L’evangelista di Bruce Springsteen: intervista a Jon Landau

Quando si parla di Jon Landau, non si può non citare la famosa frase “Ho visto il futuro del rock ‘n’ roll”. Ma quest’uomo è molto di più di quella frase, che segnò il destino e l’immagine di Bruce Springsteen. E’ di più dell’uomo che risolse lo stallo della sua carriera producendo “Born to run”. E’ di più del suo manager (lavoro che fa da 40 anni) ed è di più di un amico. E’ tutte queste cose e qualcos’altro ancora.  “Ma allora cosa fa per Bruce?”, gli chiedo provocatoriamente. La sua risata arriva forte e contagiosa dal telefono - lo abbiamo raggiunto a casa sua qualche giorno fa, poco prima della partenza del tour europeo. Poi serio: “sono l’esecutore della visione di Bruce”. E' un'evangelista del verbo di Bruce - il suo entusiasmo è talmente contagioso che,  sentendolo parlare, vi verra voglia di correrete ad ascoltare un suo disco o a vedere un suo concerto, anche se non vi piace.
A pochi giorni dalla pubblicazione della raccolta "Collection 1973-2012" e in attesa dell'arrivo italiano (
il 23 maggio a Napoli, poi a Padova il 31, a Milano il 3 giugno e Roma l’11 luglio), Landau racconta il dietro le quinte di un tour sta già facendo scintille in Europa - nei concerti di Stoccolma, Springsteen ha suonato per intero "Born to run" e "Darkness on the edge of town". Racconta il suo rapporto con Springsteen, compresa quella volta che venne licenziato dal suo Boss... 


Springsteen è una macchina da concerti. Ma questa volta sembra che il “Wrecking ball” tour sarà il suo maggior successo in questo campo. Corretto?
Si, quando avremo finito, sarà il tour di maggior successo di Bruce, è vero. Ci aspettavamo un gran successo soprattutto in Europa: i concerti dell’anno scorso sono andati così bene che abbiamo deciso per un ritorno insolito. L’idea era che, a parte qualche tipica città “da Bruce” come Milano, suonassimo in posti diversi. Da qui la scelta di Padova e Napoli, o di Roma che all’ultimo giro non avevamo fatto. Volevamo suonare in posti freschi..

Dal suo punto di vista, come è cambiato lo show dall’anno scorso?
E’ sempre una questione di canzoni. Bruce, come sapete, cambia le scalette, introduce nuove versioni delle canzoni. Il mondo in cui gestisce le scalette mantiene fresco lo show. Per dire, in Australia, ha recuperato una cover che aveva inciso tempo fa, “High hopes". Gli è venuta in mente, l’ha provata e... boom!. Sono convinto che la riproporrà anche in Europa. Non credo si possa generalizzare e dire che sia una cosa diversa. Ma è comunque uno show molto fresco. I fan che l’hanno visto l’anno scorso e che verranno anche quest’anno avranno la sensazione di aver visto qualcosa di diverso.

Si pensa che un concerto di Springsteen sia un’esperienza diretta, senza mediazione. Ma c’è molto lavoro per costruire un’esperienza di questo tipo.
C’è un mondo dietro quel palco. E’ il nostro palco, lo portiamo in giro lavorando con i promoter locali, come la Barley Arts di Claudio Trotta in Italia. E c’è un mondo di operai, roadie, tecnici... Per esempio: Kevin Buell, il tecnico delle chitarre di Bruce. E’ sempre lì, al fondo delle scale. Ci sono 12 scalini per entrare sul palco, e lui controlla Bruce tutto il tempo, tenendo pronta la prossima chitarra, prenendola al volo quando Bruce gliela lancia dal palco...

Qual è l’input di Bruce nella costruzione del palco?
Ogni cosa che si vede ad un concerto di Bruce show, sopra e dietro il palco, è stata aiutata o approvata da lui. E’ tutto come lui vuole che sia. Abbiamo un direttore luci, un capo dei fonici, e un direttore di produzione che lavorano tutti sotto la supervisione di Bruce per dargli quello che vuole.

