NEWS   |   Italia / 16/12/2002

BenGio Festival, il bello dell'orchestra e la rivelazione Serena

BenGio Festival, il bello dell'orchestra e la rivelazione Serena
Vi sarà capitato altre volte di leggere le mie riflessioni sui concorsi per giovani aspiranti cantanti/cantautori ai quali Rockol, nella mia persona, prende parte in qualità di componente delle giuria. Fresco reduce dall'edizione 2002 (l'ottava) del BenGio Festival di Benevento - che si è tenuta fra l'11 e il 14 dicembre scorsi - sono piuttosto soddisfatto di poter riferire di una manifestazione/concorso di buona qualità musicale, e che si differenzia da quasi tutte le altre alle quali mi è capitato di assistere per due caratteristiche peculiari, e apprezzabili.
La prima: i dodici concorrenti ammessi alla fase finale hanno l'opportunità di esibirsi ciascuno tre volte, in tre sere consecutive, e con canzoni diverse. La seconda: il direttore artistico del Festival, Popi Fabrizio, segue personalmente la preparazione dei concorrenti, dedicando loro tempo e attenzione nelle settimane precedenti le giornate conclusive della competizione, scegliendo (e a volte consigliando e trovando) canzoni inedite da far loro interpretare, e le interpretazioni con le quali i concorrenti si giocano la vittoria avvengono non solo rigorosamente dal vivo, ma con l'accompagnamento di un'orchestra.
L'Auditorium di via Calandra è infatti una piccola, ma funzionale struttura munita di un ampio palcoscenico sul quale opera un'orchestra di 40 elementi diretta dal maestro Alterisio Paoletti: un'orchestra giovane, vivace, entusiasta, e (il che non guasta, dal mio punto di vista) nella quale non mancano presenze femminili decisamente di bell'aspetto e di simpatica attitudine - mi riferisco specificatamente alle signorine della sezione archi, e a una in particolare della quale non farò il nome (è già capitato a Piero Chiambretti di perdere la testa per una violinista: non vorrete mica che poi faccia anch'io un film come “Ogni lasciato è perso”...).
Dunque, dicevo: l'architettura generale del BenGio Festival è ben strutturata, l'organizzazione attiva e volonterosa (non sono comunque mancati incidenti, pecche e malintesi, dei quali dirò poi), l'accoglienza più che ospitale - è la prima volta che, ospite delle finali di un concorso, mi capita di scoprire che anche gli extra dell'albergo sono a carico dei promotori della manifestazione. Non pensate a una maniera di comperare la benevolenza del giornalista, non sono in vendita per venti euro: ve lo racconto perché mi è parso un gesto di squisita cortesia, indipendentemente dall'entità della somma che non mi è stato chiesto di pagare.
Le mie tre giornate beneventane sono state piuttosto intense, perché - essendo investito del ruolo di presidente della giuria - mi sono fatto un punto d'onore di assistere anche a tutte le prove pomeridiane. E le serate, quasi inevitabilmente piuttosto lunghe fra concorrenti, ospiti e altri momenti di spettacolo, si sono concluse ben oltre la mezzanotte. Ma la qualità media dei concorrenti, come ho già detto, era più che accettabile, con una punta di eccellenza di cui riferirò più avanti. Un ospite fisso per le tre serate, l'amico Aleandro Baldi, che ha pure fatto parte della giuria (sei elementi stabili) operando coscienziosamente e con grande disponibilità; altri ospiti distribuiti lungo le prime due serate (l'amabile Mariadele, l'emergente Paolo Meneguzzi - che però non ha partecipato allo spettacolo, per un non chiarito malinteso riguardante la messa in onda televisiva della sua performance; una sintesi delle tre serate verrà trasmessa nelle prossime settimane dalla Rete 2 della RAI -, tre dei quattro vincitori della scorsa edizione - Valerio Di Rocco, Clarissa Vichi e Francesca Borsini; il primo e la terza hanno mancato di poco l'ammissione al prossimo Festival di Sanremo -, e alcuni musicisti “colti” - particolarmente interessante la pianista classica Simona Padula). Nella serata di sabato, invece, la presenza di tre cantanti di nome è servita per proporre la loro collaborazione con i finalisti del concorso, che, a quattro per volta, hanno cantato un brano insieme ai colleghi già famosi (ancora Baldi, Rossana Casale e Eugenio Bennato).
La conduzione delle serate era affidata al collega Dario Salvatori, che ha operato con la consueta perizia da presentatore atipico; gli era stata affiancata, ahimé, una giovanissima amazzone di piccola esperienza televisiva che all'imponenza fisica non assommava l'indispensabile disinvoltura per poter ben figurare (non ne dirò il nome per non infierire).
