The Observer 2013: l'intervista a Elli De Mon

The Observer 2013: l'intervista a Elli De Mon

Lo scopo di The Observer, il nostro osservatorio sulla musica italiana emergente, è principalmente quello di scoprire, per l’appunto, musica italiana emergente. La rubrica presenta dunque, a cadenza settimanale, una nuova band o un nuovo artista, introducendolo prima con una copertina ad hoc, poi approfondendo il discorso con la recensione del disco e, infine, scambiando quattro chiacchiere.
A volte, però, capita di entrare a contatto in maniera più diretta con questi artisti, e di avere l’occasione di bypassare i primi due punti per arrivare direttamente al faccia a faccia. E’ questo il caso di Elli De Mon. Chi è costei?

Elli de Mon è un progetto solista per chitarra resofonica, grancassa, sonagli, voce e amplificatore saturato: una vera e propria one-girl band. Dietro al moniker Elli De Mon si nasconde Elisa, vicentina classe 1981, diplomata in sitar e contrabbasso, anima folk dei Le-Li, progetto con cui l’artista ha girato, nel recente passato, Italia ed Europa e pubblicato due dischi e un Ep su Garrincha Dischi.
Influenzata in particolare da Bessie Smith, Fred McDowell e Son House, Elli esordisce nel 2013 proponendo un blues fatto di slide selvaggi e contaminato da influenze punk (Elisa militava anche negli Al Mandino Quite Deluxe), che racconta la necessità di uscire dall'ombra, lasciandosi dietro le spalle le esperienze più buie, di superare la notte tanto amata dai demoni e di affrontare il timore che l'incertezza del futuro porta con sé. Il 7” di debutto s’intitola “Leave this town” ed è stato registrato, mixato e masterizzato all’Outside Inside studio di Montebelluna (TV) da Nene Baratto (Movie Star Junkies) e all’Hot Farm Studio di Mussolente (VI) da Skatz. Un lavoro in grado di attirare l’attenzione di The Observer.



“Elli de Mon è un ritorno alle origini, al mio primo amore che è il rock n'roll” esordisce Elisa su Rockol. “Ho passato diverse fasi musicali: sono una persona avida di musica, di tutta la musica, sia essa classica, rock, indiana, blues. Certo sono molto selettiva, ma non mi pongo limiti di genere. Tuttavia il primo amore non si scorda mai: ecco perché ho imbracciato di nuovo la chitarra e ho riacceso il mio vecchio ampli valvolare”. Un amplificatore già consumato nelle diverse esperienze precedenti a questo nuovo progetto, ad esempio i già citati Le-LI e gli Almandino Quite Deluxe: “Elli, Le-li, Almandino... sono sempre io. Se c'è una cosa che ho imparato in questi anni, è che non bisogna avere paura di camminare attraverso diverse situazioni, alcune magari anche paradossali o apparentemente lontane dal proprio essere. L'importante è sempre avere chiaro chi si è (o non si è). Così non si tradisce mai la propria identità. Certo questo richiede anche una dose di fiducia in se stessi: quella che in parte ho ritrovato grazie a questa one-girl band. Diciamo allora che mi sono liberata di un po' di timori”. Una liberazione che la nostra bad girl porta avanti a colpi di Blues: “La musica è la via per ritrovare me stessa” ci confida Elli, “per ricordarmi chi sono. Diciamo che dopo una giornata di lavoro, tornare a casa e farsi una cantata è il modo per lasciarsi tutto alle spalle e respirare. Nessuna battaglia epica... semplicemente la chiave per ribadire che esisto, cosa che il tran tran quotidiano e il caos del mondo tendono ad annullare: suonare è come dire ‘ok stop, ora ci sono io’. Il blues è un linguaggio con cui sono cresciuta, nonostante non venga dagli Stati Uniti ma da un piccolissimo paesino veneto. Ho adorato quei vecchi vinili degli Zeppelin, di Hendrix, degli Stones, che giravano per casa. E' un linguaggio sempre uguale a se stesso eppure in continua evoluzione, ed esercita un enorme fascino su di me, sia esso il blues acustico degli anni 30 o il punk blues dei Gun Club. Inoltre le liriche, soprattutto quelle del blues nero, esprimono sempre il diritto all'esistere, rivendicano l'appartenenza ad una determinata identità. Sotto questo profilo credo che il blues sia un linguaggio molto politico e allo stesso tempo universale: ci ricorda chi siamo”.