Su cosa vi siete concentrati per progettare il palco di questo tour?
Il nostro tour director, George Travis - che è con noi dal 1977 - è il grande artefice creativo. Il nostro approccio a luci, video, suono e palco è questo: ogni cosa che facciamo, la facciamo per farvi vedere e sentire meglio Bruce. I nostri schermi sono i migliori in circolazione. In altri concerti gli schermi si suano per mostrare video ed effetti speciali: nei nostri si vede Bruce e la band. Pensiamo che la gente venga per loro e vogliamo che si senta in contatto con Bruce.

Ma allora cosa fa per lui?
Sono il manager! (ride). Sono l’esecutore della visione di Bruce. Qualunque cosa Bruce mi dice di volere, mi assicuro che venga realizzata dalla squada. Mi consulto con lui, dandogli idee, dialogando con lui sulle parti creative: le canzoni, i concerti, e così via. Ho un gran bel lavoro...

Una volta ho intervistato un altro manager, che mi raccontò che doveva farsi vedere dal suo artista prima di ogni concerto: così si sentiva tranquillo e poteva pensare alla musica. E’ lo stesso per te e Bruce?
Beh, non sono presente a tutti i concerti... lavoriamo assieme da quarant’anni, ho fatto il produttore, il manager. Siamo molto amici, credo lui conti su di me per far sì che ogni cosa sia al suo posto, così che lui possa pensare al suo lavoro: fare grandi concerti. Il mio compito è assisterlo in quella missione.

Alla fine degli anni ’90, Bruce ha cambiato marcia, passando da un ritmo di tour e pubblicazioni relativamente tranquillo ad uno molto più sostenuto. Come è nato questo cambiamento?
Semplicemente è successo. Abbiamo rimesso assieme la band nel 1999 per quello che la gente chiamava il “reunion tour” - anche se noi non l’abbiamo mai chiamato così. Ci siamo divertiti molto, in particolare Bruce. I dieci anni senza E Street Band... Sono rimasti tutti amici, ma lì sono rinati i rapporti profondi. Però tutto era migliore, più rilassato. E tutti, compresi me e Bruce, eravami serissimi e focalizzati sulla msucia. C’è stato “Tracks”, il box di inedito. Poi “The rising”, uno dei dischi migliori di Bruce. E ovviamente l’abbiamo portato in tour. Poi “Devils and Dust” e il tour acustico, poi “Magic”. C’era sempre la creatività, l’energia... Ama suonare per il suo pubblico, in questa fase della sua carriera.

Una parte dell’impegno vostro e di Bruce negli ultimi anni è stato dedicato alle ristampe “espanse“, come “Born to run” e Darkness on the edge of town”/”The promise”. Vedremo qualcosa di simile per “The river” e “Nebraska”?
Bruce era molto “dentro” a quei progetti, specialmente a “The Promise”. Siamo molto orgogliosi del risultato, grazie alla collaborazione con grandi presone come il regista Thom Zimny. Credo che ognuna di queste pubblicazioni debba avere un diverso approccio - ci lavoriamo quando abbiamo tempo. Credo che, sì, ci sarà qualcosa d’altro su questa linea, ma non abbiamo ancora tempistiche. Non siamo vicini alla pubblicazione, né abbiamo cose pronte. Le facciamo quando riusciamo e quando siamo pronti usciamo.

Ad un certo punto, qualche anno fa, la si vedeva sul palco a suonare la chitarra nei Bis. Succederà di nuovo?
Ecco cos’è successo: Dopo la prima volta, Bruce mi disse: ‘Jon, quando nei hai voglia, sali sul palco, nei bis’. Così ogni tanto lo facevo, Una sera Bruce mi ha preso da parte e mi ha detto: “Jon, perché non diamo una pausa a questa cosa?”. “Vuoi dire che mi licenzi dalla band?”. Lui, sorridendo, mi dissi “sì”. “Ma posso tenere il mio lavoro come manager?”. “Sicuramente”, disse lui. “Ok, allora va bene...”.

(Gianni Sibilla)

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