NEWS   |   Italia / 13/01/2003

Il cast dei big di Sanremo: qualche considerazione a caldo (e alla cieca)

Il cast dei big di Sanremo: qualche considerazione a caldo (e alla cieca)
Non c'è nessuna ragione per la quale Rockol, né tantomeno chi scrive questo commento, si senta particolarmente incline ad elogiare Pippo Baudo. Il presentatore non ci ha mai dedicato speciali attenzioni, anche se quando abbiamo cercato di intervistarlo ci siamo (quasi) sempre riusciti - benché dopo inseguimenti telefonici stremanti. Ma se qualcuno ci segue da tempo ricorderà che già in occasione dell'annuncio del rientro di Baudo nel ruolo di direttore artistico della manifestazione avevamo espresso la nostra approvazione. Secondo noi Baudo è perfetto, per il Festival di Sanremo: abbiamo già spiegato perché, ma lo ripetiamo volentieri. Baudo conosce benissimo la scena musicale italiana, ha trascorsi da musicista, è perfettamente in grado di gestire i rapporti con la discografia secondo la vecchia e saggia regola del bastone e della carota. E soprattutto sa che il Festival di Sanremo è uno spettacolo televisivo destinato al pubblico adulto e anziano, e non lo dimentica, anche se nella sua ricetta non manca mai di inserire qualche spezia giovanilistica. Insomma: Baudo sa quello che fa, e sa farlo bene.
Adesso ovviamente è presto per esprimere un parere sul prossimo Festival di Sanremo: bisognerà prima avere almeno sentito le canzoni. E le canzoni, specialmente per i “giovani”, sono fondamentali, perché i ragazzi e le ragazze che sono approdati alle giornate sanremesi attraverso le eliminatorie televisive o con il veicolo dell'Accademia di Sanremo ci sono sembrati, nella grande maggioranza, piuttosto scipiti (con l'eccezione di Patrizia Laquidara, che già a Recanati l'anno scorso ci fece un'ottima impressione). Meno importanti - non che non contino, intendiamoci; ma spesso al Festival il personaggio fa aggio sulla canzone - sono i brani che verranno presentati dai big. Salvo che non siano eccezionali, o in senso positivo o in senso negativo.
Baudo dice che le canzoni dei big sono molto belle, e fino a prova contraria proviamo a credergli (proveremo a chiederlo anche alla collega Patrizia Ricci, direttore di “Tutto”, che stava nella commissione artistica insieme a Pino Massara e Sergio Bardotti - altri due che, indipendentemente dai gusti, di musica ne hanno masticata tanta). Ma al di là del valore delle canzoni, l'elenco dei venti big “invitati” a Sanremo (toh, guarda: l'avevo scommesso con i miei redattori che sarebbero diventati venti, dai 18 previsti) tratteggia perfettamente la “democristianità” del direttore artistico, che con un bilancino perfettamente tarato ha cercato di accontentare un po' tutti.
Vediamo. Ci sono i grandi vecchi: da Iva Zanicchi a Fausto Leali alla coppia Bobby Solo-Little Tony, che soddisfano il pubblico più tradizionalista e evocano memorie delle edizioni gloriose degli anni Sessanta. Ci sono i cantautori: non che siano giovani, eh, né Sergio Cammariere (che a me personalmente continua a sembrare molto sopravvalutato, ma che lo si voglia o no è uno dei pochi nomi venuti fuori l'anno scorso) né Cristiano De André (non capisco cosa ci vada a fare, ma capisco benissimo perché Baudo l'ha voluto: gli fa notizia e commozione) né Luca Barbarossa (all'ennesimo tentativo di rilancio), ma permettono a Pippo di farsi bello con la canzone cosiddetta d'autore - che poi spesso lo sia solo di facciata non fa niente. Ci sono le signore della canzone: Anna Oxa (che un po' di movimento lo provoca sempre, se non altro con l'abbigliamento) e Antonella Ruggiero (alla ricerca di una rivincita nei confronti dei Matia Bazar?). Ci sono le signorine della canzone: Alexia, rivelazione subito sgonfiata della scorsa edizione; Syria, ancora in mezzo al guado fra notorietà consolidata e scivolamenti nella serie B; e le due ripescate da un recente passato sanremese, Lisa (qualcuno se la ricordava?) e Silvia Salemi (e lei?). Ci sono “quelli che piacciono ai giovani”, come dice Pippo - che sa bene di quali giovani parla, che non sono gli stessi che abbiamo in mente noi: gli Eiffel 65 (ex fenomeno di vendite internazionale: ma avete sentito l'imbarazzante canzone estiva dell'anno scorso, quella con un testo taglia e incolla?), i Negrita (“ragazzi” - gli devono aver detto in casa discografica “è la vostra ultima possibilità; se va bene, bene, altrimenti...” - “altrimenti facciamo la fine dei Timoria”, avranno concluso loro facendo gli scongiuri), e Alex Britti (voci di difficoltà sul suo nuovo disco: per superare l'impasse si gioca la carta Sanremo, e sarei contento che gli andasse bene - sono stato co-testimone di nozze con lui, e mi è simpatico).
