NEWS   |   Recensioni concerti / 10/05/2013

Esben & The Witch, l'intervista e recensione del concerto di Milano

Esben & The Witch, l'intervista e recensione del concerto di Milano

Poco prima del live al Circolo Magnolia, abbiamo incontrato gli Esben & The Witch per fare una bella chiacchierata nel parco, cogliendo l’occasione del loro nuovo passaggio in Italia per entrare in contatto diretto con un tra le band più interessanti della nuova generazione. Nati, infatti, a Brighton nel 2008, gli Esben & The Witch sono un trio con già diversi ep sulle spalle, ma soprattutto due album di ottima fattura, caratterizzati da un sound difficilmente inquadrabile in un genere preciso; c’è chi li ha definiti gothic pop, chi darkwave, chi addirittura, come poi verrà fuori anche nell’intervista, nightmare pop. A rispondere alle nostre domande si sono prestati Thomas Fisher, chitarrista del gruppo, e Rachel Davies, voce, basso e catalizzatore principale del trio. L’ambiente circostante al Magnolia, il parco dell’idroscalo, è una cornice perfetta per lasciarsi andare in tranquillità. Rachel e Thomas si presentano puntualissimi all’appuntamento giusto appena terminato il soundcheck.
Gli Esben si sono da poco rimessi in viaggio per attraversare l’Europa. Un tour iniziato da poco, ma che sta regalando già diverse soddisfazioni: “Il tour sta andando davvero bene” esordisce Rachel, “questa è a terza data che facciamo e siamo molto soddisfatti. Ieri eravamo in Svizzera, un paese davvero bellissimo, mentre questa è la seconda volta che suoniamo a Milano; purtroppo però non abbiamo avuto tempo di fare i turisti o di visitare la città, a dire la verità non saprei neanche dire dove siamo in questo momento rispetto al centro. La location è però molto bella”. “Io amo i tour” prosegue poi Thomas. “Per quanto mi riguarda, essere in tour vuol dire staccarmi totalmente da tutto, tagliare i ponti con quello che c’è a casa per immergermi totalmente in questa vita, nei viaggi e nel fare musica. Per noi poi i tour sono il punto zero del processo di scrittura. Viaggiare tanto significa avere tanto tempo da passare sul van, ad ascoltare musica, pensare… e le idee iniziano a prendere forma”. Idee che i Nostri hanno recentemente avuto modo di fissare su disco, l’ottimo “Wash the sins not only the face”, un album che, a qualche mese dall’uscita, inizia a prendere forma anche sul palco: “Credo che il rapporto con le canzoni cambi inevitabilmente una volta che si comincia a suonare dal vivo” ammette Rachel. “Per dire, ad oggi è un bel pezzo che non ascolto il disco, e l’attenzione è tutta rivolta a come impostare le performance, a dare forma ai pezzi sul palco. Cambia il modo in cui ti metti in relazione, rimani connesso ai pezzi. Ed è quello che cercavamo quando abbiamo iniziato a scrivere il nuovo materiale per il disco. “L’idea era di scrivere un album adatto alla dimensione live” precisa quasi immediatamente Thomas, “un disco da poter… suonare”.



