Riccardo Cocciante, l''autobiografia in musica' di 'Sulle labbra e nel pensiero'

Riccardo Cocciante, l''autobiografia in musica' di 'Sulle labbra e nel pensiero'

Non ha voluto assistenti Riccardo Cocciante per assemblare "Sulle labbra e nel pensiero", monumentale raccolta antologica - commercializzata sotto forma di quadruplo Cd - prevista in uscita per il prossimo 28 maggio, né ha cercato ispirazione in altre celebri raccolte, italiane o straniere: "Perché è la mia vita", disarma subito lui, "E il mio scopo non era quello di infilare un grande successo dietro l'altro per fare contenta la mia casa discografica, ma dare l'idea di quella che è stata la mia evoluzione". Ecco, quindi, l'organizzazione cronologicamente tripartita del box set, alla quale si aggiunge un disco - il quarto, "Memory lane" - che raccoglie inediti, provini e rarità: "Si parte, infatti, con 'L'alba di un nuovo giorno', prima traccia del mio primo album, 'Mu', che è la mia fase più laboriosa e di sperimentazione, per proseguire poi con la citazione da 'Cervo a primavera' di 'Io rinascerò', che invece inaugura una fase di apertura verso il pubblico. Poi abbandonai l'Italia per trasferirmi a Miami: feci ritorno nella Penisola anni dopo, per quello che è il periodo più recente della mia carriera, incluso nel disco 'L'attimo presente' (dalla traccia che apre 'Innamorato' del '97, ndr). Quello più maturo". E "Memory lane", appunto: "Sì, il disco con i provini e le rarità: credo sia quello più divertente da ascoltare, per un appassionato".

Nemmeno un po' di vertigine, a passare in rassegna in un colpo solo un repertorio così vasto? "Non sono il genere di cantante che si ascolta molto", confessa lui: "Dopo aver registrato una canzone la lascio lì. Devo ammettere però che, ascoltando alcuni brani che non frequentavo più da tempo, ho avuto sensazioni bellissime". Sui retroscena della pubblicazione, nessun mistero: "La mia partecipazione a ' The voice' è stata un ottimo volano promozionale, e con la mia etichetta abbiamo pensato che fosse giunto il momento per una raccolta, ma di quelle fatte bene. Una specie di album di fotografie, perché una volta i dischi erano proprio questo: delle istantanee che catturavano un momento. Non come adesso...". Nel senso? "Beh, in molti si sono accorti che per fare un album oggi bastano due canzoni, perché ormai è chiaro a tutti che chi compra i dischi non li ascolta tutti. Una volta, invece, un album si ascoltava dall'inizio alla fine. E questo ti permetteva di inserire anche brani non commerciali, poco radiofonici, che ma fossero sincera espressione di quello che provava chi li scriveva". Colpa del tanto vituperato music-biz irrimediabilmente votato alla hit, complice la "rivoluzione liquida" dei supporti? "La discografia è cambiata moltissimo: la chiave è che adesso i dischi non si vendano più. E' questo che ha cambiato tutti i parametri. La scomparsa delle vendite ha azzerato i budget, e i budget azzerati non permettono più alle etichette di far crescere un artista. Perché una volta si puntava su qualcuno e ci si investiva, senza stare a guardare il tornaconto immediato. Io stesso - come molti altri miei colleghi della mia età - non sarei qui a parlarne se non mi fossero stati concessi un paio di dischi di 'ambientamento', a inizio carriera. Adesso invece si cerca la hit, che costa poco e fa guadagnare molto. Il problema, però, è che le hit diventano tali per un'infinità di ragioni, nella quale - però - non trovano posto le strategie delle case discografiche".

Del resto, come giudice al talent "The voice", Cocciante le dinamiche attuali le conosce bene: "I ragazzi che vengono a cantare in trasmissione hanno stoffa, e a cantare - nella maggior parte dei casi - sono anche più bravi di quanto non lo fossimo noi alla loro età. Il loro problema è che non sentono la 'rivoluzione', e non sentendola non la esprimono. Io, ma anche Antonello (Venditti, ndr) o Francesco (De Gregori, ndr) eravamo rivoluzionari, stavamo fuori dal sistema e piano piano - grazie alla nostra arte e al nostro messaggio - siamo stati capaci di fare breccia nello stesso. Gli esordienti di adesso non mi sembra che abbiano voglia di fare altrettanto. Anche perché tutto si riduce al voler essere ascoltati: perché oggi in Italia non si sa come fare, a farsi ascoltare, e perché le etichette oggi non hanno più tempo di ascoltare. E allora loro si presentano con brani scritti da altri, venendo costretti a non esprimere quello che in realtà sentono. La questione rimane sempre quella: l'assoluta mancanza di tutela del panorama underground musicale italiano".

Vexata queastio, quella della coltura dei giovani talenti: nel Regno Unito arriva addirittura il governo, a finanziarli... "E in Francia la canzone è considerata patrimonio nazionale, e sottoposta - in quanto tale - ad un regime fiscale agevolato. Qui, invece? Niente di tutto questo. Eppure, come dicevo prima, è fondamentale la scena sommersa, perché solo sperimentando si riesce ad essere rivoluzionari e - di conseguenza - a fare breccia in un sistema per sostituirlo. Il consiglio che mi sento di dare a chi inizia è quello di scendere in cantina e cominciare a suonare, strumento alla mano. Quella è l'unica via".

Appassionato di underground, Cocciante i nomi dei suoi pupilli non li fa: "C'è quel filone vagamente ironico, orientato al folk-rock, che non mi comunica entusiasmo. Quello che mi piace è il rock. Quello vero, che però sappia coniugare a musiche energiche bei testi e linee vocali melodiche. Un po' come facevano i Nirvana, che mettevano sopra alle chitarre distorte delle melodie eccezionali. In Italia abbiamo belle melodie e bei testi, ma musicalmente qualcosa ancora non gira. Ma lì c'è poco da fare: rock si nasce, non si diventa...". Nel futuro di Cocciante non c'è - di certo - un disco di inediti, eppure nella sua agenda si fatica a trovare un buco libero: "Ritornerò a mettere in scena le opere, come 'Romeo e Giulietta': la mia seconda vita, ormai, è quella. Poi però - in estate - tornerò ad esibirmi in cinque o sei eventi speciali, musicalmente ricollegati, in ogni caso, allo spettacolo 'Cocciante canta Cocciante'". E dopo aver ricordato Ray Manzarek ("E' terribile, con lui se ne va via un pezzo di storia. Del resto così è la vita: quello è un passaggio ineluttabile, che tutti dobbiamo compiere. Toccherà anche a me, prima o poi", ride) impossibile non chiedere un commento alla dichiarazione di oggi del chitarrista dei Queen Brian May, che ha definito l'edizione britannica di "The voice" un "insulto alla musica": "Ognuno ha le sue opinioni, ma sono io il primo a dire che i talent non sono fantastici: se ci sono dentro, è più per una sfida personale. Meglio: è per riuscire a dire cose che - di solito - in televisione non vengono dette. E' chiaro, però, che si debba trovare un altro modo al di fuori del piccolo schermo per aiutare i giovani artisti. La TV è una gabbia: io ci entro e ci esco, sfruttandola come un mezzo. Ma non si può delegare alla TV il compito di far uscire i dischi...".

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