ho deciso di non suonare mai più dal vivo quel disco sul palco. Fino a quando, nel 2010, mi sono deciso a riprovarci considerando che i tempi e il clima culturale erano cambiati e che c'era modo di ripresentare al pubblico un concerto di impianto teatrale. Fortunatamente si è dimostrato essere il momento giusto, in tutto il mondo il pubblico ci ha accolti molto bene dimostrando apprezzamento e rispetto per i nostri sforzi.

La scelta del flauto era decisamente inusuale, allora, per un musicista rock... Nella performance registrata all'Estival di Lugano, nel 2005, rendi omaggio alle origini del gruppo suonando "Serenade to a cuckoo" di Rahsaan Roland Kirk. Una delle tue influenze principali?

Sarebbe ingiusto sostenere che lo abbia mai citato tra le mie maggiori fonti di ispirazione. Roland Kirk, a dire il vero, ha avuto su di me un'influenza molto limitata: quando ho iniziato a suonare il flauto non sapevo neanche chi fosse. Qualcuno me ne parlò, mi misi ad ascoltare uno dei suoi dischi ma nel frattempo avevo già iniziato a suonare in quello stile. Quel che ho preso in prestito da Roland Kirk è stato un particolare motivo intitolato "Serenade to a cuckoo", tutto lì. Kirk era un musicista jazz be bop che suonava soprattutto il sassofono. Certo, nell'album "I talk with the spirits" suonava anche il flauto: ma lui è un musicista jazz e io non lo sono, non sono in grado di suonare quella roba. Le mie influenze principali sono musicisti come Eric Clapton e forse Jimi Hendrix, chitarristi che usavano il loro strumento in modo molto vigoroso e talvolta con immaginazione, improvvisando assoli e riff, motivi ripetuti che fornivano la base alle loro melodie.

Perché il flauto, allora?

Perché Eric e Jimi non lo sapevano suonare.

In tutti i video contenuti nel box l'unica altra presenza costante è quella del chitarrista Martin Barre. Cosa ha significato, per la musica dei Jethro Tull?

Beh, nei Jethro Tull sono passati 28 musicisti e il primo chitarrista del gruppo è stato Mick Abrahams. In molti hanno dato qualcosa alla band in termini di energia, di entusiasmo, di stile musicale, contribuendo agli arrangiamenti e alla forma del suono. Tutti sono elementi importanti di una grande famiglia. Martin Barre è colui che ha suonato più a lungo nel gruppo ed è stato notato forse di più altri per il fatto di essere il chitarrista. Penso sia onesto dire che io e lui abbiamo imparato il mestiere insieme. Quando Martin si unì alla band non aveva molta esperienza né uno stile davvero personale. Lo ha sviluppato suonando nei Jethro Tull soprattutto tra il '69, il '70 e il '71. Negli anni seguenti il suo modo di suonare è migliorato moltissimo e alla fine degli anni '80 è diventato un chitarrista davvero eccellente. Merita di essere riconosciuto come il membro più importante tra i musicisti che hanno suonato nei Jethro Tull...anche se il bandleader, l'autore delle canzoni, l'arrangiatore, il cantante, il polistrumentista, il produttore e il tecnico del suono sono io. Tocca a me sobbarcarmi la parte più dura del lavoro... Faccio molte cose, senza dimenticare che più o meno dal 1974 è la mia società a occuparsi del management, dell'amministrazione e di tutto il lavoro dietro le quinte per conto della band. La mia posizione nel gruppo è piuttosto diversa da quella di chiunque altro. Sono un bandleader più o meno come lo era Frank Zappa.

Negli show inclusi nel cofanetto vengono eseguite molte canzoni di "Aqualung", album poi rivisitato integralmente per i concerti del quarantesimo anniversario nel 2011. Pensi anche tu che sia il disco migliore dei Jethro Tull?

Non ragiono in termini di album. Ho delle canzoni preferite, piuttosto che dei dischi preferiti. Però è vero che se ti metti a enumerare le canzoni che negli anni sono rimaste una parte importante del catalogo, in "Aqualung" ne trovi cinque o sei. "Stand up" ne ha probabilmente altrettante. E "Thick as a brick" è un album a sua volta importante per la sua natura di concept e perché arrivò al numero uno delle classifiche di Billboard negli Stati Uniti. Alcune delle mie canzoni preferite, d'altra parte, provengono da album che non rientrano tra i più conosciuti o tra quelli di maggior successo, in termini di copie vendute. "Aqualung" è sicuramente un disco fondamentale nella storia dei Jethro Tull, , così come lo sono "Songs from the wood", "Stand up" o "Crest of a knave". In Germania "The broadsword and the beast" è giudicato un album importante, mentre in America sono pochi a considerarlo un disco essenziale. Le cose cambiano da Paese a Paese, anche se "Aqualung" è apprezzato da tutti: è il disco che probabilmente ha portato i Jethro Tull dalla dimensione dei teatri a quella delle arene, che ci ha fatto fare un balzo in avanti in termini di popolarità.