Un’attitudine questa che emerge chiara dai pezzi che poi sul disco sono finiti; pezzi da un lato chiari e ben definiti, dall’altro caratterizzati da un background sonoro molto stratificato. Un dualismo evidente già dalla copertina, e che richiama un po’ la definizione di nightmare pop che spesso e volentieri torna utile per descrivere il sound della band: “La definizione nightmare pop è saltata fuori circa quattro anni fa” ci racconta Thomas, “e ai tempi calzava, mi piaceva. Adesso le cose sono un po’ cambiate, non credo che si possa parlare ancora di pop, e nemmeno di nightmare. Quello che facciamo oggi è qualcosa di più difficile da inquadrare…”. “E’ vero” incalza Rachel. “Rispetto al primo disco il nostro sound si è evoluto parecchio. Calcola poi che tutto cambia una volta che sei sul palco, i dischi sono sempre diversi quando poi escono dallo studio, nel nostro caso anche per una questione puramente logistica: sul palco siamo in tre, e in tre dobbiamo essere in grado di ricreare questa atmosfera, riempirlo e rendere il tutto il più potente possibile”. C’è qualcosa che ha influenzato in modo particolare la scrittura del disco? E’ ancora Thomas a prendere la parola: “Andare in tour negli Stati Uniti ha inciso parecchio. Durante i viaggi abbiamo scattato fotografie e girato alcuni video guidando attraverso questi paesaggi sterminati e bellissimi. L’America è pazzesca, immensa, com’è pazzesco attraversarla in auto. Un immaginario che poi è tornato utile una volta a casa. Il disco l’abbiamo scritto in un piccolo cottage, è l’idea di base è stata provare a dare una colonna sonora a queste immagini, a questi incredibili paesaggi. Senza contate poi che ci sono band che già sanno fare questa cosa molto bene, vedi i Godspeed You! Black Emperor, che poi sono il gruppo che prendiamo di solito come nostro punto di riferimento. Abbiamo ascoltato il loro ultimo album giusto oggi”. I tour, di solito, sono un buon metodo per ascoltare tanta musica, e gli Esben non fanno eccezione: “… tra l’altro è uno dei motivi per cui adoriamo andare in tour” ammette Rachel a Rockol. “E’ la scusa perfetta per metterti le cuffie. Quando sei in viaggio e devi far passare nove ore, tutto quello che puoi fare è ascoltare un po’ di musica”. Ad esempio…: “Ultimamente sto ascoltando parecchio ‘The seer’ degli Swans” prosegue la giovane vocalist. “Un disco incredibile. Siamo andati a vederli dal vivo a Londra e ci hanno impressionato molto”. “Anche l’ultimo di Nick Cave mi è piaciuto tantissimo” aggiunge Thomas. “Quando sei in tour, hai tempo e ascolti dischi come questi, come quello dei Godspeed appunto, ti accorgi di quanto perfetti siano, di come rivelino tutto il loro essere, i loro colori rendendo completa l’esperienza del viaggio. Questa connessione (tra musica e viaggio) è ciò che ci ispira di più, quello che cerchiamo di creare noi con la nostra musica.

Un concetto particolarmente interessante, che trova conferma una volta ascoltato “Wash the sins, non only the face”. Un album notevolmente più rarefatto, meno denso del precedente “Violet cries”. Un disco quasi più rassicurante e di ampio respiro. Una disamina che trova Rachel particolarmente concorde. “Esattamente. L’idea che avevamo tutti e tre, era di scrivere un disco che avesse alcuni momenti più luminosi che contrastassero le parti più cupe, e tanto spazio per aprirsi maggiormente ed emanare un calore che il primo disco non aveva”. “Volevamo un disco che fosse bello da rimaneggiare una volta saliti sul palco” ci spiega più nel dettaglio Thomas, “che ci desse la possibilità di interpretarlo. Con il primo disco volevamo qualcosa di molto più definito, qualcosa che ci facesse sentire a nostro agio durante i live, chiaro e forte. Il primo disco è come una casa immersa nella neve, questo invece è…”, “… è più un paesaggio aperto” conclude Rachel, in perfetta, quanto invidiabile sintonia. “E’ più sognante, si respira un’atmosfera a tratti surreale. Ed è bello che si capisca, per noi era molto importante, era uno dei nostri obiettivi”.



