Inchiesta classifiche di Rockol: riflessioni finali

Sedici interviste, tre settimane (abbondanti) di “puntate” quotidiane, pagine e pagine di domande e risposte che qualcuno, ci informano, ha già provveduto a stampare e a mettere in archivio per assemblare un dossier esauriente sull'argomento. Se è così, e stando agli apprezzamenti che l'iniziativa sembra avere raccolto, la grande inchiesta di Rockol sulle classifiche di vendita – che si chiude oggi, martedì 17 dicembre, con queste brevi note di commento finale - ha raggiunto i suoi obiettivi: che erano in primo luogo quelli di far luce sui meccanismi di produzione delle chiacchieratissime charts e al tempo stesso di dar voce al più ampio ventaglio possibile di opinioni su un tema che, in Italia come all'estero (si vedano le polemiche americane di questi giorni), resta invariabilmente sulla linea di trincea quando si parla di musica di consumo (ma non solo: sulle classifiche si scornano un po' tutti).
Su chi abbia ragione e chi abbia torto, tra chi le compila seguendo metodologie diverse, tra chi ne difende a spada tratta la qualità e chi ne mette in dubbio l'affidabilità se non l'onestà, ciascuno si sarà formato la propria idea, o l'avrà vista rafforzata dalle dichiarazioni che Rockol ha raccolto e pubblicato via via in queste settimane. Noi, da parte nostra, confessiamo di essere rimasti sorpresi nel verificare quanto sia frammentaria e a volte pressapochistica la conoscenza che gli stessi addetti ai lavori hanno di una materia che pure resta in cima alle loro preoccupazioni (e se si informassero meglio?). Ci sentiamo anche di condividere il disorientamento e la leggera irritazione di chi, tra gli appassionati di musica e gli osservatori “esterni” al mercato, fatica a raccapezzarsi tra notizie e informazioni contrastanti che sui mezzi di informazione finiscono per rimestare in un caotico calderone “sell in” e “sell out”, vendite effettive e vendite attese, dati di classifica con dischi d'oro e di platino autocertificati dalle case discografiche e regolarmente messi in dubbio dai concorrenti (la smorfia di incredulità e il sorrisino ironico di condiscendenza rispetto a certi risultati dichiarati di vendita fanno ormai parte delle regole del gioco. Come a voler dire: gli altri barano, io dico la verità).
Le classifiche, nessuno o quasi lo mette in dubbio, restano uno strumento utile, immediato, anche divertente, per misurare il successo di un artista, di un disco, di un progetto discografico; e servono anche a disegnare una mappa dell'evoluzione dei gusti collettivi, per chi si diletta con queste cose. Ma proprio come l'Auditel televisivo e il Music Control radiofonico, sembrano essere sfuggite di mano a chi dovrebbe farne un uso corretto ed equilibrato: conforta sapere che qualcuno, come abbiamo avuto modo di verificare in questi giorni, comincia a domandarsi se non gli si continui ad attribuire un'importanza persino eccessiva, con il risultato di schiacciare l'offerta e la produzione (che, quando è il caso, fa comodo chiamare “cultura”) su standard sempre più poveri e desolanti. Difficile aspettarsi che cambi qualcosa, comunque: le case discografiche che reggono il mercato sono società multinazionali e come tali misurano la propria riuscita e la fiducia dei loro azionisti ed investitori su market e chart share, sui risultati e sui numeri. L'importante sarebbe che quegli stessi numeri fossero perlomeno ritenuti affidabili da tutti. Cosa che invece non succede: vuoi per italica predisposizione al sospetto a tutti i costi, vuoi per via di recenti episodi che dimostrano che una classifica perfetta non esiste, e che l'errore – senza entrare nel discorso delle manipolazioni - è sempre dietro l'angolo.
Non sono affiorati temi inediti, dalle interviste di cui vi abbiamo riferito in questi giorni, ma la disposizione delle forze in campo ne è risultata ancora più precisa: da una parte chi sostiene la superiorità incondizionata del metodo “scientifico” fondato sul rilievo elettronico delle vendite, e dall'altra i fautori delle indagini qualitative (interviste ai rivenditori) che hanno il vantaggio di costi d'esercizio decisamente inferiori. Da un lato le major che fanno quadrato intorno ad un sistema da loro stesse finanziato e dall'altro le indies che lamentano di essere escluse dal gioco, una volta che – per volontà o per difetti di costruzione di campioni che vorrebbero essere rappresentativi – si estromettono dalla rilevazione i loro circuiti distributivi preferenziali. Da una parte chi vorrebbe classifiche specialistiche e più puntuali e dall'altra chi domanda più soldi per farle. Di qua quei discografici che si difendono dicendo di non farsi condizionare troppo dal sistema e di là gli uomini di spettacolo e di televisione che delle classifiche fanno uso corrente evitando accuratamente di prendere posizioni (non si sa mai, i partner nel tempo possono cambiare).
A rileggerle una di seguito all'altra, le interviste di questi giorni, sembra chiaro un fatto: nel gran carrozzone del pop - la parte più grossa ma anche più malata, oggi, del business - le classifiche dividono e imperano oggi come non mai. Succederà, invariabilmente, anche di qui in avanti, e le polemiche saranno tanto più feroci quanto più piccole sono le briciole che restano da spartirsi. Se il mercato non si rimette a girare, non resta che accapigliarsi per il gradino più alto del podio.
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