La visione di questi video permette di seguire una band in costante evoluzione, i cambiamenti di stile e di musicisti. A Monaco, 1980, la formazione è diversa da quella degli anni precedenti e il suono si è fatto più rock, più duro. E a Santiago, nel 1996, si ascoltano brani come "Roots to branches" dal sapore decisamente etnico. I Jethro Tull sono stati un organismo in costante mutazione.

Vero. Ed è stata una decisione intenzionale, quella di non restare mai fermi nello stesso posto. Sono tanti gli artisti e le band che restano fedeli a se stessi perpetuando lo stesso stile e lo stesso genere musicale per tutta la carriera. Gli Status Quo, direi, sono un classico esempio di una band che è rimasta sempre fedele alla stessa formula. Artisti come David Bowie o i Jethro Tull, viceversa, amano sperimentare un po' di più, evolversi nel corso degli anni: penso di essere un artista di quel genere, e quello è il tipo di gruppo in cui preferisco essere. Siamo stati una band piuttosto inquieta e curiosa, un gruppo di musicisti che si pone delle domande. E' un atteggiamento con cui devi imparare a convivere: non credo che Jimi Hendrix, per esempio, ci sia mai riuscito. E penso che una delle cause della sua morte sia stato il suo desiderio di cambiare, dopo quei due o tre anni in cui divenne il più funambolico dei chitarristi, un musicista famoso, carismatico e spettacolare. Voleva diventare un musicista più serio, non si accontentava di andare sul palco a suonare i suoi cinque o sei maggiori successi. Fu molto dura, per lui, sopportare la pressione e le aspettative del pubblico. Una cosa molto triste: credo che se avesse potuto vivere un po' più a lungo avrebbe trovato il suo spazio. Si sarebbe ancora divertito a suonare i vecchi pezzi di tanto in tanto, ma avrebbe avuto l'opportunità di crescere come musicista e di sperimentare idee diverse. Era diventato talmente popolare da non poter sfuggire allo status leggendario che aveva acquisito così in fretta, e credo che questo abbia giocato un ruolo nello stato di depressione in cui era caduto quando suonò con noi all'Isola di Wight, poche settimane prima di morire. Non riusciva a gestire la situazione, mentre per me non è un problema: ho un carattere diverso. Riesco a far fronte abbastanza facilmente alle aspettative e alle pressioni del pubblico. Nelle scalette dei concerti inserisco le canzoni che mi piacciono e che il pubblico desidera ascoltare, ma non le eseguo solo perché il pubblico vuole sentirle. Ci sono un paio di canzoni dei Jethro Tull che non eseguirei mai dal vivo. Non mi piace suonarle, è sempre stato così e la situazione non è cambiata. Per fortuna, molte delle canzoni dei Jethro Tull che preferisco sono anche quelle più gradite dal pubblico, e il problema non si pone. "Aqualung" e "Locomotive breath" sono tra i miei pezzi preferiti, ma se mi chiedessi di suonare "Teacher" o "Bungle in the jungle" temo che dovrei gentilmente declinare l'invito. Sono canzoni che non mi piace fare dal vivo, sono state scritte con uno scopo ben preciso che era quello di ottenere un airplay radiofonico. Sono pezzi volutamente più commerciali. Non mi entusiasmano, né musicalmente né per il testo, e non credo che possano essere prese ad esempio della mia produzione migliore. Forse qualche volta le ho anche suonate sul palco, in passato, ma sicuramente non negli ultimi 30 anni! Oggi, comunque, gran parte del repertorio che interpreto sul palco ha a che fare con progetti specifici, lavori concettuali che per me rappresentano una sfida maggiore. Cerco di spiegare preventivamente al pubblico di cosa si tratta: sui biglietti non c'è scritto solo Jethro Tull ma qualcosa che spiega cosa ci si può attendere di ascoltare. Se vai a un concerto degli Status Quo, degli Iron Maiden o dei Rolling Stones sai che ascolterai le canzoni che ti aspetti di sentire, i pezzi più noti del repertorio. Ma se il biglietto dice "Ian Anderson of Jethro Tull plays Thick as a brick" sai cosa aspettarti, "Thick as a brick" 1 & 2 con un intervallo di venti minuti. Sai che "Aqualung", "Bourée", "Living in the past", "Budapest" o "Cross-eyed Mary" non sono parte dello show.

Hai accennato a un nuovo album...

Inizieremo a registrarlo il 10 dicembre. E dopo la pausa natalizia contiamo di finirlo entro gennaio, così da pubblicarlo per fine aprile 2014. Nei nuovi show lo eseguiremo per intero, eseguendo qualcosa del vecchio repertorio dopo l'intervallo. Questi sono i miei piani per il 2014 e una parte del 2015. Che cosa succederà dopo, temo di non potertelo dire.

Che tipo di musica possiamo aspettarci?