C'è quella che ha vinto nei giovani l'anno scorso, Anna Tatangelo, quella che se la guardi due volte ti arrestano perché è minorenne (ma ragazzi, come si fa a non guardarla?): si vede che non sono riusciti a trovarle una canzone abbastanza convincente per lei da sola, e l'hanno usata come figurina di scambio, con l'espediente (ormai abusatissimo) della coppia mista con il sempre emergente e mai abbastanza emerso Federico Stragà. A proposito di coppie miste: Andrea Mirò e Enrico Ruggeri vanno insieme con una canzone il cui testo è il dialogo fra il boia e un condannato a morte. Personalmente detesto le canzoni “impegnate”, quelle “che fanno pensare”, e già mi fa paura l'idea che nella simpatica settimana di cazzeggio in riviera si possano sfiorare argomenti e temi che meriterebbero ben altre occasioni e ben altra attenzione. Capisco e (amichevolmente) apprezzo le ragioni di Enrico Ruggeri, che crede molto e sinceramente nelle qualità di Andrea, e decide di accompagnarla sul palco dell'Ariston; ma... boh, ne riparleremo.
E naturalmente c'è il tocco di meridionalismo - poteva mancare Nino D'Angelo, di nuovo con una canzone in lingua partenopea?
Restano due nomi. Il primo è quello di Amedeo Minghi: persona le cui doti di simpatia sono tutte da dimostrare, ma che - quando riesce a dimenticare di considerarsi il Messia - di belle canzoni ne sa scrivere. Ho visto di recente i manifesti dei suoi concerti: ha ripreso un taglio di capelli decoroso, che gli sta bene e lo rende meno irritante a vedersi. Il titolo del suo brano è di quelli che fanno pensare a una possibile vittoria: non so ancora, adesso mentre scrivo, se il testo è di Pasquale Panella, ma me lo auguro.
L'altro nome è quello di Giuni Russo. Qui, a parte la mozione degli affetti, non posso che salutare con soddisfazione il ritorno su una platea di grande visibilità di una cantante (ma la definizione è riduttiva) che stimo e apprezzo, e con una canzone sua e di Maria Antonietta Sisini prodotta da Franco Battiato, a ricostituire una coppia autore/interprete che ha prodotto frutti eccellenti (parlo dell'album “Energie”, che una casa discografica miope e insipiente non ha ancora avuto l'intelligenza di rieditare su Cd). Un paio d'anni fa mi ero fatto promotore di una petizione perché Giuni Russo venisse invitata al Pavarotti & Friends: dove non sono arrivati il tenorone e la sua segretaria, che gli ospiti li scelgono evidentemente per ragioni diverse dalle qualità vocali, è arrivato - e gliene sono riconoscente anche per la sensibilità che ha dimostrato - Pippo Baudo. Giuni lo meritava, e se lo meritavano anche quelli che avranno occasione di ascoltarla dal palcoscenico dell'Ariston.
(fz)
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