USA, polemiche sulle classifiche: rivenditori compiacenti falsificano i dati

Non sono soltanto i media e gli addetti ai lavori italiani a scatenare polemiche sulle classifiche dei dischi (per un’informazione più completa al riguardo si veda l’inchiesta che Rockol sta dedicando da tre settimane all’argomento). Qualche mese fa il bubbone è scoppiato in Inghilterra; e ora i sospetti si riaddensano nientemeno che sull’americano Soundscan, evidenziando la facilità di manipolare ad arte il sistema di rilevazione elettronico delle vendite che Nielsen ha approntato negli Stati Uniti per il settimanale Billboard e che da sempre viene ritenuto un modello di precisione e correttezza insuperato in materia.
A rimettere in dubbio l’inattaccabilità del meccanismo è stato, la settimana scorsa, un articolo pubblicato dal New York Post che sta facendo molto discutere negli ambienti dell’industria musicale USA: il quotidiano americano riferisce di aver appreso che alcune case discografiche sono solite spedire interi scatoloni di dischi a certi rivenditori indipendenti senza farglieli pagare, allo scopo di gonfiare artificialmente le vendite nella settimana di uscita nei negozi. Ai commercianti prestarsi al gioco conviene, perché tutto il guadagno realizzato con le vendite del prodotto ricevuto gratuitamente resta nelle loro tasche, mentre le case discografiche possono ricavare dall’operazione benefici promozionali non indifferenti: esordire in posizioni di classifica elevate, come in qualunque altro mercato del mondo, assicura spazi nell’airplay radiofonico e permette solitamente di innescare vendite supplementari. Altre volte i rivenditori interverrebbero direttamente sul sistema senza aspettare di vendere il prodotto al pubblico: l’articolista del Post fa l’esempio di un negoziante del Sud Est degli Stati Uniti che confessa di aver dichiarato a SoundScan vendite del 3000 per cento superiori al reale di “Blueprint 2”, il nuovo album di Jay-Z per la Island Def Jam, manomettendo gli strumenti di rilevazione (e il disco è balzato subito al primo posto delle classifiche, in novembre). Sdegnata la reazione della Universal (a cui la Island Def Jam fa capo), che per mezzo di un comunicat stampa ha negato recisamente l’ipotesi di comportamenti scorretti da parte di qualcuno dei suoi dipendenti, sottolineando che la remunerazione dei dirigenti non è in alcun modo legata ai numeri di vendita e che insinuazioni del genere sviliscono il lavoro e i risultati conseguiti dagli artisti. Un portavoce di SoundScan ha naturalmente difeso l’operato dell’azienda, replicando che la metodologia si basa su un sistema di controlli incrociati che permette di individuare ogni tipo di irregolarità.
Ma intanto altri commercianti contattati dal New York Post hanno ribadito che pratiche del genere vanno avanti da almeno tre anni e che non riguardano solo la Island Def Jam ma anche altre etichette. Mentre altri operatori del settore suggeriscono a denti stretti che la manipolazione delle vendite al momento dell’uscita dei negozi è alla base dei tonfi che si verificano la settimana successiva, quando normalmente le vendite degli hits crollano del 60-70 %. Qualcuno, semmai, mette in dubbio che una pratica comunque costosa per le case discografiche continui in un momento di mercato delicato come questo: in tempi di crisi e di ristrettezze economiche, insomma, il gioco non varrebbe più la candela.
Dall'archivio di Rockol - Music Biz Cafe, parla Roberto Razzini (Warner Chappell Music Italia)
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