NEWS   |   Italia / 30/05/2013

Il Banco, 40 anni dopo 'Darwin!": 'Il nostro prog era caravaggesco'

Il Banco, 40 anni dopo 'Darwin!": 'Il nostro prog era caravaggesco'

Era l'ultimo scorcio del 1972, l'età dell'oro della musica "progressive", e quando uscì "Darwin!" il Banco del Mutuo Soccorso non si guadagnò soltanto un'entusiastica recensione di due pagine su Ciao 2001, allora testata di riferimento per gli appassionati di musica rock, ma anche la vetta delle classifiche. Oggi, mentre nei negozi arriva la ristampa di quel disco di culto (due cd o tre Lp in vinile) in versione restaurata, rimasterizzata e completata da dettagliatissime note di copertina a cura di Francesco Villari, corredo di foto anche inedite, un nuovo brano inciso in compagnia di Franco Battiato ("Imago mundi") e un'esecuzione live integrale dell'opera registrata nel 2012 all'Anfiteatro Romano di Cassino, sembra quasi di parlare di fantascienza, considerata la complessità del "concept", dei testi e delle partiture musicali. Ma quelli erano i tempi. E, riflette oggi il fondatore, tastierista e compositore del gruppo Vittorio Nocenzi, "fu una grande soddisfazione, allora, riscontrare un tale apprezzamento per un lavoro duro e intenso come quello in cui tutti noi, e in particolare io e Francesco (Di Giacomo, l'insostitubile cantante del Banco), ci eravamo impegnati. Fu gratificante vedere accogliere il disco con tale entusiasmo e attenzione: è questo che abbiamo sempre inteso, noi del Banco, come successo. Erano i primi anni in cui la nostra produzione musicale raggiungeva notorietà nazionale, un momento estremamente felice della nostra carriera. Il primo disco, quello con il salvadanio in copertina, e 'Darwin!' furono due centri pieni".

A dispetto delle premesse e contro ogni probabilità, a ben guardare, perché "Darwin!" era un album che trattava un tema ostico e controverso, una riflessione poetica e musicalmente magmatica sulla teoria sviluppata dall'omonimo naturalista inglese (1809-1882) in contrapposizione al dogma della creazione. Una materia che in quel contesto storico, e in un Paese come l'Italia, poteva risultare indigesta ai media e ai programmatori radiotelevisivi decisi a non urtare la sensibilità del mondo cattolico e del Vaticano (le radio "libere" erano di là da venire). "A dire il vero non subimmo alcuna forma di censura", ricorda Nocenzi. "Enzo Caffarelli, autore della recensione di Ciao 2001 e allora uno dei critici più attenti, competenti e stimati in circolazione, era un grande fan della nostra musica ma anche un cattolico. Cercando un punto di contatto tra due visioni filosofiche apparentemente antitetiche mostrava di avere una mente aperta, come tutti coloro che - in possesso di una coscienza più evoluta - sapevano bene che il racconto della Creazione, così com'è narrato nell'Antico Testamento, è in fondo nient'altro che una parabola espressa in forma elementare e sintetica per rispondere alle esigenze di una civiltà che non aveva ancora sviluppato sistemi filosofici e dimensioni critiche complesse. Non ci sentimmo ostacolati, in genere, perché non sentivamo di appartenere al carrozzone borghese e conformista. Aderivamo a un'altra 'parrocchia', che in quel momento era molto viva e guardava al futuro con un atteggiamento rivolto all'innovazione e al rinnovamento del pensiero. Mi piace anche notare che, come vuole il luogo comune, il tempo è spesso galantuomo e ricordare che, in occasione del trentennale del Banco, ricevemmo nel 1999 l'invito a partecipare alla Sagra Musicale Umbra, uno dei festival di musica sacra più antichi d'Europa. Quando l'allora direttore artistico Carlo Pedini ci propose di riproporre integralmente sul palco, dopo tanto tempo, proprio 'Darwin!', gli chiesi se ricordava le parole con cui iniziava il lavoro ("Prova prova a pensare un po' diverso/niente da grandi dei fu fabbricato/ma il creato s'è creato da sé cellule fibre energia e calore"). E lui, grande compositore di musica contemporanea, scrittore e pittore, mi rispose che poche altre opere avevano una tale religiosità e profondità spirituale, dal momento che si trattava di una riflessione sulle origini del mondo. Anche quella fu una grande soddisfazione".