Se vuoi una definizione, in termini convenzionali, per la musica che sto finendo di scrivere direi che potremmo chiamarla folk-prog-metal. E' musica influenzata dal jazz, dal rock, dalla classica, dal folk. Sarà un album rock, meno acustico. Ci sono un paio di episodi in cui dal vivo potrò imbracciare la chitarra acustica, ma per il resto canterò e suonerò il flauto. E' tanto tempo che non faccio un album del genere, non ho appeso al chiodo la mia chitarra acustica ma non c'è molto spazio per quello strumento nella musica che ho cominciato a scrivere un paio di mesi fa.

Non resta che attendere, dunque, per vedere chi ci suonerà e sotto quale nome...

Tutto dipende dai contratti, dalla disponibilità dei musicisti e dal loro desiderio di fare altro nella vita... Non posso promettere nulla più di quanto faceva Frank Zappa quando gli si chiedeva chi sarebbe stato nella sua band l'anno successivo. E' come una squadra di calcio: sono sicuro che i tifosi sarebbero lieti di sapere chi giocherà o chi sarà il manager nel 2014. Io posso fare di meglio, posso dirti che nel 2014 sarò io il manager, e anche l'uomo che va in campo a segnare i gol.

Steven Wilson, accreditato come mixing engineer in "Thick as a brick 2", ha curato i remix e la rimasterizzazione di classici come "Stand up", "Aqualung" e "Thick as a brick". Sono confermati i piani relativi alla prossima pubblicazione di altri album rimasterizzati?

Sì, Steven ha completato il lavoro prima della fine dell'anno scorso e i programmi prevedevano una pubblicazione a partire dal 2013. Credo che l'idea fosse di pubblicare "Benefit" un po' prima, ma ora l'uscita è prevista per ottobre, mentre "A passion play" e "The Chateau disaster tapes" sono in programma per il 2014: questo, almeno, è quanto mi ha detto la EMI qualche giorno fa quando gliel'ho domandato. Credo che "Benefit" sia stato spostato a ottobre perché in quel momento saremo di nuovo in tour negli Stati Uniti e anche perché è il periodo migliore dell'anno per mettere sul mercato una ristampa di quel genere. In effetti ha senso far coincidere la pubblicazione con i nostri concerti negli Usa, perché è proprio negli Stati Uniti e in Canada che si concentra l'80 per cento del nostro mercato, in termini di vendite di dischi e di biglietti. E' una decisione pragmatica, quella della EMI, anche se in quel momento potrebbe anche non esistere più a causa dell'acquisizione da parte di Universal che ha richiesto quasi due anni per essere approvata dalla commissione dei monopoli. E' possibile che la Warner abbia il prodotto in mano per Natale, dal momento che entro l'anno dovrebbe prendere possesso del nostro back catalog. Nessuno al momento sa quando questo avverrà.

C'è la possibilità che salti fuori ancora qualcosa, magari in solo formato audio, dagli archivi dei Jethro Tull?

No, giuro che non c'è più nulla che non sia già stato pubblicato. Nessun vecchio nastro, niente provini, versioni alternative, registrazioni video o programmi televisivi rimasti inediti. Assolutamente niente. Continuerò comunque a esplorare le canzoni che ho scritto negli anni, magari registrandole o suonandole dal vivo con arrangiamenti diversi o con musicisti differenti. La vita continua...Ho 65 anni, non posso aspettarmi miracoli e tra qualche anno dovrò smettere: fino ad allora, però, mi preparo ad affrontare altri progetti stimolanti. Tendo a concentrarmi su quel che farò oggi, domani o la prossima settimana. Il resto è un di più. Alla mia età si tende a pianificare un po' le cose, e io oggi lo faccio anno per anno. Sarebbe stupido, credo, allungare oltre lo sguardo: ovunque vada, qualcuno che conoscevo non è più tra noi o non è più in grado di suonare. E' la dura realtà dell'invecchiamento: i musicisti tendono a soffrire di artrite, è successo a Keith Richards e anche Martin Barre ha avuto dei problemi con l'avanzare dell'età. Non è facile suonare, quando diventi anziano. Io mi ritengo molto fortunato. Un paio di anni fa mi sono fratturato un dito, ho avuto problemi alle ginocchia e sono stato operato ma a differenza di tanti altri musicisti che conosco non ho ancora riportato danni permanenti a causa della mia occupazione, nulla che pregiudichi la mia capacità di suonare uno strumento. Continuo a provare e a tenermi in esercizio, non passo mai lunghi periodi senza suonare. Ho suonato il flauto o la chitarra ogni giorno della mia vita, e prima di un tour o di una serie di concerti di solito passo tre o quattro giorni a provare intensamente perché ho bisogno di essere in forma, di poter dare il meglio. E' un po' come per un pilota di auto da corsa, non è che arrivi al circuito e salti in macchina in attesa della luce verde. Devi fare test e prove durante la stagione morta, devi prepararti. Per un musicista è lo stesso. Oggi mi sento in perfetta forma, al 100 per cento. Tra due anni, chi lo sa.

(Alfredo Marziano)

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