Parlare d’identità non può che far virare quindi il discorso sul background, il passato musicale di Elli. Un discorso già accennato ma che vale la pena di approfondire per capire più da vicino chi o cosa ha in qualche modo influenzato il modo di essere (e, indirettamente, di scrivere) di Elli: “Come dicevo i vecchi vinili che giravano per casa sono entrati nel mio DNA e sono stati sempre con me anche quando magari mi ritrovavo a suonare musica classica nelle orchestre” ci spiega Elli. “Ho un background musicale abbastanza vasto: sono diplomata in conservatorio, per cui ho studiato per anni la musica classica; poi ad un certo punto della mia vita ho anche perso la testa per la musica indiana, cosa che mi ha spinto a studiarla con maestri indiani e non. L'avere a che fare con musicisti e con situazioni di diversa provenienza mi ha aiutato a tenere la mente e le orecchie sempre aperte, a non accontentarmi mai, ad essere curiosa e a formare quello che sono oggi. Certo, nello specifico, le influenze di Elli de Mon si rifanno soprattutto al blues di Son House, Freddie McDowell, Mississipi John Hurt, a chitarristi come Bob Brozmann o Jack Rose... tutti riferimenti provenienti da oltre oceano in effetti. Un riferimento europeo però c'è: la Voodoo Rhythm Records, etichetta svizzera che produce artisti che adoro: dai Monsters ai Movie Star Junkies, da Becky Lee agli Heart Attack Alley”.
"Leave this town" è il primo Ep firmato Elli De Mon. Praticamente un singolo contenente tre pezzi di blues arcigno, composti… “… compongo sul divano di casa” ammette Elli divertita. “‘Leave this town’ è un chiaro messaggio a quei personaggi che non mi stanno proprio simpatici, un invito a starmi lontano insomma. ‘Light’ invece è una preghiera, una ninna nanna stralunata che mi aiuti a addormentarmi e a risvegliarmi in una luce nuova. ‘Shade’ esprime la voglia di riscatto di chi per troppo tempo ha subito nell'ombra”.



Alle registrazioni ha partecipato anche Phill Reynolds (già Miss Chain & The Broken Heels, band che, tra l'altro, abbiamo trattato da poco con The Observer). Come nasce questa collaborazione? “Io e Silva, il chitarrista più veloce del west, ci conosciamo da un po'. Siamo pure colleghi di lavoro perché conduciamo un laboratorio musicale per i bambini e l'anno scorso siamo stati anche in tournée insieme negli Stati Uniti, un bel colpo di testa. Ci stimiamo a vicenda, la collaborazione è stato qualcosa di assolutamente naturale”. Collaborazione che però non ha alterato la natura essenziale del progetto, a tutti gli effetti una one-woman band sulla scia di tanti altri progetti simili, vedi i vari Wasted Pido, Miss-Ipi, Number 71 Monobanda… “Grande Stima per tutti” proclama Elli. “Miss-ipi è molto brava. Ce ne sarebbero poi altri degni di menzione come The Blues Against Youth, lo stesso Phill Reynolds, Davide Lipari... Purtroppo in Italia il genere one man band non è ancora molto apprezzato, se non negli ambienti di nicchia. Siamo però ogni giorno di più, per cui presto invaderemo lo stivale!”.

E se l’obiettivo principale è l’Italia, non vanno comunque dimenticate le esperienze all’Estero che hanno segnato già in passato il percorso di Elisa: “Credo che in generale viaggiare faccia bene al cervello. Lo dico anche in base al provincialismo che ben più di qualche volta respiro sia sui palchi sia fuori dall'ambiente musicale. Io cerco di vivermela al meglio, sapendo che l'essere chiusi è un abbruttimento dal quale cerco di tenermi lontana. Una di quelle cose che "so" di non voler essere”.
Che cosa sarà, allora, Elli De Mon, lo scopriremo una volta uscito il primo disco: “L’album uscirà in autunno (speriamo). Ci lavorerò quest'estate. Con il caldo e le zanzare”.

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