Quarant'anni dopo la forza dell'idea di fondo e della composizione resta sorprendente, amplificata dal lavoro minuzioso di rimasterizzazione "curato in maniera davvero preziosa", sottolinea Nocenzi, "dal management del Banco nella persona di Giancarlo Amendola. I tecnici hanno riversato integralmente su supporto digitale le otto piste originali del '72, che ai tempi rappresentavano la miglior tecnologia disponibile, separando ogni strumento dall'altro e rimissando tutto da capo. Immagina cosa volesse dire allora comprimere su una stessa traccia, per mancanza di spazi, gli strumenti più disparati, il clarinetto piccolo Mi bemolle e la cassa della batteria, suoni distantissimi tra loro per timbrica e frequenza. I missaggi diventavano un incubo, ogni volta che su una stessa pista faceva ingresso un nuovo strumento bisognava fermarsi e intervenire su equalizzazione, echi, volumi, posizione stereo...cosicché quello che è stato fatto oggi è un missaggio ex novo che rivitalizza ogni minimo dettaglio sonoro delle registrazioni originali. Abbiamo voluto aggiungere una performance dello scorso anno per evitare di dare un'immagine statica, celebrativa e nostalgica della band, per conservare un legame con l'attualità. Anche se oggi ci sono elementi diversi in formazione (che allora annoverava tra gli altri il fratello minore di Vittorio, Gianni Nocenzi, al pianoforte) mi pare che a vincere siano ancora una volta la partitura, la composizione, la scrittura, le parole che nel tempo - credo di poterlo dire - hanno dimostrato una loro personalità e un loro spessore. Proprio ieri sera, al teatro Gian Maria Volonté di Velletri, è andato in scena il primo esperimento di trasposizione teatrale dell'opera da parte di un cast di 145 giovani artisti provenienti da tutta Italia. Ne è nato un 'Darwin!' multicodice, con momenti di teatro, di danza e di canto alternati a proiezioni di videoarte davanti a un pubblico entusiasta. Per noi, stavolta solo spettatori, è stato un piacere particolare, una gioia intima. Ci sono stati momenti di grande commozione. In particolare quando un giovane, emozionatissimo e bravissimo tenore ha cantato '750.000 anni fa...l'amore', un brano che è entrato nell'immaginario collettivo di più generazioni".

Uno dei temi più amati e riconoscibili, difatti, di un'opera vulcanica e multiforme, un caleidoscopio di rock, classica, jazz e avanguardia in cui tutto - anche le fughe improvvisative - era scritto sul pentagramma. "Sono cresciuto fin da bambino con la musica classica, ma sono state le contaminazioni con i gruppi pop, quand'ero adolescente, a salvarmi dall'ingessatura mentale e concettuale", spiega Nocenzi. "L'improvvisazione dev'essere prevista e fa parte della partitura, nel jazz come nella classica: anche i grandi clavicembalisti del Settecento, Mozart su tutti, improvvisavano sul tema. Mentre scrivevo quelle pagine ignoravo quasi completamente cosa accadesse nel mondo discografico perché sono sempre stato un compositore e un esecutore, più che un ascoltatore di musica. A diciotto anni impazzii per un album dei Vanilla Fudge, e alla loro cover di 'Season of the witch' di Donovan mi ispirai per il titolo de 'Il giardino del mago'."Sgt. Pepper" e l'album bianco dei Beatles furono altri punti di riferimento: il primo perché con i suoi temi ricorrenti e le sue variazioni fu l'antesignano dei concept; il secondo per la carica innovativa delle sue contaminazioni, inclusi i momenti grotteschi come 'Piggies' e l'elettronica di 'Revolution 9'. Ho molto amato anche Frank Zappa, non tanto nei suoi esperimenti più folli ma per la sua capacità di scrittura ispirata al modello di Edgar Varèse: in lui tutto, anche i nastri elettronici, erano partitura. I Pink Floyd  di 'Atom heart mother', che scoprii un po' in ritardo rispetto alla pubblicazione del disco. E il Modern Jazz Quartet, di cui un amico mi aveva regalato un disco: in particolare lo stile di Milt Jackson, il suo saper scegliere pochissime note e sempre con grande gusto. Quelli sono stati i miei pochi, grandi compagni. Ma in realtà la scrittura mi veniva spontanea, frutto del suonare tutti i giorni con Tchaicovsky e Aaron Copland in testa. Del prog mi piaceva la muscolarità, quella musica mi offriva il modo di esprimere il mio temperamento viscerale: ho sempre pensato che il grande rock sia molto caravaggesco, un prodotto di contrasti cromatici forti tra bianco e nero, buio e luce, in un'alternanza di momenti intimisti ed esplosioni di energia".