E ora, il responso della giuria. Composta, oltre che da chi scrive e da Aleandro Baldi, da Pietro Mianiti (direttore musicale del Teatro dell'Opera di Lima), da Titta De Tommasi (direttore artistico di Radio Norba), dal giornalista e musicista beneventano Enrico Salzano e da una ragazza scelta fra il pubblico, Egea Polese, ha scelto i vincitori in una rosa di dodici concorrenti dopo aver ascoltato ogni partecipante nell'esecuzione di tre diversi brani, fra cover e inediti. La discussione finale ha portato ad un ex aequo per il primo posto, assegnato a Massimo Bertacci e a Claudia D'Ulisse; la seconda posizione è andata a Stella Rotondaro, la terza a Pamela Pau. Stella Rotondaro, interprete elegante e composta, italianissima ma nativa di Calcutta, sembrava destinata alla vittoria, ma una imperfetta esecuzione nella terza serata le è costata il primo posto, condiviso invece fra due “belle voci” d'impianto abbastanza tradizionale (grintoso benché eccessivo e a volte sopra le righe il toscano Bertacci, un po' rétro e non eccessivamente originale la D'Ulisse; ma entrambi non hanno demeritato il riconoscimento). Terza si è classificata la simpatica Pamela Pau, sbarazzina e divertente cantante originaria di Brooklyn.
In effetti, però, il personaggio che ha più di ogni altro colpito la giuria e il pubblico non è uno dei sopra citati. La vera rivelazione di questa edizione 2002 del BenGio Festival è stata la giovanissima - nemmeno sedici anni - cantante dei Solo 61: si chiama Serena, ed ha incantato per qualità vocali, comunicativa, intensità, capacità di emozionare e grazia naturale. La ragione per la quale la giuria ha ritenuto più giusto assegnarle il premio come migliore interprete e non il primo dei tre premi maggiori sta in due considerazioni: la prima è che Serena è enormemente più dotata dei suoi compagni di gruppo, che inteso come complesso non era meritevole del podio; la seconda - e qui ammetto di aver fatto pesare il mio ruolo di presidente della giuria - è legata al fastidio che provoca vedere su un palcoscenico una band il cui componente più giovane ha solo dodici anni. Come ho già avuto occasione di commentare a proposito dei Gazosa, i bambini andrebbero semmai mandati allo Zecchino D'Oro, e non scaraventati nel mondo delle competizioni musicali semiprofessionali (o peggio professionali). Serena - minuta, bionda, sorridente, commossa dal riconoscimento ricevuto - è indubitabilmente un talento vero: mi auguro e le auguro che abbia il tempo di crescere e maturare con tranquillità, senza pressioni eccessive, e che nel frattempo trovi altre canzoni che le permettano di esprimersi al meglio (una delle due che ha presentate al BenGio, “Quello che vorrei”, è stata indicata dai componenti dell'orchestra - a questo delegati dalla giuria - come miglior brano inedito fra quelli proposti in gara).
Qualche parola su alcuni degli altri concorrenti. Interessante Ara, cantautrice di Benevento che con la sua “Libera e sacra” ha ottenuto il premio per il miglior testo assegnato da una commissione locale: ma una voce scura e suggestiva non è ancora ben servita dalle canzoni che lei stessa scrive e compone. Singolari i milanesi Eurodei, un terzetto vocale che a “canzoni” di impianto sperimentale abbina una vocazione teatral-coreografica a tratti un po' troppo esibita. Mentre Tiziana Bassetta, cantautrice catanese di indubbia bella presenza, avrebbe tutto da guadagnare da un atteggiamento più rilassato e cordiale e da una attitudine meno sdegnosetta.
Come si dice in questi casi, bene gli altri: benché di sprazzi di originalità se ne siano visti pochini, e i modelli vocali di riferimento della maggior parte dei ragazzi in gara siano apparsi fin troppo evidenti.
Piccolo bilancio finale: il BenGio Festival è una manifestazione che merita attenzione per le peculiarità che la contraddistinguono, e che in questa formula può trovare la via per un ulteriore consolidamento. Va ricordato che proprio in queste settimane il gruppo di lavoro che ruota intorno alla Promoarte, società organizzatrice del BenGio, sta completando la preparazione di “Ofelia”, un'opera rock con musiche di Maurizio Fabrizio e testi di Guido Morra, che verrà presentata la prossima estate nell'ambito del Festival di Edinburgo; e non trascurerei, se mi è consentito un consiglio, l'ipotesi di studiare nuove possibilità di valorizzazione per l'orchestra, magari in formazioni ridotte (un quartetto d'archi in stile Bond?). Ne riparleremo, all'occasione.
(fz)