“Wash the sins not only the face”, il titolo scelto per il nuovo album, è una frase estratta da un contesto biblico. Un titolo molto forte che richiama un certo immaginario religioso che fa il paio con l’approccio, a tratti spirituale, che gli Esben & The Witch hanno con la musica: “Io non sono una persona religiosa” chiarisce Rachel, “ma mi affascina la storia e il potere, o meglio, l’importanza che la religione ha. E’ però un interesse generale, distaccato. Trovo il tutto molto intrigante, ma nulla più”. “La forza dell’istituzione è un qualcosa di davvero interessante” prosegue Thomas. “Quando abbiamo scelto il titolo è stato per la forza della frase in sé, non è da interpretare come una specie di comandamento. La frase che abbiamo scelto, in originale è palindroma, e quando abbiamo iniziato a scrivere il disco ci affascinava in modo particolare questo concetto del ‘doppio’. All’inizio è stato per un po’ un working title, un titolo provvisorio, poi man mano è diventato parte fondante del disco, ed è stato impossibile cambiarlo”. Una cosa che chiediamo sempre prima di un concerto è come le band vivono l’esperienza dal vivo, e che rapporto c’è con il pubblico. Un argomento che sembra toccare particolarmente sia Rachel che Thomas: “Il rapporto con le persone che vengono ai nostro show è il punto cruciale del discorso” puntualizza Rachel. Per Thomas poi “…il confronto, la relazione con le persone, è ciò che rende speciali i nostri concerti. Ci possono essere live in cui tecnicamente tutto va alla perfezione, e va bene, ma quando riesci ad entrare in contatto con chi ti sta davanti, a creare quell’atmosfera elettrica, ecco, quelli sono i concerti migliori in assoluto. Abbiamo imparato con il tempo che puoi sbatterti quanto vuoi e metterci tutto l’impegno del mondo per suonare meticolosamente, alla perfezione, ma sarà fatica sprecata se prima non entri in contatto con l’audience. Di solito servono un paio di spettacoli per capire che cosa funziona e cosa no, quali pezzi suonare e, soprattutto, in che ordine”. Per terminare la chiacchierata, poiché si è parlato molto di come l’essere in tour stimoli la creatività e, in modo particolare, la scrittura, l’occasione è buona per sapere se c’è qualcosa già in lavorazione in vista di un futuro prossimo: “Qualche idea c’è” ammette timidamente Rachel, “ma sono solo idee che stanno venendo fuori con molta calma. Per ora ancora nulla di concreto”.

Quanto di più lontano dal set messo in piedi poco dopo. Un’ora molto intensa dove gli Esben sono stati in grado di tradurre in pratica tutto quello che ci era stato anticipato a parole durante il pomeriggio. Un live potente, pieno e in costante crescendo. Dieci i pezzi scelti per la tappa milanese: i tre ragazzi inglesi prendono il palco poco dopo le undici, subito dopo l’apertura dei giovanissimi Fauves, una band ancora acerba ma da tenere d’occhio in prospettiva futura (magari, perché no, attraverso la nostra rubrica The Observer). La prima tornata è composta dalla terna “Iceland spar”, “Slow wave” e “Marching song”, proposte in sequenza e senza stacchi. L’impatto è buono, il suono pulito e la voce Rachel, particolarmente emotiva, il vero gancio per entrare nei meandri di un suono che, obiettivamente, dal vivo riesce ad esprimersi in maniera ancora più efficace rispetto ai comunque molto validi lavori in studio. “Lucia, at the precipice” e l’ottimo singolo “Deathwaltz” sono quindi le due tappe intermedie prima del giro di boa. Due pezzi segnati da qualche problemino tecnico risolto in corsa, in grado di lanciare una seconda parte di set nettamente più densa e corposa. “Despair”, massiccia, e “Yellow wood”, si distinguono, infatti, per la compattezza del suono. Molto bene in questo senso l’apporto di Daniel Copeman alla batteria, vero centro focale del trio inglese, punto di riferimento per imbastire il discorso fin dalle fondamenta. Fondamenta che arrivano a sostenere tranquillamente il peso di episodi come “Eumenides”, tiratona quasi post rock, martellante, un pezzo tutto ritmica e voce dal crescendo massiccio; l’anima post punk del gruppo, la parte più ruvida che esce pian piano e va a scontrarsi con la delicatezza del cantato di Rachel, la cui massima espressione trova compimento nella penultima, splendida, “The fall of Glorieta Mountain”. Tanto per rimanere in tema dualismi…
Problemi tecnici ormai ampiamente alle spalle, all’interno del Magnolia resta solo il caldo umido che abbraccia la platea milanese, ora alle prese con un finale splendido e tiratissimo, arrivato, ovviamente, a rimorchio; più che un titolo, una bella descrizione di come gli Esben & The Witch sanno lasciarti a fine concerto: “Smashed to pieces in the still of the night”.

(Marco Jeannin)

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