The Observer 2013: l'intervista a Il Buio

The Observer 2013: l'intervista a Il Buio

Due settimane fa abbiamo presentato Il Buio sulle pagine di The Observer. La settimana scorsa, invece, commentato il loro interessantissimo disco d’esordio, “L’oceano quieto”.
Oggi, invece, abbiamo preso contatto direttamente con la band nata a Thiene nel 2011 per scambiare due parole e conoscerli più da vicino, chiudendo così lo spazio della nostra rubrica a loro dedicato: “Il Buio nasce nel 2009 quando Andrea e Alberto, che suonavano assieme in una post rock band chiamata A New Silent Corporation (assieme a Nicola e Mattia) decidono di formare una band completamente opposta. Quindi siamo passati dai suoni rarefatti e dalle strutture cervellotiche ad una cosa molto più immediata e viscerale. Era diventata un'esigenza quasi fisica. Pian piano poi si sono aggiunti Francesco e, appunto, Mattia e Nicola a completare la formazione. Ci conosciamo tutti da molti anni: frequentavamo gli stessi locali, le stesse compagnie, andavamo agli stessi concerti”. Il Buio è un nome che è già tutto un programma. Un programma che poi, ovviamente, si riflette nel loro modo di fare musica (e nei contenuti)… “Il Buio era il nome che avevamo dato al gruppo ancor prima di iniziare a provare. Rispecchiava perfettamente la nostra condizione di (allora) ventiseienni disincantati e tremendamente pessimisti (o genuinamente realisti) riguardo al nostro stesso futuro. L'idea era appunto quella di riversare nella musica e nei testi tutto quello che vedevamo non andava nella società e in noi stessi. Era un po' come urlarsi addosso quello che scrivevamo e lo è tutt'ora. Serve a rimanere svegli, attenti, ricettivi nei confronti di quanto ci sta accadendo attorno e a darci una scossa per agire, per fare qualcosa”.



"L'oceano quieto" è il loro disco d'esordio. Nella recensione l'abbiamo definito un concept album. Che lo sia o meno, a conti fatti è comunque un disco abbastanza impegnativo con cui esordire… “Ogni disco è un po' un concept album” raccontano Alberto e Andrea a Rockol, “altrimenti quelle canzoni non starebbero tutte assieme in un unico supporto e con un titolo a presentarle. A volte è facile individuare il filo logico che collega i brani e a volte meno. Ci è piaciuta la vostra recensione perché oltre a cogliere alcuni punti per noi cruciali nella lettura del disco, amplia e offre un'interpretazione interessante e questo è il feedback che ci piace ricevere dalle persone più di ogni altra cosa”. Un disco punk, post punk, rock, alternative. L’elenco è bello sostanzioso: “Quelle sono etichette che nascono dal (giusto) bisogno di percepire qualcosa entro degli schemi sicuri. Personalmente il nostro background è chiaramente segnato dal punk e dall'hardcore, così come dal grunge e da un sacco di altre influenze, e penso che la nostra attitudine e il nostro approccio, sia sul palco che sotto al palco, riflettano tutto ciò. Non vorremmo essere etichettati come una band solo punk, o solamente hardcore, come spesso ci accade perché, al di là dell'attitudine, cerchiamo di mescolare nella nostra musica un sacco di influenze che sono le più varie e disparate: dal cantautorato folk alla musica che ascoltavano i nostri genitori, mescolandole con la musica con cui siamo cresciuti e che ci ha in un certo senso formati”.
Un buon gancio per entrare più nel dettaglio e capire che cosa ha influenzato, nello specifico, questo lavoro in studio. “Musicalmente noi cinque ascoltiamo cose diversissime” proseguono i ragazzi “e che di sicuro hanno significato qualcosa nella scrittura del disco. Non c'è stato però alcun punto di riferimento fisso nella scrittura dei brani. Per quanto riguarda le parole, incontri, discussioni, riflessioni e libri sono il carburante principale. Alcuni libri letti durante la stesura dei testi sono: “Cecità” e “Saggio sulla lucidità” di José Saramago, “Walden: ovvero vita nei boschi” di Thoreau, numerosi Wu Ming, etc…”.

Nella presentazione di The Observer abbiamo definito quelli de Il Buio dei "testi importanti", un concetto chiarito nel dettaglio anche nella recensione. Testi che descrivono una determinata realtà, e, soprattutto, parlano di persone, dell'uomo a contatto con questa realtà. “I testi dell'ultimo disco sono stati scritti prevalentemente da Andrea (chitarra) e in seconda battuta da Francesco e Alberto. All'inizio avevamo la pazza idea di fare una specie di "Commedia Umana" e quindi utilizzare dei personaggi per descrivere l'intera società. In parte questo imprinting è rimasto in canzoni come "Via dalla Realtà, 7", "Sam", "Marionette" o "Edoné: il clochard". Sono pezzi di società che la descrivono nella sua totalità. Il songwriting è abbastanza casuale: a volte dalla musica e dalle atmosfere nasce il testo, altre volte il testo dà il là a dei giri che portano alla costruzione della canzone. Ci abbiamo messo un po' di tempo a scrivere il disco, anche se la maggior parte dei pezzi è nata negli ultimi cinque mesi e quindi, nel frattempo siamo riusciti ad imparare a scrivere canzoni in modi diversi!”.



Il disco, inoltre, è stato prodotto niente meno che da Matteo "Mojomatt" Bordin: “Matteo lo conosciamo da anni. Siamo prima di tutto suoi grandi fan. I Mojomatics sono una delle migliori band che l'Italia abbia avuto negli ultimi vent'anni e la Squadra Omega sono un'altra suo colpo di genio. Inoltre, come fonico e produttore, ha fatto un sacco di dischi che ci piacciono. Abbiamo molti ascolti comuni e siamo innamorati del suo gusto e del suo modo di trattare i suoni, siano chitarre, batterie o qualsiasi altra cosa. Ha un approccio molto diretto, vecchia scuola, sia nella registrazione che per quanto riguarda l'esecuzione, cosa che ben si avvicina alla nostra attitudine (punk, per l'appunto!). Come noi poi è un nerd, un appassionato di strumenti e strumentazioni, quindi anche nel tempo libero si finiva a parlare di quello, tra una sigaretta e l'altra. Diciamo che il suo contributo è stato fondamentale per quanto riguarda il suono complessivo dell'intero disco: molto pulito (poco punk, quindi!) ma allo stesso tempo tagliente”.

Per concludere, quali saranno le prossime mosse del Il Buio? “Suonare, suonare, suonare. Stiamo cercando di girare quanto più possiamo, in primis perché ci piace la dimensione live, ci piace vedere posti nuovi, conoscere persone, mangiare prodotti tipici e spassarcela negli autogrill. Poi perché, essendo anche produttori (Autunno Dischi in realtà siamo noi), pensiamo che sia il miglior modo per promuovere la nostra musica”.

 

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