Tratti evidenti in tutto "Darwin!", anche se nel disco, e soprattuto nel finale di "Ed ora io domando tempo al tempo ed egli mi risponde...non ne ho!" prevale un senso di fatalismo e di pessismo: gli anni '60 e l'idealismo hippy, già allora, erano completamente superati. "Non eravamo ragazzi ingenui e i giovani percepiscono sempre con amarezza le note stonate. In quella stagione della vita la natura ti porta a essere positivo e ottimista, a esprimere tutta la tua energia vitale. Ma la sensibilità che ti accompagna in quella fase dell'esistenza è altrettanto acuta, e allora anche l'amarezza può esprimersi in maniera altrettanto forte. L'immagine della ruota cigolante che macina e distrugge l'uomo è purtroppo rimasta di grande attualità, oggi che alle nuove generazioni abbiamo rubato il futuro. Noi siamo stati una generazione privilegiata, con alle spalle l'ombra lunga della guerra mondiale e il boom economico: con il Sessantotto, l'utopia al potere, il desiderio di cambiare il mondo e di vivere in un mondo migliore erano pensieri sostenibili in un clima di grande entusiasmo internazionale. Non si facevano sconti, però, e in titoli come 'Miserere alla Storia' c'era il germe di quel che sarebbe accaduto di lì a poco, con l'uccisione di Allende in Cile, la sottomissione della libertà dei popoli ai biechi interessi delle multinazionali, l'emergere drammatico dei problemi ambientali".

Di qui l'idea di aggiungere al concept un tassello finale, un'appendice alla storia intitolata "Imago mundi". "Un po' come quando Isaac Asimov, a decenni di distanza, riprese in mano la saga de La Fondazione", osserva Nocenzi. "'Imago mundi' è un brano a cui sono profondamente legato, e non perché è l'ultimo nato. Anche oggi che non siamo più verdi urge una risposta alla domanda che ci ponevamo quando avevamo vent'anni: la nostra è stata un'evoluzione o un'involuzione? La civiltà occidentale è arrivata a un punto di progresso o di regresso? Per questo siamo passati da 'Darwin!' col punto esclamativo, l'incitamento a guardare al mondo con gli occhi della scienza in contrapposizione al conformismo dell'epoca, a 'Darwin: l'evoluzione?", con il punto interrogativo, nel nuovo allestimento teatrale". "Per la prima volta", spiega Nocenzi a proposito della genesi del brano, "non ho scritto il testo con Francesco Di Giacomo ma con un altro amico comune, Francesco Di Gregorio. E' un pezzo onesto, autentico, con una personalità originale a livello compositivo, che ho voluto disseminare di segnali criptici: 'Piangi mia piccola anima, immagine del mondo' è una citazione di una poesia di Adriano a cui sono particolarmente affezionato. La cellula musicale è molto sintetica, apparentemente semplice ma profonda, un do maggiore che si trasforma in do minore, due accordi base come nel 'Così parlò Zarathustra' di Strauss arricchito da successive modulazioni.





E' un brano armonicamente essenziale ma in continuo movimento: come un racconto di amici che si trovano nella stessa dimensione spirituale, lo stesso stato d'animo. Tre voci: io, Francesco Di Giacomo e Franco Battiato, che tra gli artisti italiani è quello che sento forse più vicino. Un uomo generoso e un artista coerente dagli interessi poliedrici. Con quel mélange di italiano, latino e inglese, le lingue degli Imperi di ieri e di oggi, il brano sembra scritto apposta per lui anche se è nato prima che mi venisse in mente di proporglielo. Gli avevo fatto ascoltare il pezzo a Milano, a casa sua. Poi è venuto a casa mia, nel mio studio privato a Roma, e in tre ore appena ha cantato tutto. Ha lasciato un segno importante, con l'umiltà che è solo dei più grandi".

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